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venerdì 30 novembre 2012

Metodo scientifico



John Elmut III aveva trascorso tutta la propria esistenza studiando il mondo e l’universo.

Fin da piccolo trascorreva le giornate scrutando oltre l’orizzonte, indagando il cosmo visibile per carpirne i segreti. Ciò lo aveva reso, agli occhi degli altri, un essere bizzarro ed in odor di eresia.
Perciò non aveva una compagna ed era quasi sempre evitato da tutti.
Era un tratto ereditario. Anche John Elmut I e II, che pure si erano fatti una famiglia, avevano lo stesso tarlo. Ed era meditando sulle scoperte di suo padre, buonanima, che lui era potuto giungere alle proprie rivoluzionarie conclusioni.

Il giovane Elmut era in effetti consapevole di aver fra le mani qualcosa di straordinario, destinato a cambiare la vita di tutti; una volta che gli altri fossero riusciti a comprendere la portata delle intuizioni, nulla sarebbe stato più come prima.
Ma i tempi non erano maturi; c’era lo Status Quo, il Consiglio dei Sopravvissuti che governava con pugno di ferro, mantenendo un rigido controllo sulle idee e sulla cultura. Si doveva capirli, ripeteva John a sé stesso di tanto in tanto.
Erano pieni di paura, ancora traumatizzati dal ricordo della Grande Moria, durante la quale la maggior parte della popolazione era stata falciata via in poche ore.
Nessuno era riuscito a capire come fosse successo. Qualcosa si era diffuso fra loro, silenzioso e invisibile, seminando una morte impietosa e immediata.
Dal panico alla superstizione il passo era stato breve. Non potendo comprendere, tutti avevano iniziato a cercare spiegazioni della calamità nel mondo dell’imponderabile. Ne era sorta un’epoca di barbara censura e di agonia del pensiero.
La scienza era stata messa al bando, ed ogni libero pensatore bollato come una minaccia sociale.

John Elmut III era cresciuto in questo clima.
Dati i precedenti della sua famiglia, era destinato alla discriminazione fin dal suo primo giorno di vita. Crescendo, aveva fatto del suo meglio per confermare il proprio status.
In altri tempi John Elmut III sarebbe stato riconosciuto come il genio che era. Perché lui aveva compreso la verità finale.

Durante la vita di suo nonno e suo padre, raccogliendo il frutto di una quantità sterminata di osservazioni e analisi, la famiglia Elmut aveva capito con certezza cosa c’era oltre la Barriera.
Al di là non si trovava il Grande Infinito, la cui capricciosa volontà assicurava l’alternanza di luce e buio, la presenza del cibo, dosava la vita e la morte. C'era invece qualcosa molto poco trascendentale, ma non per questo meno affascinante e misterioso.

C’era un mondo oltre la barriera. Un mondo diverso e sconosciuto, dentro il quale era contenuto il loro.
Gli Elmut avevano analizzato quel mondo per generazioni. Era possibile vederlo e comprenderlo, se non si sceglieva di chiudere gli occhi della mente.
Avevano capito molte cose: ad esempio, che la luce era generata da globi incandescenti, in grado di accendersi e spegnersi.
Ancora più sconvolgente era la scoperta che quel mondo era popolato. Esseri giganteschi, che si muovevano lentamente e mutavano di colore molto spesso.
Era difficile vederli, ci volevano raffinate tecniche di osservazione e un’approfondita conoscenza dell’ottica e della diffrazione, ma si poteva fare. Con pazienza e metodo.
Quegli esseri alieni erano i responsabili della sopravvivenza della sua gente, e del suo mondo.

Era inconcepibile, ma inconfutabile. Le osservazioni parlavano chiaro, il metodo critico usato per verificarle era impeccabile. Ogni dato, ogni ipotesi era stata provata e riprovata nel crogiuolo di un rigore scientifico al calor bianco. Non c’era possibilità di errore.
Da loro dipendevano il cibo, il clima, i parametri ambientali che determinavano la fecondità, la vitalità e la salute della popolazione. Era evidente, lampante.

Diffondere i risultati delle loro scoperte aveva portato suo padre ad un passo dalla condanna per eresia, l’unico crimine che si pagava con la vita. Si era salvato solo ritrattando in parte, per poi scomparire dalla vita sociale chiudendosi in rigoroso esilio intellettuale.
Pertanto Elmut III si era tenuto per sé la conclusione più logica e impietosa delle sue scoperte, a cui era giunto sedendo sulle spalle di suo padre.
La sua verità finale. Quella che spiegava esattamente la causa della Grande Moria.

Non si trattava di influssi malefici degli dei, né di punizione per il sacrilego e baldanzoso incedere del pensiero scientifico. Non le nefaste congiunzioni di luci siderali, né l’avverarsi di arcane profezie, o il compiersi di ancestrali maledizioni, avevano sterminato la sua gente.
C’erano voluti migliaia di calcoli, una quantità enorme di congetture, analisi, derivazioni e modelli teorici.
Ma la risposta era asciutta, cristallina.
Un’essenza di pura logica, distillata e raffinata. Orrendamente semplice.

Si era trattato di un banale sbaglio.
Che poteva ripetersi in qualunque momento, senza che né il Consiglio, né lo Status Quo potessero fare alcunché per scongiurarlo.

John Elmut III aveva formulato la soluzione tenendo conto di quanto scoperto del mondo esterno, come l’aveva ribattezzato suo padre, utilizzando le categorie e le parole della nuova scienza. Suonava strano, ma perfettamente comprensibile, ed inconfutabile.

Era possibile affermare con certezza che al tempo della grande Moria, i ragazzini che si occupavano dell’acquario avevano versato nella vaschetta del cibo una confezione scaduta. Uno stupido errore, per cui erano stati puniti severamente dai genitori. La metà dei pesci non era sopravvissuta; si era deciso di non sostituirli con altri, perché erano morti soprattutto i costosi pesci tropicali.
Gli Elmut e gli altri pesci rossi, per fortuna, erano molto più resistenti.


Parole chiave: racconto, fantascienza, metodo scientifico