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domenica 30 dicembre 2012

Il professionista



Non guardatemi oggi, qui accovacciato sul marciapiede della stazione. Avreste dovuto vedermi un anno fa, a testa alta, petto in fuori. Allora la gente invidiava il mio lavoro. Tutto quel potere! 
Mi chiederete come ho fatto a ridurmi così. E’ una storia complicata.
 Ma se avete tempo ve la racconterò, magari in cambio di qualcosa da mettere sotto i denti.

Ho vissuto nel Campus praticamente da sempre. Il mio talento era emerso in fretta; ai test avevo fatto scalpore. Quando mi fecero entrare dal Direttore, avevo in testa un mucchio di sogni di gloria.

Nello studio c’era un uomo alto e rigido, in abito grigio. Era sulla sessantina, con i capelli corti, da militare. Mi piantò addosso due occhi azzurri come il ghiaccio, facendomi sentire come una recluta.
“Figliolo” mi disse “Vuoi fare qualcosa di utile per il tuo Paese? Qualcosa che verrà ricordato per sempre?”
“Devo guidare l’auto del Presidente?” Domandai tanto per dire qualcosa. Quel tipo mi metteva a disagio.
“Niente di così difficile” rispose lui.
Sempre più a disagio, ribattei:
“Cosa volete da me allora?”
“Solo farti qualche test, per vedere se sei davvero così in gamba come dicono.”

Non so perché mi lasciai convincere da quel tipo. Non mi piacevano le sfide e al Campus avevo il mio mondo: amici, un sacco di roba da mangiare.
Ma qualcosa nello sguardo di quell’uomo mi entrò nella testa, nel vero senso della parola.
E così da un giorno all’altro mi trovai in laboratorio del Governo,  pieno zeppo di soldati e scienziati, ad eseguire esperimenti ventidue ore al giorno.

Non ricordo molto di quel periodo, tranne che fu esaltante come un’unica, ininterrotta scarica di adrenalina. I militari avevano visto giusto, eccome!
La mia mente era come una molla compresa che aspettava solo di essere rilasciata. Sotto gli stimoli giusti, scattò in avanti e si trasformò, giorno dopo giorno, in una macchina da guerra.
Riuscivo a fare di tutto: lettura del pensiero, telecinesi, visione a distanza. Era più che esaltante: era come un corso d’addestramento per diventare Dio.
Dopo tre mesi ero in grado di far sdraiare un uomo sulla schiena, semplicemente ordinandoglielo con il pensiero. La prima volta che riuscii a farlo, passai la notte senza riuscire a chiudere occhio per l’eccitazione.

Alla fine del primo anno ero pronto per il primo incarico vero. Una cosa semplice, un lavoretto pulito.
Fu ad una cena di gala, un banchetto per festeggiare il discorso di un Senatore. Un tizio che non piaceva molto al governo e che stava puntando troppo in alto.

In quel periodo facevo coppia con Millyfred.  La mia copertura prevedeva che vivessimo insieme e la cosa andava a genio ad entrambi. Milly era una giovane donna, single e simpatica. Ci sapeva fare con me, oh sì. Adoravo le sue carezze, ma questi non sono affatto affari vostri.

La cena era il primo incarico per entrambi. Eravamo seduti in fondo alla tavolata, piuttosto lontani dal Senatore. Ma riuscivo a vederlo bene in viso e tanto bastava.
Ero teso come un pivello, ma con Milly così vicina mi sentivo in grado di fare qualunque cosa.
Come ho detto, era un lavoretto pulito. Entrai facilmente nella mente del Senatore, che era troppo occupato a chiedersi come portare a letto l’ultima stagista per accorgersi di qualunque altra cosa.
Manipolai i suoi pensieri senza alcuno sforzo. Fu una fortuna che tenesse in tasca i suoi tranquillanti.
Nessuno si accorse di quante pillole gli ordinai di ingurgitare durante la serata, né di quanto avesse bevuto.

Morì nel sonno, fatto di benzo e di alcool. Naturalmente nessuno credette alla tesi del suicidio;  si parlò di avvelenamento da radiazioni, di prostitute pagate dai servizi deviati. Qualcuno pensò all’ipnosi, avvinandosi un po’ al bersaglio. Ma nessuno lo prese sul serio e comunque era ancora lontano dalla verità.

I due anni successivi filarono lisci come l’olio.
Io e Milly andavamo alla grande, nella vita privata come sul lavoro. Eravamo una coppia perfetta. Ci mandarono dappertutto. Ambasciate in medio oriente, paradisi tropicali, assemblee delle Nazioni Unite. Ci eravamo specializzati nel giro grosso. Politici, capi di stato, signori della droga.

Non c’era sempre qualcuno da “suicidare”, come dicevamo fra noi. A volte dovevamo semplicemente passare due settimane in un resort di lusso, impegnati a prendere il sole e a captare i pensieri del bersaglio. Segreti industriali, piani di guerra. Roba grossa, come ho detto.  

Andava tutto splendidamente e le cose sarebbero rimaste così, se non fosse arrivato lui.
Fred Jorgeson, il nuovo capo della Sezione Speciale. Uno spaccone, che mi rimase antipatico fin dal primo momento che mise piede in ufficio. Mi faceva schifo persino l’odore del suo dopobarba.
Si prese una sbandata per Milly fin dai primi giorni.

La chiamava in ufficio in continuazione e quel che è peggio, le ordinava di andarci da sola. Era geloso di noi, della nostra intesa.
Fece di tutto per separarci: ci assegnava poche missioni, tutte noiose e logoranti. Roba da scribacchini, non da agenti speciali. Al lavoro, Milly passava più tempo nell’ufficio di Jorgeson che nel suo.
Fra noi c’era sempre più tensione. Alla fine fu lei a chiedere di cambiare compagno.

Io non protestai, non provai nemmeno a parlarle. Continuai a lavorare come se non fosse successo niente, da vero professionista. Ma Jorgeson riuscì a convincere le teste d’uovo della Difesa che il mio programma costava troppo e riuscì a farmi perdere il lavoro. Una mattina infilarono le mie cose in una scatola e mi sbatterono la porta sul muso.
Non sapevo che fare; uno come me non si adatta alla vita di fuori. Non mi ci vedevo con una famiglia, a giocare con i bambini, per non parlare delle gite al parco la domenica. Non è roba per me.

Così diventai randagio. Giro per le stazioni, cerco di continuare a viaggiare, anche se a scrocco.
E aspetto l’occasione buona.

Perché Jorgeson non la passerà liscia, ve l’assicuro. Lo so che sembro solo un barboncino dal pelo sporco. Parlo solo perché mi hanno lasciato addosso il collare bionico, ma ho ancora il mio lavoro.

Prima o poi verrà quel bastardo sarà fermo sul marciapiede, ad aspettare il treno quando io sarò nei paraggi. Nessuno farà caso ad un cagnolino inoffensivo che scodinzola fra i passanti, così come nessuno badava al barboncino che Milly teneva sulle ginocchia.   

E quando succederà, non ci sarà nessuno abbastanza svelto da impedirgli di fare un passo e attraversare i binari.

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