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lunedì 13 agosto 2012

Rimedio per il caldo - stracotto al demonio

Questa cosa che scrivo ora è un incrocio fra una ricetta di cucina e un rito tribale amazzonico.
Lo considero il più drastico rimedio, estrema ratio, per il caldo estivo.
E' doloroso e lo odio.
E' buonissimo. L'ho appena mangiato.
Se decidete di continuare a leggere - e se poi lo fate davvero - io non sarò qui ad ascoltare lamentele sulle conseguenze.

Le dosi indicate sono rigorosamente per una persona. Certe cose vanno fatte da soli.



Prendete qualcosa più di mezzo chilo di buon spezzatino di manzo.
Frollatelo, maltrattatelo alcune ore, violando ogni regola per la buona conservazione della carne cruda.
Avrete bisogno di una casseruola di coccio, non troppo grande, e tre o quattro spicchi d'aglio.
Olio nella casseruola, fuoco sotto. Aglio a rosolare, e aggiungete della paprika dolce.
Poca, un cucchiaino.

Buttate i pezzi di carne nell'olio bollente, fuoco al massimo delle vostre possibilità, lasciate brunire finché sarete ad un passo dall'ammettere di aver bruciato la cena. Ma non lo farete: verserete nella casseruola un po' di vino bianco, gelato a dovere;  con il suo aiuto, e con vigorosi colpi di spatola, rimetterete in gioco ogni molecola di attaccaticcio sul fondo della pentola.
Colmate due cucchiai di senape di Digione, dissennato naufragio di semi in un mare di salsa marrone, e uniteli al resto mescolando con rabbia controllata.

Ora viene il momento in cui prendete dalla dispensa il chili piccante, e lo versate distrattamente sui pezzi di carne, là dove il vino ribolle come se fosse sceso nella gola di un drago.
Distrattamente significa che ne verserete una quantità irragionevole.
Troppo, per qualunque metro di misura.
In dose tale che ogni eventuale spettatore del vostro gesto sia certo, al di là di ogni dubbio, che avete sbagliato le dosi.
Se riuscite a star sopra ai fornelli senza lacrimare, qualcosa è mancato. Rimediate.

Prendete ora una zucchina fresca come una perla di rugiada in un mattino della prima vera primavera dopo l'inverno più cupo, e un pomodoro rosso e gonfio come un amore impossibile.
Sbranate entrambi con ferocia in pezzi piccoli, mentre il chili e il vino e la carne martoriata ribollono gemendo sul fuoco vivo.

A questo punto unite le succose polpe vegetali al feroce calderone, e subito smorzate la fiamma violenta finché diventi timido calore costante.
Cospargete di sale questa unione di estremi, coprite e dimenticatevi di lei per almeno due ore.

Quindi riaprite il coperchio, ravvivate i fuochi, che s'avvicina l'ora. Asciugate il liquido finché divenga salsa, e poi spostate la casseruola dal fuoco perché perda il bollore e si addensi ancora.

Ne otterrete un caldo, fumante e violento composto omogeneo, in cui le opposte nature forzatamente convivono.
Sedete dunque al vostro desco, da soli, consapevoli dell'opprimente calura che vi circonda, e del desiderio che avreste di non cenare affatto, ma di viver soltanto di fresca acqua di fonte.

Invece mangerete lo stracotto fino all'ultimo boccone.
E non berrete acqua.
Consumerete ogni polpa, avvolta nel suo caustico e denso involucro di fuoco vivo, annaffiandola con generose sorsate di un rosé completamente gelato. Vi sgretolerete dentro, perché sarete terreno di scontro impietoso fra l'algido nettare e il vulcanico pasto, e ne subirete l'urto.

Fate ciò che volete. Alzatevi. Piangete. Urlate. Andate in cucina e infilate la testa sotto il getto del lavello. Io l'ho fatto.
Ma tornate al desco, masticate e sorbite.
Ondeggiate fra il gelo e il fuoco, lasciate che le vostre sensazioni siano preda dei due tsunami.
Non cedete.
Niente altro accompagnerà il vostro pasto. Né compagnia d'uomo, né pane, né altro alimento o bevanda fuorché il gelido nettare.

Quando tutto sarà compiuto, alzatevi, con dignità. Se barcollate, se piangete, o gemete, fatelo a testa alta. E' il vagito del vostro corpo che rinasce.

Ed ecco, uscite fuori, nella calura.
E percepirete ogni viscosa bava di afoso scirocco come fosse il bacio fresco di una fanciulla innamorata.
Le stelle scintillano, sbiadite forse dai miasmi che l'asfalto rovente eleva verso il cielo della vostra città. Tutto intorno, per i vostri occhi, verdeggiano prati rigogliosi, solcati da freschi ruscelli zampillanti che riflettono l'azzurro del cielo.