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mercoledì 26 ottobre 2011

Buenos Aires


Buenos Aires non mi ha fatto l'impressione che mi aspettavo.
Come tutte le cose a cui si giunge dopo averle conosciute dai racconti degli altri, l'incontro prende il sapore della verifica.

Con i miei di occhi ho visto una grande
città difficile da capire. L'atmosfera è frenetica e solenne allo stesso
tempo; sa passare da austera a trasandata, da nobile a stracciona in un
battito di ciglia, mentre lo sguardo si sposta da un quartiere di
lussuosi palazzi barocchi ad un barrio di baracche gremite di maldidos.

Pochi luoghi raccolgono in sé stili
tanto distanti: le suggestioni ausburgiche e le atmosfere parigine che
convivono con il brulichio umano di una metropoli africana.

Per strada un distinto manager in
completo scuro e valigetta Piquadro scarta rapido per evitare il
torpedone gonfio di passeggeri che gli arranca addosso, sferragliando da
dentro la sua nube di gas di scarico.


E al boulevard coloniale fa cornice un
marciapiede sfregiato dai solchi dei lavori e dell'incuria, dentro cui
serpeggiano rifiuti urbani e umani.


Qui sta il fascino di questo luogo
inafferrabile? Senz'altro in tutto questo può esserci una grande
bellezza, un senso di libertà vertiginosa.

Ma qui vedo due mondi che si alternano, e
non si incontrano. Un confine embricato e frastagliato che rimane
invalicabile. Due musiche aleggiano nell'aria: hanno imparato
l'alternanza delle pause ma non la polifonica intesa dell'armonia.


E allora tutto mi fa un altro effetto.


Le baracche di cemento rapprese in grumi
che colano da colline di immondizia, al cui fianco si snodano i viali
dove svettano i grattacieli, i lustrascarpe immobili come piloni attorno
a cui vortica il flusso della city, gli spettatori del teatro che
tornano a casa per percorsi tortuosi fra i cumuli di spazzatura dove
razzolano le avanguardie di quelli che escono solo di notte.

Le parole cambiano. Il respiro
cosmopolita, l'aristicratica trascuratezza non li trovo più in questi
quadri. Trovo la dissonanza di un antico, profondo dolore che non
risparmia nessuno dei due mondi, e li chiama entrambi, togliendo il 

sonno.
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