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giovedì 11 ottobre 2012

Autographer


Oggi mi ha incuriosito leggere di questa macchina fotografica da indossare al collo. 
Come funziona? In questo articolo si spiega: l'appendi. Vai fuori. Vivi. 
Lei decide quando succede qualcosa degno di essere immortalato, e scatta.
Fantastico. Non devo far più niente, ci pensa lei.
Ma come fa 'sta cosa a decidere quando scattare?
Semplicissimo: dentro ci hanno messo una galassia di sensori. Sa dove sei, quando ti volti di scatto, se stai correndo, se ti fermi, se fa caldo, se accendi la luce all'improvviso... E sa cosa accade là fuori. 

La tecnologia è stupenda. Ma pensati la sera, a letto, che riguardi le foto automatiche della tua bella giornata qualunque... E' come se facessero un film su di te ogni giorno.
Ma vediamo 'ste foto.

Se sei messo molto bene, la prima immagine scattata alle 06.45 ritrae un improvviso volo di uccelli multicolore che si stagliano nel cielo terso, illuminato dall'aurora. Succede perché è primavera e sei andato a correre nel parco, in mezzo agli uccelli tropicali importati e ben pasciuti che fanno scattare il sensore di colore.
La mia foto delle 06.45 ritrarrà invece una scena sottoesposta, per non dir buia, dove si intravede la sagoma sbilenca di un armadio e la porta verso il corridoio. Succede perché mi alzo al buio sperando che mia figlia continui a dormire, e quando inciampo nelle scarpe di mia moglie si attiva l'accelerometro.

Andiamo oltre. Ore 11.23 la macchinetta del nostro viveur viene stimolata da uno zefiro caldo e fragrante di  pane appena sfornato, e ritrae l’interno di una graziosa brasserie, sempre in centro. Gli specchi stile Parigi riflettono scorci stuzzicanti di studentesse in pausa e distese di invitanti dolciumi.
Nella stessa circostanza la mia non si è attivata, perché il calore del caffè della macchinetta non è abbastanza intenso. Lo ha fatto qualche minuto dopo, nel luogo più sbagliato e nel momento peggiore, infastidita forse dal rumore dello scorrere dell’acqua, o dal tasso umidità del posto dove mi ero appartato in conseguenza fisiologica del caffè.
Scartiamo la foto, andiamo avanti.

13.19, nel mondo felice. L’immagine ritrae un primo piano di volto di donna splendente che sorride estasiata, di tre quarti, lunghi capelli biondi in movimento. Testimonianza di un incontro inatteso che ha fatto voltare di scatto il nostro amico, che ruotando bruscamente per abbracciare la biondina attiva l’immortalatrice.
Io invece a quell’ora ho una foto mossa. Ritrae mezzo vassoio di avanzi e tre riquadri di linoelum blu. I sensori non immaginavano che mi hanno spinto in mensa, ma apprezzo il pensiero.

Sorvoliamo sulla fascia oraria del pomeriggio. Non voglio sapere cosa ha fatto il mio alter ego, spero che si sia divertito. Io sono tornato in bagno un paio di volte nel pomeriggio, e ora è davvero urgente capire come si spegne quest’affare.
Comunque, qualche foto significativa da confrontare con lui ce l’ho. All’happy hour con vista sul canale oppongo bel primo piano di tram evitato per un soffio in bicicletta. Contro la sfilata di variopinti bocconcini di sushi, metto in campo dettaglio di pannolino appena usato (credo che dentro la macchinetta ci sia anche il naso elettronico).

Siamo agli sgoccioli.
Alle 21.38 interno di locale pre-disco, in primo piano una gonna rosso fiamma che passa all’improvviso. Di qua, scia sfocata dello stesso colore, ma lasciata da un pupazzetto a forma di ape che fa la giostra sopra la testa di mia figlia urlante.

Confesso che a questo punto comincio a dubitare di essere il cliente adatto per questo prodotto.
C’è l’ultima coppia di foto, 22.41 da entrambe le parti. Amigo-figo: panoramica di corpi ondeggianti fra i marosi della techno-house, sgargianti riflessi alogeni sulla nebbia del palco sullo sfondo. Impossibile capire quale stimolo ha attivato i sensori!
Invece, la mia foto scattata a quell’ora deve averla attivata un calore delicato, o forse un suono lieve. C’è ritratto un testone di neonato, gli occhioni chiusi, la bocca aperta in uno sbadiglio lunghissimo.
Hai ragione piccina. E’ proprio ora di far la nanna. Speriamo...

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