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martedì 9 ottobre 2012

Caffè fuori orario



Roberto correva come un pazzo, nonostante il caldo fosse terribile.
Attraversò la strada senza guardare, rischiando di essere investito da un autobus. L'autista suonò e strillò, ma lui era già sull'altro lato del viale, giù per le scale della metropolitana.
Saltò tutti insieme gli ultimi sei gradini, sentì il rumore di un treno in arrivo e accelerò ancora.
L'orologio della stazione indicava le 7 e 42. Era terribilmente in ritardo, e non per la prima volta! Se avesse perso quella corsa, probabilmente avrebbe perduto anche il lavoro.
Quando arrivò sul marciapiede, sparato come un proiettile, le porte dei vagoni si stavano già chiudendo. Si lanciò verso la più vicina e riuscì ad infilarsi dentro all’ultimo istante.
Non guardò né il numero della corsa, né il capolinea dove era diretta.
Mentre riprendeva fiato, appoggiato ad un sostegno, il treno iniziò a muoversi. Ce l'aveva fatta.

Si sedette sul primo posto libero, e iniziò a guardarsi intorno.
Era la solita vettura della metropolitana, pareti giallo crema e sostegni arancione. Ma aveva qualcosa di insolito.

Di colpo Roberto si accorse che il vagone era completamente vuoto! In tanti anni che andava al lavoro in metro, non gli era mai capitato di essere l’unico passeggero, anche per una sola fermata.
Tirò fuori dalla tasca la sua agenda: che avesse dimenticato un giorno di festa?
No. Era un qualsiasi lunedì di giugno. Faceva caldo, e mancava ancora tanto alle vacanze.
Si strinse nelle spalle. Qualcuno sarebbe senz’altro salito alla prossima fermata.
Per il momento, ne approfittò per allungare le gambe sul sedile di fronte.

Dopo qualche minuto, fuori del finestrino passarono vorticosamente le luci di una stazione, a cui il convoglio non si fermò. Roberto non riuscì a leggere il nome.
Strano; non ricordava che quella corsa saltasse delle fermate.
Cercò il tabellone del percorso esposto all’interno della carrozza, ma non c’era. Ancora più strano.
Con un sibilo crescente, il treno stava accelerando sempre di più.
Passarono le luci di un’altra stazione, sfrecciando via velocissime, come lampi nella notte. Che ci fosse stato un guasto? Forse il macchinista aveva avuto un malore!
Intanto il rumore dei motori aumentava, fino a far male alle orecchie.
Iniziò a spaventarsi. Si sedette stringendo forte il corrimano, aspettandosi il peggio.

All’improvviso il tunnel finì, e il treno si trovò a correre all’aperto.
Fuori dal finestrino scorreva un paesaggio di campagna, con campi ben curati, laghetti tranquilli, qualche fattoria in lontananza.
Si domandava quale posto fosse. Ormai era chiaro che aveva preso il treno sbagliato; ma da quando la metropolitana portava in campagna? E poi, intorno alla città c’erano solo case e cemento per decine e decine di chilometri.

Un cicalino interruppe i suoi pensieri, e una voce femminile annunciò “Prossima fermata, Borgo Lieto. Fine corsa”. Con un leggero scossone, il convoglio iniziò a rallentare.
Guardò fuori. Il paesaggio era cambiato; al posto dei campi ora si vedevano graziose villette di periferia, parchi curati, viali ombreggiati dove passeggiavano coppie a braccetto e distinti signori.
Lentamente, il treno fece il suo ingresso in una elegante stazione dalle pensiline in ferro battuto, su cui si arrampicavano i gelsomini. Si fermò e le porte si aprirono.
“Borgo Lieto. Fine della corsa.” Ripeté la voce all’altoparlante.

Non potendo far altro, scese dal vagone e fece qualche passo sul marciapiede deserto.
“Ma guarda che situazione. E ora come faccio a tornare indietro?” disse a voce alta, sperando che qualcuno lo sentisse e gli venisse in aiuto. Ma la stazioncina sembrava completamente vuota.

Entrò nell’atrio. Anche qui non c’era un’anima.
Cercò il tabellone degli orari, ma non ne trovò traccia. La biglietteria era chiusa, e non si vedeva nemmeno un ferroviere in giro.
“Insomma! Che indecenza!” gridò, facendo spaventare i piccioni che svolazzarono qualche metro più in là.
“Eh, via. Cosa c’è da gridare?” fece una voce bassa e calma.

Roberto si voltò e si trovò a guardare un signore di mezz’età, vestito in pantaloncini e maglietta, ma dall’aria distinta.
Portava con sé un’incredibile quantità di pacchetti regalo.
“Finalmente!” disse Roberto. “Lei è del posto?”
“Certamente. Posso esserle d’aiuto?”
La cortesia dello sconosciuto ebbe l’effetto di tranquillizzare il viaggiatore smarrito, che riprese con tono più gentile.
“Magari, grazie. Credo di aver preso il convoglio sbagliato.”
“Davvero? Il convoglio sbagliato, così dice?”
“Ma sì! Dovevo andare in centro, dove lavoro, ma il treno non ha fatto fermate e son finito qui a... come si chiama, qui?”
“Borgo Lieto. E’ la prima volta che viene?”
“Sì, sì. Senta, lei per caso sa a che ora passa un treno che torna in città?”

Lo sconosciuto sorrise.
“Ma come? E’ appena arrivato e se ne vuole già andare? Senza aver dato nemmeno un’occhiata in giro?”
“Guardi, davvero, non ho tempo per questo. Sono già in ritardo, e il mio capufficio...”
“Oh, via, c’è sempre tempo per guardarsi un po’ intorno, non crede?”
 “Beh... ma come faccio, il lavoro... Ma il prossimo treno, sa a che ora passa?”
“Lavoro, lavoro, sempre con questo lavoro! Si rilassi un po’, si faccia un giro in piazza.”
“Guardi, mi piacerebbe moltissimo, ma devo assolutamente prendere il primo treno che torna indietro.”

L’uomo liberò a fatica una mano, posando a terra una dalle buste di pacchi regalo, e la posò su un braccio di Roberto, con fare amichevole.
“Senta,  la prego, mi faccia compagnia per un caffè. Aspetteremo insieme il prossimo treno, d’accordo?”
“Va bene, però mi raccomando, il primo treno utile...”
“Ma sì, ma sì. Non le farò perdere tempo. Venga, da questa parte.”

Lo sconosciuto raccolse la busta con i regali e si diresse con passo spedito verso l’esterno della stazione. Roberto lo seguì rassegnato, chiedendosi a che ora fosse previsto quel maledetto treno per tornare in città.

Fuori dalla stazione c’era una piccola piazza. Era pavimentata in pietra rosa, chiusa dalle facciate di graziose casette, ognuna dipinta di un colore diverso. Toni tenui, pastello. Tutte avevano il tetto in mattoni rossi e molti fiori alle finestre.
Dal lato opposto alla stazione si accedeva ad un parco, vialetti di ghiaia ombreggiati da grandi platani.

Lì si diresse lo sconosciuto, con Roberto che lo tallonava, ancora immerso nei suoi pensieri. Così tanto, da non rendersi conto che l’uomo gli stava parlando.
“… con mia moglie da quasi quarant’anni. E lei?”
“Eh?” fece Roberto, accorgendosi di non aver ascoltato nemmeno una parola.
“Ho chiesto se è sposato.”
“Ah. No, per adesso no.”
“Fidanzato?”
“Qualcosa del genere.”
Rendendosi conto che la risposta poteva risultare scortese, aggiunse: “per ora non abbiamo progetti. Sa, il lavoro…”
“L’avrei scommesso!” fece l’uomo, voltandosi con un sorriso. “Venga, venga. Entriamo nel parco, fa fresco e c’è un posto dove fanno un caffè delizioso”.
“Non è un po’ lontano? Ma a che ora passa il treno?”
“Oh, non si preoccupi. C’è tempo.”
Roberto voleva ribattere, ma quello era già ripartito e si stava inoltrando nel vialetto, trascinandosi tutti i suoi pacchetti regalo.
Scuotendo il capo, gli andò dietro.

Il parco era piacevolmente fresco e, a differenza della piazza, pieno di gente. Il distinto signore condusse Roberto al tavolino di un bistrot. Si sedettero all’ombra di un pergolato, ventilato da un brezza leggera. Sembrava di essere in primavera.
Una cameriera dall’aria simpatica venne immediatamente. “Vi consiglio il caffè con la crema di nocciola. E’ la nostra specialità”
“D’accordo”, decise per entrambi lo sconosciuto. “Ce ne porti due”.
Per un po’ non dissero nulla. Roberto lasciò vagare lo sguardo sui vialetti che circondavano il bistrot.
Tutti andavano in giro con l’aria spensierata, camminando lentamente e fermandosi a salutare quelli che incontravano. Ovunque si formavano gruppetti di tre o quattro persone impegnate in allegra conversazione. Sembrava che fossero tutti in vacanza. 
Dopo un po’, Roberto notò che la maggior parte dei passanti era carica di buste e pacchi regalo. Qualcuno, incontrandosi, si abbracciava e si scambiava i doni.
“C’è qualche festa oggi?” Domandò alla fine.
“Come mai lo domanda?”
“Beh, sembra un giorno di festa. Tutta questa gente in giro, e poi tutti quei…” si fermò, additando la busta dell’uomo che giaceva vicino alla sua sedia.
“Ah, i miei regali. Che bravo che li ha nominati” disse l’uomo “Rischiavo proprio di dimenticarmi!”
Così dicendo, prese un pacchetto e lo pose a Roberto.
“Tenga, questo è per lei.”
“Come sarebbe? Perché?”
“E’ il suo regalo di Natale.”
 “Natale? Ma… lei nemmeno mi conosce. E poi siamo in giugno!”
“E allora? Le sembrano buone ragioni per non scambiarsi un regalo?”
Roberto era sempre più allibito.
“No, senta, davvero. Cos’è, una specie di scherzo? Il treno, i regali… C’è una telecamera da qualche parte?”
“Le assicuro che sono serissimo. Per favore, prenda il suo regalo.”

Qualcosa nel tono dell’uomo indusse Roberto a fare come gli veniva detto. Accettò quindi il pacchetto, e lo scartò. Dentro trovò una piccola cornice digitale, di quelle da mettere sul comodino o sul tavolino del salotto.
“La accenda, coraggio.”
Roberto accese la cornice. C’erano già memorizzate delle foto, che cominciarono a scorrere sullo schermo, alternandosi.
Roberto le guardò stupefatto.
“Come ha avuto queste immagini?”
L’uomo non rispose. Erano tutte fotografie che riguardavano la vita di Roberto. Familiari, amici, persone che aveva incontrato e con cui aveva condiviso momenti importanti. C’era sua sorella il giorno della laurea. La gita al mare con la sua ragazza. Il compleanno del suo nipotino.
Mentre guardava scorrere le immagini, si rese conto di essersi quasi dimenticato di quelle scene.
“Ma… ma io non ricordo di aver scattato queste fotografie.”
“Certo che non le ricorda. Come potrebbe?"
"Che cosa vuole dire? Chi ha fatto queste foto?" Roberto cominciava ad essere allarmato.
"Nessuno. Sono le immagini delle cose importanti che lei ha perduto."
"Come sarebbe?"
"Ma sì, quello per cui non c'è rimasto tempo. Si capisce, gli studi, il lavoro, la carriera... Non può esserci tempo per tutto, giusto?"
"Beh, sa com'è."
"La pego, non mi deve nessuna spiegazione."
Roberto continuava a guardare le immagini, in silenzio. Dopo un po' il signore riprese:
"Questo è il suo regalo di Natale. Sono le cose che aveva perduto."
"Ma lei come fa a..."
"Oh, via. È complicato. E poi si sta facendo tardi. Non doveva prendere il treno?"
Così dicendo il signore si alzò dal tavolino, e si avviò in direzione della stazione.
"Aspetti un attimo."
"Su, si sbrighi! E non dimentichi il suo regalo!"

Roberto andò dietro al misterioso signore, che camminava di buona lena trascinandosi dietro i suoi pacchi.
Mentre attraversavano la piazza, un campanello iniziò a suonare dentro la stazione.
"Presto, allunghi il passo!"
Correndo, giunsero al binario proprio mentre il treno si stava fermando.
"Ecco fatto. Appena in tempo eh?" Fece il signore ansimando.
La porta si aprì. Roberto fece per dire qualcosa, ma il capotreno fischiò.
"È meglio che salga."
"D'accordo... Ma io..."
Un altro fischio, più forte.
Roberto salì e il treno si mise in moto. Il signore lo salutò con la mano dal marciapiedi, sorridendo.
Anche stavolta il vagone era vuoto.
Si sedette e tirò fuori il suo regalo. Le immagini erano sempre le stesse, e più le guardava, più i ricordi affioravano alla sua mente. Dopo un po' si mise a guardare fuori dal finestrino, dove il paesaggio di campagna era illuminato dalla luce dorata del pomeriggio. Da quanto tempo non sentiva sua sorella? Quante volte aveva rimandato la gita in collina con Lucia?
Continuò a fissare il paesaggio che scorreva.

Una botta al braccio lo svegliò di soprassalto. Un uomo in giacca e cravatta passò oltre, bofonchiando una scusa. Roberto si tirò su. In mano aveva la sua cartella da lavoro. Nessuna traccia della cornice.
Il treno era pieno di gente, la solita calca di tutte le mattine.
In un varco fra le teste e le schiene, vide il tabellone che annunciava la sua fermata. Si alzò, si fece largo e scese dal vagone.
L'orologio dell'atrio segnava le otto e cinque. Ma allora...
Si incamminò con la folla, e uscì dalla stazione della metro. L'aria era più fresca, la respirò a fondo.
"Che sogno..." Disse a sé stesso. Doveva aver dormito pochi minuti. Eppure si sentiva riposato, più sereno.
Arrivò sotto il palazzo dove c'era il suo ufficio appena un po' in ritardo.
Al tavolino del bar c'era un ragazzo che gli faceva cenno. Lo riconobbe, era uno stagista del mese scorso. Avevano scambiato quattro chiacchiere ogni tanto.
Lui si era alzato, e gli era venuto vicino.
"Ciao."
"Ciao. Come te la passi?"
Il ragazzo si strinse nelle spalle, e sorrise.
"Ehi, ti va un caffè?"
Roberto guardò istintivamente l'orologio. Ci pensò solo un attimo.
"Certo" Sorrise a sua volta. "C'è sempre tempo, per un caffè."


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