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lunedì 10 dicembre 2012

Il Tunnel



La luce cupa del tramonto illuminava solo le cime delle montagne. I pendii, aspri e scoscesi, erano già immersi nel chiarore grigiastro che segue il calar del sole.
Pochi prati brulli, intervallati da chiazze di bosco spogliato dal gelo, e qua e là punteggiati di gruppetti di case; la striscia d’asfalto dell’autostrada si snodava sospesa su vallate oscure e spopolate.
Luca guidava concentrato; il tratto che sale verso il valico appenninico non consente distrazioni. Accanto a lui, Laura osservava il paesaggio selvaggio e i pochi camion che arrancavano lenti sulla corsia di marcia.
Avevano spento la radio, dopo aver provato inutilmente a sintonizzarla.
“Certo che se completassero questa variante di valico…” attaccò Laura. Il silenzio in quel momento le sembrava pesante, come il cielo che si addensava di nubi.
Luca rispose con un mormorio di assenso. Una manciata di grosse gocce di pioggia si sfracellarono sul parabrezza; il tergicristallo le trasformò in altrettante strisciate.

Laura rinunciò alla conversazione, lasciando vagare il pensiero. Immaginò cosa avrebbero fatto nel fine settimana di relax che li aspettava. Ne aveva bisogno; due lavori, tre figli, una quantità incalcolabile di sonno arretrato.
Il fruscio delle ruote sull’asfalto la cullò. Aprì gli occhi all’improvviso, consapevole di aver dormito al massimo qualche minuto. Era ancora chiaro, anche se di lì a pochi minuti sarebbe calato il buio.  La luce dei fari che si rifletteva sull’asfalto bagnato.
Vide i segnali gialli e neri di un cantiere. La strada si biforcava.
“Va a sinistra!” disse a Luca. “Evitiamo di incolonnarci con i camion.”
“Ok.” Rispose lui, prendendo la corsia di sorpasso. La strada si separò.
Laura guardò il percorso che avevano lasciato: proseguiva in un lungo viadotto. Tutto il traffico aveva scelto quella direzione, lasciandoli soli sulla carreggiata.
Entrarono in un tunnel. Largo, tre corsie, con le luci azzurre a risparmio energetico.
“Dev’essere nuovo.”
“Pare di sì”. Luca accelerò, approfittando della strada sgombra.
La galleria era in lieve salita. Il tracciato era tortuoso, ma le curve larghe incitavano a correre.
Per diverso tempo Luca proseguì la marcia, soddisfatto di quel nuovo tratto di variante che gli avrebbe fatto risparmiare un sacco di tempo. Si rilassò, allungò un braccio per fare una carezza a Laura, che ricambiò stringendogli la mano.
Pensarono entrambi che sarebbe stato un bel weekend.
L’illuminazione della galleria si interruppe all’improvviso. Il cono dei fari si rifletteva sull’asfalto scuro, solcato dalle linee bianche. Luca notò che non c’erano catarifrangenti sul bordo della galleria.
“Le solite cose all’italiana” bofonchiò. “Si aprono tunnel finiti a metà.”
“Che incoscienti.” Commentò Laura “Fai piano, per piacere.”
Lui rallentò un pochino. Proseguirono in silenzio per qualche minuto.
Il tunnel sembrava davvero molto lungo; Luca perse il conto delle ampie curve che si susseguivano a destra e a sinistra senza un’apparente ordine logico.
Poi la carreggiata si restrinse. 
Luca rallentò bruscamente: senza alcuna segnalazione la corsia di destra era confluita in quella centrale.
“Ma che razza di segnaletica! Al buio, senza un cartello…”
“Ma sei sicuro che sia la strada giusta?”
Il commento di lei lo innervosì. “Laura ma che dici? Siamo ancora in autostrada, dove potrei aver deviato?”
“Non lo so. Ma è strano, il tunnel è buio, mancano i segnali…”
Lui continuò a guidare in silenzio. Si domandò se avessero superato qualche veicolo da quando era iniziato il tunnel, ma non riusciva a ricordarselo. La strada comunque era deserta davanti e dietro di loro.
Inconsciamente, accelerò. Gli sembrava che la strada adesso scendesse lievemente, ma non era sicuro. Al buio era difficile dirlo, la prospettiva era ingannevole.
Quando il tunnel si ridusse ad una sola corsia, di nuovo senza alcun preavviso, Luca sentì una morsa serrargli lo stomaco. Irrazionalmente, pensò che sarebbe stato impossibile voltare la macchina per tornare indietro.
Come se gli avesse letto nel pensiero, Laura disse: “Luca rivoltiamo?”
“Amore siamo in autostrada, dentro una galleria. Mi dici come faccio a tornare indietro? Finché non usciamo si può andare solo avanti, no?”
“Sì, sì…” rispose lei con la voce tesa. “Ma quanto dura?” chiese dopo un po’.
“Finirà pure ‘sto tunnel, quanto vuoi che ce ne sia ancora? Rilassati, dai. Metti su un CD, ti va?”
Non le andava, ma fece come diceva lui.
La musica riempì l’abitacolo e scacciò il silenzio. Due canzoni dei Pink Floyd  suonarono per intero prima che Luca cominciasse ad essere veramente preoccupato.
“Laura” domandò con la voce tesa. “Non ti ricordi mica qualche cartello, un segnale di divieto, prima che entrassimo?”
“No.” Disse lei.
Due brusche curve a sinistra lo costrinsero a rallentare ancora. Poi la strada scura proseguì diritta per un paio di chilometri.
“Sei sicura?” domandò di nuovo Luca
“Come faccio ad essere sicura?” Sbottò. “Guidavi tu, io dormivo a tratti!”
Poi iniziò a piangere piano.
“Laura, per piacere” fece lui, carezzandole un ginocchio con la mano. “Cerchiamo di stare tranquilli, va bene? Siamo in autostrada, mica in una miniera!”.
Quelle parole suonarono sinistre alle sue stesse orecchie. Si pentì di averle dette e si concentrò sulla strada, cercando di scorgere qualunque segnale che indicasse una località, una distanza, o la presenza di un cantiere.
Ma ai lati della corsia non c’era niente, se non la parete che scorreva veloce e sempre uguale.
Dopo un po’, Luca si accorse di qualcosa che gli fece accapponare la pelle.
Il tunnel sembrava scavato direttamente nella roccia. Non c’era il cemento levigato tipico delle gallerie autostradali. Solo la pietra nuda, spigolosa.
L’impressione di discesa ora era diventata più forte: anche con pochi punti di riferimento, Luca era sicuro che stavano scendendo parecchio.
Strinse forte il volante, concentrandosi sulla guida. Accelerò ancora: da qualche parte dovevano pur sbucare.

Quando si accese la spia della riserva, Laura se ne accorse e ricominciò a piangere.
Luca guardò l’orologio: segnava le 18.42; erano entrati nel tunnel nel momento in cui iniziava a far buio, al massimo le sei.
Quasi un’ora là dentro, ad una media di almeno cento all’ora. Ma dove esisteva un tunnel tanto lungo sotto l’Appennino?
Strinse la mano di Laura. Le curve continuavano a presentarsi una dopo l’altra, a volte ravvicinate, altre intervallate da lunghi tratti di rettilineo.
Laura disse di nuovo, stancamente, che era voleva tornare indietro. Luca le spiegò ancora che non era possibile.
Erano andati troppo avanti, avevano alle spalle decine di chilometri di strada buia e tortuosa; farla in retromarcia era un suicidio. E ormai erano a metà della riserva.

Pochi minuti dopo, la strada prese a salire.
Era una pendenza lieve, costante.
La spia della benzina iniziò a lampeggiare. Percorrevano adesso un lungo, lunghissimo rettilineo pianeggiante; i fari non riuscivano a penetrare il buio che inghiottiva il nastro d’asfalto scavato nella roccia, sempre uguale a sé stesso.
Alle nove e venti la macchina sussultò un paio di volte. Laura urlò di paura. Lui gridò di rimando, cercando di calmarla.
Quando il motore si fermò del tutto, spegnendosi, singhiozzavano entrambi.
Luca tentò di riaccenderlo, istericamente, con rabbia. Gli venne in mente che stava scaricando la batteria e si fermò di colpo. Senza la luce dei fari, sarebbero rimasti al buio.
Provarono i cellulari, la radio. Sapevano che era inutile.
Rimasero in silenzio, cercando di individuare un barlume di luce alle loro spalle, o un rumore di veicolo in avvicinamento. Ma il tunnel era deserto, lo era sempre stato fin dall’inizio.
Irrazionalmente, Laura bloccò le portiere della macchina. Quando Luca propose di aprire il finestrino, ebbe un attacco di panico e gli piantò le unghie nella mano, facendogli male.
Intorno alle undici i fari si affievolirono. Prima di mezzanotte si erano spenti del tutto.
Il buio era totale, assoluto. Luca e Laura si abbracciarono stretti. Solo i singhiozzi di lei impedivano al silenzio di entrare nell’abitacolo.

Dopo un po’ Luca tirò fuori il cellulare e fece luce.  
Incurante delle reazioni di Laura, aprì la portiera e illuminò l’asfalto.
“Luca che fai?” Gridò lei.
“Amore, se restiamo qui dentro siamo spacciati. Dobbiamo cercare di andare avanti.”
“Avanti dove? Mi dici dove?” Aveva più di una nota di isteria nella voce.
“Ascoltami. Qualcuno ha scavato questo tunnel, va bene? Devono esserci delle uscite di sicurezza, pozzi d’aereazione, buchi per i cavi. Tutte queste cose comunicano con l’esterno. Dobbiamo trovare qualcosa del genere, hai capito?”
Lei cercò di calmarsi. Luca la sentiva respirare a fondo.
“Hai ragione. Va bene.”
“Brava. Dai, scendiamo.”
La luce del telefonino sulla strada gettava un sinistro cerchio bluastro, che risaltava appena nel buio impenetrabile.
Luca guardò a terra: era asfalto normalissimo, fatto di minuscoli sassolini neri. La striscia bianca era di vernice grossolana, come in una qualunque strada.
“Andiamo” disse lui. Si misero in cammino; non richiusero gli sportelli.
Il rumore dei loro passi sull’asfalto echeggiava in maniera sinistra nel tunnel. L’aria era umida; faceva freddo, ma non quanto si sarebbero aspettati in pieno inverno sugli Appennini.
Luca si spostò verso la parete. Lì non c’erano marciapiede né altre strutture di servizio. Solo la roccia, nuda e viscida al tocco. Cercò di illuminare la pietra, ispezionandola palmo a palmo. Non c’era traccia di cavi o nicchie.
Continuò a camminare rasente al bordo, mentre Laura si teneva al centro della strada, terrorizzata all’idea di avvicinarsi a quelle rocce fredde. Palpava ogni centimetro della parete, sporcandosi le mani di fanghiglia e di acqua gelida.
Perse la cognizione del tempo. Si immaginò le tonnellate che avevano intorno in ogni direzione, una gigantesca tomba. Scacciò il pensiero, si concentrò sulla parete.
Gli era parso di vedere qualcosa, come uno scalino. Ci mise un piede, provò a tirarsi su.

Sentì uno strillo acutissimo provenire dalle sue spalle. Era la voce di Laura. Squarciò il silenzio assoluto come un lampo nella notte. Sembrava il grido di un pazzo.
Le gambe gli si piegarono e fu scosso da un brivido di terrore puro. Un fiotto caldo di urina gli sfuggì, mentre lo stomaco si stringeva in un nodo doloroso.
Cercò di rialzarsi. Chiamò disperatamente il nome di lei, ma non ottenne risposta.
In preda al panico, corse nel buio, cercando di illuminare la strada con il cellulare. La luce bluastra non andava oltre poche decine di centimetri. Si vedeva solo l’asfalto nero e la striscia bianca, una linea infinita ai bordi della carreggiata.
Corse verso la direzione da cui erano venuti a piedi, chiamando disperatamente sua moglie. Cercava di scorgerne il corpo riverso a terra. Magari un insetto o un pipistrello l’avevano colpita e lei era svenuta.
O magari c’era qualcosa, nel buio. Qualcosa che l’aveva presa di sorpresa e…
“Controllati!” disse a sé stesso, ricacciando il panico che montava.
La luce del cellulare si affievolì.
Luca guardò lo schermo, dove l’indicatore rosso della batteria scarica lampeggiava sinistramente.
Iniziò a singhiozzare. Piangendo, chiamava Laura. La supplicava di non lasciarlo solo. Di venirlo a prendere.
Fino all’ultimo barlume di luce cercò di illuminare la strada, abbassandosi progressivamente per vedere.
L’ultimo guizzo del display illuminò le sue mani poggiate sull’asfalto.
L'oscurità era totale, il silenzio assoluto. Luca si inginocchiò a terra, sentendo attraverso i jeans il freddo ruvido della strada. Avrebbe voluto provare a raggiungere la macchina, ma non era più sicuro della direzione da prendere.

Rimase in silenzio. C’erano altri suoni oltre al suo respiro? O li immaginava lui, li generava nella sua mente terrorizzata? Aprì gli occhi: la tenebra ora non era più completa. C’era una minima, quasi impercettibile fonte di luce. C’era qualcosa che strisciava lentamente?
Spalancò gli occhi, concentrandosi sul flebile bagliore rossastro che, ne era certo, stava vedendo davvero.
Si sollevò a sedere, il cuore che gli martellava in petto, rimbombandogli nelle orecchie.
Due punti rossi avanzavano verso di lui. Chiari, nitidi.
Senza prospettiva, senza riferimenti, potevano essere lontani decine di chilometri, nelle profondità del tunnel, o ad un palmo dal suo viso.
Un lamento gli uscì dalla bocca. I punti rossi si ingrandirono.
Il gemito di Luca divenne un urlo incontrollato, come quello – “Oddio”, pensò – come quello di Laura.
Zanne aguzze e calde, gli si conficcarono in gola.

Poi il silenzio tornò di nuovo assoluto.


Parole chiave: racconti, horror, tunnel, claustrofobia