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martedì 20 novembre 2012

La confessione del pugnaltore di freezer



“Ieri sera, improvvisamente, il mio frigo si è rotto.”
Vorrei poter scrivere così. Raccontare del disappunto di un giovane padre costretto a provvedere alle esigenze alimentari della propria famiglia senza l’ausilio della tecnologia moderna.
Di una serata e una mattina presto passate a salvare le provviste di cibo per il lungo inverno affidandole ai refrigeratori dei vicini di condominio. A gestire la cucina trasformata in tundra allagata, ad avanzare come un rompighiaccio sovietico nel permafrost residuo all’interno del freezer, fra brandelli di cinghiale che si risvegliano e tocchi di oscura materia abnorme che fu verdura.  
Invece devo scrivere una confessione. E tanto vale farlo subito.

Confessione

Ieri sera al rientro della mia abitazione ho rilevato una abnorme produzione di ghiaccio all’interno degli scomparti del freezer della cucina, che rendeva impossibile la rimozione del cibo in esso contenuto, e di conseguenza la preparazione della cena.
Confesso di aver utilizzato con violenza un oggetto acuminato (coltello da cucina) per rimuovere l’eccesso di ghiaccio, tramite violente sollecitazioni verticali e orizzontali. Accompagnate, le sollecitazioni, da incitamenti verbali non sempre afferenti al lessico proprio del dolce stil novo.
Confesso di aver, durante uno dei suddetti movimenti particolarmente rilevante in forza e profondità, prodotto una soluzione di continuità in una delle sottili tubature di alluminio che solcano la superficie superiore del cassetto contrassegnato come “fast freezer”. E di aver subito constatato la fuoriuscita, da detta soluzione di continuo, di un getto di gas bianco vaporoso, accompagnata da un forte sibilo.
Perdurando il tale, confesso di aver assunto e mantenuto l’atteggiamento del così detto “gnorri”.
Nel caso specifico ho riapplicato, in prossimità del foro, uno dei pezzi di ghiaccio appena staccati, premendolo con forza. Poi ho richiuso lo sportello del freezer, ignorando volutamente il sibilo ritmico ancora ben percettibile.
Confesso infine di aver risposto evasivamente alle domande di mia moglie sull’esito dell’operazione di sbrinamento del congelatore, omettendo accuratamente qualunque riferimento al danno mortale apportato al sistema di refrigerazione dell’elettrodomestico.
Visto, approvato e sottoscritto in data odierna.

La mia confessione giunge postuma, dopo che la realtà è emersa in tutta la sua crudezza nel corso della  serata. Con sgocciolii, miasmi organici tipici del cibo che torna alla vita, e naturalmente l’ormai familiare (per me) sibilo gassoso.
Il futuro che mi attende è segnato. Riparazione, forse. Sostituzione, più probabilmente. Esborso, sicuro.
Ma il presente è l’oggi. Un giorno qualunque, in cui esci di casa controllando mille volte che i segni del tuo crimine non si vedano. Che i jeans non rechino brandelli di cibo scongelato. Che nessuno ti veda con quell’enorme sacco nero.
La verità è che il giorno dopo un crimine non sei più lo stesso. Leggi la tua colpa negli occhi della gente, nelle frasi occasionali (“freddo oggi, eh?”) che ai tuoi orecchi di reo suonano gravide di livido sarcasmo, il battito di un cuore rivelatore della tua colpa nascosta.
Ai crocicchi, negli androni, i colleghi e i passanti si ritirano come ramarri, lasciano fuori la testa ghignante, per scambiarsi, appena sei passato oltre, sguardi indignati, commenti, risa di scherno, cenni di intesa.
Cogli brandelli di frasi. “Ma come ha fatto? Sembrava una brava persona.”
“Che tempi. Non ci si può fidare di nessuno.”
“Con un coltello, ma ci pensi?”
“Che macellaio.”
E per la via, segni di croce, e più laici gesti scaramantici, teste che si voltano bruscamente per non incrociare lo sguardo del folle, del pugnalatore di freezer. Lo sventratore di serpentine.
Si potrà mai risalire, questa china? Varrà scontare la pena, ricomprare il freezer? Promettere e mantenere per anni di sbrinarlo dolcemente, con l’asciugacapelli, o al più aiutandosi con una paletta smussa di plastica morbida?
Solo il tempo potrà dirlo. La via della redenzione è lunga per me.
Spero solo che possa venire un giorno in cui potrò guardare mia figlia a testa alta, da uomo che ha saputo rialzarsi dal fango, e riconquistare la propria dignità. Vorrei che lei possa guardare con orgoglio alla mia storia, e farne tesoro.
Imparare dal mio crimine ciò che io ho stesso ho appreso, ma senza pagare l’orrido prezzo della colpa. Sapere, senza soffrire per scoprirlo, che il frigorifero contiene gas refrigerante. Che è meglio per l’ozono e per i polmoni che rimanga dove si trova. Che non si sbrina il freezer usando un coltello da cucina, specialmente brandendolo come lo spadone di Carlo Martello a Poitiers.

Sono sogni, illusioni, forse. Ma sono la mia speranza.
Ed è la speranza che mi condurrà a testa alta, domani. Quando andrò al giudizio, che un tecnico pronuncerà imparziale e inclemente dinanzi al cadavere del mio freezer, alle tre.
E spero che il Cielo, e voi tutti, possiate perdonarmi.