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giovedì 20 dicembre 2012

La luce dentro

Per non dimenticare quello che è successo nell'inverno del 1943.


 
Laura spinse con forza il vecchio portone, spalancandolo a fatica.
Appena varcata la soglia l’aria del primo mattino la investì, densa di fredda rugiada; si strinse nel cappotto, aggiustando la sciarpa e i lunghi capelli.  Poi si avviò con decisione lungo le pietre irregolari del selciato.

Dal basso le giunse il suono maestoso della risacca, un ritmo ancestrale di battute lente e gelide, intervallato dalle strida dei gabbiani. Cercò nel vento l’odore del mare.
Sentì i richiami degli uomini, il sussulto regolare dei motori, le grida festose degli uccelli. Erano i suoni dei pescherecci che rientravano dopo la notte. Intorno a lei il mondo si stava svegliando.

Come ogni giorno si diresse verso il centro del villaggio; il camioncino di Roland arrancava sferragliando per salire verso la piazzetta. Gerard, il proprietario del bistrot, l’aveva sentito e stava sistemando i tavoli all’esterno. Da anni, il rumore di metallo trascinato sul porfido era la sveglia per gli abitanti di Saint Grené.

L’ultimo tratto della viuzza era piuttosto ripido. Laura lo affrontò rallentando leggermente, inspirando con forza l’aria ancora fredda. Sentì il gelsomino dei suoi vicini che salutava il nuovo giorno con il suo profumo più dolce.

Un passo risuonò dietro di lei, lento ma sicuro. Una voce familiare la salutò.
“Buongiorno Mademoiselle. Che fortuna incontrarla.”
“Buongiorno a lei, signor Perrot.”
“Che magnifica giornata, vero? Fa ancora freddo, ma presto il sole si farà sentire.”
Laura adorava il signor Perrot. Aveva uno spirito cristallino e novanta splendidi anni. 
“Posso avere l’onore di accompagnarla?” domandò lui, ripetendo ancora il gioco di ogni mattina.
Laura sorrise e si lasciò accompagnare fino al tavolino del bistrot. Si accomodarono insieme.

Gerard giunse immediatamente. I croissant erano caldi e profumati. La pasta, soffice e leggera, si svelava quando la superficie fragrante veniva rotta, lasciando affondare i denti in una crema dolce e succulenta, quasi liquida. Quella ricetta era l’orgoglio di Gerard; la faceva lui stesso, con le uova delle sue galline. Ogni mattina riempiva le paste di Roland con la sua crema speciale.

Laura si rilassò; il cuore del croissant le inondava il palato di una cascata deliziosa; la sfoglia morbida assorbiva il dolce impasto, prolungando il piacere del contatto, trattenendolo sulla lingua, costringendo le labbra a centellinare ogni boccone come un lunghissimo bacio. Molti definivano le paste di Gerard un afrodisiaco.

Davanti a lei, il signor Perrot era già al secondo pezzo.
Sulla piazza i ragazzini che aspettavano il torpedone giocavano a rincorrersi, fra grida di gioia e lanci di cartelle.

“Che invidia!” fece il signor Perrot. “Per loro la vita è ancora un gioco.”
“Signor Perrot” attaccò la ragazza “Non provi ad imbrogliarmi. Lei ha ben poco da invidiare ai fanciulli. Il suo gioco dura da novant’anni.”
Lui ridacchiò compiaciuto.
“Devo ammettere” disse allegramente “che alla mia età mi diverto ancora abbastanza.”

I due rimasero in silenzio, assorti nei propri pensieri, sorseggiando il caffè caldo e profumato.
Il Signor Perrot spesso immaginava i propri ricordi come un montaggio di vecchi film, tanto che non sapeva più dire con certezza se quelle immagini non fossero in realtà sogni, invece di memorie.

Ma il passato era qualcosa di dolce a cui abbandonarsi, come la crema di Gerard; ti portava la mente in alto, a librarsi con i gabbiani, a fremere nel vento.

Quei pensieri liberi, fluidi e volteggianti, erano qualcosa che il vecchio e la ragazza condividevano.
Forse era quello che ogni mattina, con una scusa o l’altra, li conduceva a ritrovarsi insieme a quel tavolino. Quel bisogno di recidere i legami che ancorano il corpo alla terra, di sentire la zavorra dell’anima che si scioglie e ruzzola via, per lasciarla libera di cantare nello spazio infinito a cui appartiene.

Il sole salì sopra i tetti del villaggio e il suo calore inondò il viso di Laura, carezzando la pelle pallida e le labbra sottili.

Fu allora che cominciò.
All’inizio non fecero caso al rumore dei motori, ma poi attaccarono gli spari, le grida di terrore e quelle secche degli ordini. In un attimo la piazza si svuotò. I ragazzini rientrarono nelle case. Le imposte vennero sprangate e le porte serrate.
Gerard rimase per qualche istante in piedi sulla porta del bistrot, poi corse dentro anche lui. Tirò giù bruscamente la serranda, incurante dei tavolini lasciati fuori.

Laura e il signor Perrot, seduti al tavolino, erano le uniche persone presenti quando la camionetta giunse nella piazza, vomitando soldati tedeschi che a loro volta rigurgitavano rabbiosi e violenti comandi.
Il manipolo di uomini si mise in marcia, facendo rimbombare le antiche pietre di un suono innaturale, straniero.
Si avvicinavano. Laura  si domandò perché dovessero sempre gridare qualcosa. Sembravano averne bisogno, come se temessero, nel momento in cui non ci fosse più stato qualcuno a strillare, di dissolversi nel nulla. Come la nebbia o i fantasmi.

Le mani che l’afferrarono invece erano reali. Sentì la voce del signor Perrot.
“Lasciatela stare. Non vedete che…”
La frase fu interrotta da un manrovescio, seguito da un diluvio di parole abbaiate con rabbia. 
Laura sentì che le fischiavano le orecchie.
Altre mani la presero, senza alcun riguardo per ciò che toccavano. Venne afferrata come si fa con un animale e questo la fece sentire così.
La sollevarono, mentre lei si dibatteva per mantenere l’equilibrio.
Un ceffone la colpì sotto l’occhio sinistro.
Sentì la sua sedia che si rovesciava e il sangue caldo che le colava dal labbro. Lo assaporò, si stupì di quanto forte fosse il contrasto con il sapore della crema di Gerard, che aveva ancora sul palato. Sembrava il ricordo di un’altra vita.

La trascinarono via, le gambe a penzoloni che sbattevano sulle pietre della piazza. Non sentiva male.
Percepiva le facce dietro alle stecche delle persiane. Volti che non aveva mai visto, ma conosceva ad uno ad uno, per averli accarezzati dolcemente con le dita sottili, fissandoli nella sua memoria di cieca.
Quelli che si nascondevano oggi nel buio delle loro case, mentre lei veniva predata dagli animali in divisa, erano gli uomini e le donne che avevano condiviso la sua difficile vita, buia e piena di luce allo stesso tempo.

Fra i tavolini rovesciati del bistrot il signor Perrot era a terra, morente. Veniva finito a calci. La sua era l’unica voce che si era levata per difendere un brandello di dignità. La bocca, piena di denti spezzati, rantolava ancora qualcosa che nessuno poteva più comprendere.

Gli altri erano tutti muti. I cittadini di Saint Grené che avevano spinto la sua sedia a rotelle per le viuzze, condividendo la leggerezza della sua anima rinchiusa in un corpo pietrificato, ora restavano al sicuro, guardando quel corpo trascinato in mezzo alla piazza.
Restavano nascosti e immobili, guardavano la donna, che era stata una di loro e che ora veniva dilaniata da un branco umano.

Oggi erano loro i paralitici. Inabili a muoversi, impediti nell’agire. Ma non erano diventati ciechi.
Incapaci anche di distogliere lo sguardo, registravano ogni dettaglio, sapendo che mai avrebbero potuto dimenticare.  Maledicevano le loro palpebre spalancate, la luce degli occhi che non si affievoliva, la stessa coscienza che restava presente e vigile.

La violenza era brutale e durò per molto tempo. A nessuno di loro fu possibile distogliere lo sguardo.

Dopo, i soldati si ricomposero alla meglio, ripulendosi della poltiglia sanguigna che avevano sulle mani.  
Risalirono sulla camionetta, ammucchiati come cani, spintonando e urlando, ridendo e bestemmiando. L’automezzo li portò via, il rumore del motore si affievolì, scomparve.
Giunse impietoso il silenzio, spazzando via ogni meschina scusa, ogni parvenza di giustificazione.
Nella luce netta e limpida del primo pomeriggio giacevano due corpi, uno nudo e dilaniato, l’altro ridotto in brandelli insanguinati.

L’incantesimo si spezzo e ognuno fu libero di muoversi. Il manto della paura si sollevò e al suo posto calò il livido sudario della vergogna. Le case rigurgitavano uomini spenti, schiacciati dal peso di una colpa che aleggiava nell’aria, calava per posarsi su ogni anima come una polvere eterna.

Tardive mani raccolsero, ricomposero, custodirono i resti. Le lacrime si mescolarono all’acqua, lavando via il sangue, ma solo quello. 
La luce del giorno pian piano si affievoliva.

C’era stata, poco prima, un’altra luce. Una luce di dentro, nascosta in quei corpi spezzati.
Invisibile, ma che ognuno poteva guardare con altri occhi.
Quelli che ora osservavano, impotenti, scendere il buio dell’anima.


Parole chiave: racconti, stragi naziste, guerra, colpa, vergogna, inverno 1943