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mercoledì 5 dicembre 2012

Gli inverni di Nishapur



Questo racconto è dedicato all'anniversario della morte di Umar Khayyam, il grande matematico e poeta persiano i cui versi hanno ispirato Guccini e De André.
Questo post è stato scritto per il carnevale della matematica #56, che verrà ospitato da Scienza e Musica
 
« Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene:
su passato e futuro non far fondamento
vivi dell'oggi e non perdere al vento la vita. »             

Il vecchio posò il foglio di pergamena e si strofinò gli occhi stanchi.
Lo rileggeva spesso.  Ogni volta gli pareva che, fra i suoi scritti, quelle parole di tanti anni fa fossero le più vive. Le più vere.
Umar, con acuta retorica e solide argomentazioni, aveva condotto a termine centinaia di dimostrazioni. L’aveva fatto per il diletto di principi e re, nelle corti di Samarcanda e di Isfahan.
Per anni vi si era dedicato dalla prestigiosa cattedra di Merv, donandoi suoi anni migliori al compito di placare la sete di conoscenza di generazioni di studenti.
L’aveva fatto per sé stesso, in segreto, nelle notti lunghe e scure della dittatura, ridotto al silenzio dall’intransigente censura sunnita.  

Ma di mostrar la verità di quelle sue parole, non ne aveva avuto alcun bisogno. Di quella dimostrazione si era incaricata la sua stessa vita.
Insegnandogli che le alterne vicende degli uomini e degli imperi sono come gli strani inverni di Nishapur, la sua Nishapur, eternamente sospesa fra le dolci, carezzevoli brezze dell’oceano e le gelide sferzate del vento d’Asia.   
E quegli inverni spiegavano che del sole di oggi non potrai godere domani, che non v’è riparo per proteggersi dalla pioggia già caduta.

Umar sorrise stancamente, aspirando la fragranza delle sue adorate rose. Di tutto quel che gli avevano insegnato i suoi viaggi, di tutte le meraviglie che aveva conosciuto con gli occhi della mente, ciò che davvero contava lo scopriva sedendo nella veranda di casa.
“Discorsi da vecchio” disse a sé stesso il Grande Matematico.

Sparsi per terra, fremevano al vento dell’est gli appunti, le formule, i calcoli del Maestro. Molti di quei fogli, copiati all’infinito nei più remoti angoli dell’occidente, avrebbero guidato per secoli le menti più brillanti di Persia, illuminando la via della scienza dell’Islam, rischiarando il cammino del Rinascimento.
Nei fogli, le equazioni e le curve si intrecciavano ai teoremi; il vento bramava di rapire entrambi, librandoli nello spazio infinito.
Pensò che poteva descrivere la traiettoria del volteggio di un papiro nella brezza, o del volo di un uccello nel cielo.
Le sue equazioni guidavano il viaggio delle foglie morte nell’aria, verso il sonno dell’inverno; spiegavano la magie di un volteggio di petali di rosa, sparsi nel vento di primavera perché incorniciassero il volto di una fanciulla.

Eppure, non raccontavano nulla della vita o della morte. Di quel Dio, che ogni popolo reclamava come proprio e che a lui sfuggiva. Quell’essere supremo che di nessuno pareva curarsi, lasciando al caso il compito di rimestare genti ed imperi nell’immenso calderone in cui ribolle la vita.

Tracannò un sorso del suo amato vino rosso. Rabbrividì, sentendo contemporaneamente un gradevole tepore spandersi del suo vecchio corpo bistrattato.
Strani gli inverni, a Nisphapur.

Respirò ancora il profumo di rosa. Gli sarebbe piaciuto che un giorno qualcuno potesse dare il suo nome ad una rosa, magari una specie nuova, mai sbocciata prima.
“Discorsi balordi, da vecchio rimbambito!” gridò di nuovo, facendo spaventare i passeri che cercavan briciole sul selciato della strada.

Bevve ancora, un sorso più lungo.
Che era quella malinconia, quel senso di fatalismo, di presagio?
Si metteva a filosofeggiare sulla vita e sulla morte, lui che mai aveva rivolto un pensiero al cielo?
“Ah, ma al vino e al denaro, ne ho rivolti eccome!” disse senza saper perché, rivolgendosi a chissà chi, chissà dove.

Rabbrividì ancora. Meglio rientrare, pensò. Non ho più vent’anni.
Ottantatré, ne aveva.
E a quell'età gli inverni di Nishapur, anche se strani, era meglio prenderli sul serio.


Parole chiave: storia della matematica, algebra, carnevale, il Poeta Persiano