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martedì 25 settembre 2012

L'ascensore

Era difficile farci caso. Dopo tutto gli ascensori erano almeno una dozzina, metà dei quali andavano su in cima, fino all’ottantesimo.
Lucidi, con le superfici cromate, li avevano installati da cinque anni ma non sembravano vecchi di un mese. Roba fatta per durare, tedesca a giudicare dalla scritta per le emergenze. Ma di emergenze in quei gioiellini non ce ne erano mai state, nossignore.

Marcello se ne era accorto in uno di quei pomeriggi troppo lunghi in cui passeggiava nell’atrio del grattacielo, osservando la vita scorrere intorno a lui.
Era successo, e lui era lì. Era questo l’unico merito che si attribuiva Marcello per quella sensazionale scoperta: essere stato nel posto giusto al momento giusto. Un puro caso.

Da allora ogni giorno scendeva nell’atrio e aspettava il momento buono nell’angolo dell’edicola, fra il portone principale e la scala della metropolitana, sbirciando la civetta del Corriere o le copertine di moda.

Il momento arrivava, e non c’era modo di prevedere quando. Il consueto via vai di avvocati, imprenditori, rappresentati e operai, che pulsava giorno e notte con bizzarre variazioni di intensità, si interrompeva del tutto. Per uno, a volte anche due minuti, il gigantesco atrio rimaneva completamente vuoto.


La guardia giurata si assentava per fare un goccio o fumare una sigaretta, nella portineria c’era il cambio turno, un treno in ritardo scaricava i passeggeri un minuto dopo, la ragazza delle pulizie del svuotava nel bagno il secchio. Eventi insignificanti che avvenivano tutti insieme.
Quasi ogni giorno.
Tutto ciò poteva considerarsi bizzarro, ma non anormale. Era quello che avveniva dopo ad essere straordinario.

Marcello alzò gli occhi dalla procace modella di una rivista: si guardò in torno. Nessuno.
Era il momento buono.
Si avvicinò alla fila nord degli ascensori, in attesa.
L’acciaio della porta scorrevole rifletteva la sua immagine, un anziano signore con un vestito classico e un bastone da passeggio.
Da un momento all’altro le lucidi superfici cromate avrebbero iniziato ad incresparsi, come una pozza d’acqua agitata. Già si notava un tremolio che si allargava dall’angolo in alto.
Il cuore di Marcello accelerò i battiti: stavolta era deciso a provarci, e al diavolo le conseguenze!
Respirò a fondo, e attese: il tremolio si era esteso a tutta la parete d’acciaio.

Un rumore di passi alle sue spalle lo fece trasalire. Passi svelti e leggeri. Si voltò, infuriato. Una biondina stava salendo a piedi la scala mobile della metro.
Quella  avrebbe rovinato tutto! Non succedeva mai se c’era qualcuno oltre a lui.

Si voltò di nuovo verso l’ascensore, sicuro che la magia si fosse dissolta, e che avrebbe visto solo il lucido acciaio. Ma il fenomeno continuava, ignorando la giovane ormai in cima alla scala.
La porta dell’ascensore era scomparsa, sostituita da una immagine ancora tremolante che diveniva ogni attimo più nitida. Marcello l’aveva guardata molte volte, sempre con un profondo senso di nostalgia e desiderio.
Un paesaggio di campagna, dolci colline che si scaldano al sole. Un filare di platani costeggiava una stradina in lieve salita, che scompariva dietro la curva. Il cielo era azzurro, delicato, e la luce radente tingeva ogni cosa di un morbido arancione caldo.

Si accorse di nuovo di lei quando fu al suo fianco. Si voltò allarmato, e lei gli sorrise. Era davvero molto bella, corti riccioli castani e gli occhi di un marrone indefinito, cangiante.
Lei fece un passo verso l’immagine sulla porta, e il suo piede passò dall’altra parte.
Marcello udì lo scricchiolio delle foglie sotto la scarpa, e lo trovò la cosa più naturale del mondo. Aveva sempre saputo che sarebbe stata una cosa semplicissima, anche se non aveva mai trovato il coraggio.

La ragazza avanzò tranquilla nel prato erboso, il passo un po’ incerto per quei tacchi che affondavano nell’erba. Si fermò e con un gesto grazioso si tolse le scarpe.
Si voltò di tre quarti e incrociò con il suo sguardo beffardo quello di Marcello.
Chinò la testa di lato, il viso le si addolcì e disse semplicemente:
“Vieni?”
Lui trovò la voce familiare e rassicurante, e tutto gli sembrò come doveva essere: estremamente semplice.
Fece un passo, poi un altro. Nessuna strana sensazione, solo quella dell’aria, più fresca e pulita, che gli carezzava il viso.
Seguì la giovane lungo il viale alberato. Camminava di buona lena, molto sicuro, e non sentiva alcuna fatica. Alla prima curva  aveva già gettato via il suo bastone.



“L’ha trovato lei?” chiese l’ispettore alla ragazza delle pulizie.
Lei rispose vagamente nervosa. “Ero andata a cambiare il secchio, un minuto soltanto”.
Lui annuì, le chiese le generalità e si allontanò, raggiungendo il bancone del bar.

Caffè corretto e cornetto alla crema, come sempre.
Uno degli agenti gli venne vicino:
“L’hanno portato via?” domandò l’ispettore.
“Il coroner ha finito ora. Infarto, probabilmente.”
“Va bene”.
Pagò, mise lo scontrino in tasca e si ritrovò per l’ennesima volta fra le dita quella bustina.
L’aveva avuta dall’agente.
Dentro c’era l’oggetto che gli avevano trovato in mano, l’unico elemento anomalo nel caso di un anziano deceduto nell’atrio del grattacielo dove viveva.

Tutti concordavano sul fatto che quel signore non usciva mai dal palazzo  da quando si era operato al femore. Passava le sue giornate chiuso in casa, riceveva la spesa a domicilio e faceva solo qualche passo, faticosamente, fino all’edicola nell’atrio. Come quel giorno.
Mentre aspettava l’ascensore per tornare nel suo appartamento, il vecchio orologio si era fermato. Semplicissimo.

Tranne per quella cosa che aveva in mano.

Avevano perquisito l’appartamento, non c’era nemmeno un vasetto. Il fioraio, l’unico del quartiere, era chiuso per ferie. L’edicolante confermava che il vecchio era lì da un paio d’ore e non l’aveva visto incontrare nessuno.
E allora, da dove diavolo veniva quel ranuncolo di campagna, fresco e bagnato di rugiada come appena colto dal prato?