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venerdì 19 ottobre 2012

Il trentottesimo minuto

L'intervallo di tempo di questo racconto è insignificante.
Solo i 37 minuti che servono ad un Frecciargento, passata Bologna, per farsi gli appennini, sbucare nella piana nebbiosa e infilarsi nel groviglio urbano che fu dei Medici (ora però c'è Renzi).
Sì, è poco tempo, ma quando parti ti sembra sempre tanto.
Si fa in tempo a legger qualcosa, a darsi un'occhiata intorno nel vagone, che è sempre interessante.  Fra l'altro a Bologna sale sempre tanta gente, l'avete notato? Non importa che ore siano o dove vada il treno.
Tutte le volte sembra che in città ci sia stato un concerto e la folla ne venga via. E probabilmente è così.

I primi dieci minuti c'è un viavai che tu, seduto, vedi esser composto di gambe, schiene e valige. Bambini che strillano, gente che ha sbagliato carrozza. Chi si alza perché era sul posto di qualcun'altro e sperava proprio che non salisse nessuno (ma passando da Bologna, non c'è verso).
Quasi sempre tutti, chi fa casino e chi lo subisce, si metton le cuffie. Bianche dei mela-cosi, da infilarsi nell'orecchio, oppure stile anni '70, ma grosse come quelle dei DJ anni '80, che negli anni '90 son passate di moda e nel 2012 siamo così furbi da comprarle a novanta euro.
Entro un quarto d'ora, chi ha un portatile l'ha tirato fuori, chi ha un tablet ci gioca, chi ha un libro lo legge, chi ha un panino lo mangia.  Gli altri smanettano sul telefonino.
Comincian le gallerie e va bene così, perché ognuno si sta facendo i fatti suoi e se ci fosse un bel paesaggio da vedere, sarebbe un peccato perderlo, no?
Ti fai due conti e pensi che finite le gallerie, c'è solo Calenzano e quella zona di Firenze che nemmeno i Medici ci proverebbero a rimetterla a posto (vai Matteo, da fare ce n'è. Tu avessi tempo...)
Ai 20 minuti allungo le gambe. Perché quello è il tempo per cui riesco a far credere al mio corpo di essere un merlo indiano, e quindi che può trovare comodo un sedile di Trenitalia.
Sicuramente qualcuno a cui chiedere scusa per la pedata lo trovo; quindi devo alzar gli occhi, aprir la bocca, sorridere, attendere risposta.
Nel farlo mi guardo in giro e vedo gli altri. Tanti.
Tutti sconosciuti, che ti sembra di conoscere subito.
Nei minuti dal 22 al 28, lo sguardo passa dalla ragazza con il poncho di lana che si prepara già per scendere, va alla mamma con la bambina, si ferma sul signore grassoccio con la faccia simpatica (quello della pedata). Registro i particolari.
Un cappello di paglia come quello che usava mio nonno sull'aia, ma che ora è in testa ad una bella figliola (e non la migliora).
Gli anelli alle dita, le scarpe, le magliette, i colori dei capelli. C'è un mondo che viaggia con te e non fai in tempo nemmeno a farti un'idea di quanto sia grande.
27 minuti.
Luci della città, vialoni di periferia intrecciati come spaghetti luminosi (ma i Medici, almeno per un mandato, non si può riaverli?)
Son quasi tutti tranquilli, si son preparati per scendere e qualche minuto gli avanza. Io invece mi accorgo solo adesso che il tempo del viaggio è insignificante, e non mi basterà.
La bimba appoggia il mento sullo spigolo del tavolino, con la manina sotto per non farsi male, e guarda la mamma. E' lei il mondo che non farò in tempo a vedere. Né quello di ora, né l'immensità del suo domani.
E perderò il mondo del signore simpatico, della bella ragazza con il brutto cappello, della donna con gli anelli strani. A 33 minuti capisco che non c'è un viaggio abbastanza lungo per nessuno di loro.
Mi viene il pensiero che non valeva la pena perderli, questi trentasette minuti, per quel che ne ho ricavato. Era meglio che spippolassi il mio mela-coso come tutti gli altri.
La fortezza da basso mi scivola accanto a 35 minuti, il treno rallenta. E' ora che mi prepari anch'io, che pure ho poca roba e so quanto ci vuole a entrare in stazione.
Ci metto un minuto. Trentasei. Il treno rallenta, e un pensiero mi colpisce, parecchio forte.
Non è vero che ho perso trentasette minuti. Vale la pena, invece.
Riguardo la bambina, e penso alla mia, a casa; non può ancora capire che mi sta aspettando.
Vale la pena provare ad entrarci, in quei mondi. In ognuno.
Ho solo scelto il viaggio sbagliato per provarci.
Si aprono le porte del treno. Al primo colpo, incredibile. Scendo
Il viaggio giusto comincia adesso.
Al trentottesimo minuto.