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giovedì 10 gennaio 2013

Chiacchiere da Bar



Questo racconto partecipa al concorso "70 ore nel futuro" organizzato dall’associazione culturale Karemaski Multi Art Lab 
L'incipit, previsto dal bando e riportato in corsivo nel racconto, è di Alfredo Castelli

“Prima di cominciare, è necessario che vi riassuma la situazione dell’astronautica nel suo periodo pionieristico. La ricerca di informazioni si fa infatti di giorno in giorno più difficile, come potrete constatare consultando Internet, e – ancor peggio – sono ormai pochi coloro che, come me, sono ancora in grado di ricordare come si sono svolte esattamente le cose. Ci sono buone probabilità che leggendo dubitiate della mia sanità mentale, ma non posso fare altro se non esporre le vicende come le ho vissute di persona.
La cosiddetta “era spaziale” ebbe inizio il 4 ottobre 1957. Con grande sorpresa dei sovietici, che si ritenevano all’avanguardia nel campo, la NACA (poi NASA) annunciò di aver messo in orbita il primo satellite artificiale. Si chiamava “Travelmate” , era costituito da una sfera di alluminio di 58 centimetri di diametro; conteneva due trasmittenti e un termometro, e comunicava per mezzo di quattro antenne. Fu l’inizio della corsa allo spazio: il primo satellite russo entrò in orbita il 31 gennaio 1958, ma quando ormai le forze sembravano in parità, il 12 aprile 1961 la navicella “West 1” si staccò da Cape Canaveral con a bordo il Maggiore George Loon, e in 88 minuti percorse un’orbita intorno alla terra raggiungendo i 302 chilometri di altitudine.”

La ragazza al banco, avvolta in una tunica sporca, interruppe il vecchio chiedendogli se volesse ancora da bere. Lui fece cenno di sì con la testa.

Nel bar c’era un sacco di gente e intorno alla seggiola sgangherata dove stava appollaiato si erano radunati almeno una ventina di giovani. Era difficile che i sopravvissuti avessero voglia di parlare e, quando lo facevano, quasi tutti bofonchiavano frasi senza senso.

Lui invece parlava come se stesse tenendo una conferenza:
“La versione ufficiale è diversa, ma è del tutto falsa. Naturalmente, sono i vincitori a scrivere i libri di storia.”

La porta dell’unico stanzone di cui era composto il locale si aprì con gran fragore di legno e lamiera, lasciando entrare una torma di bambini cenciosi e una folata di polvere calda.
Il padrone, un uomo corpulento e sudato, si piazzò in mezzo al corridoio sbarrando l’accesso.   
Uno dei ragazzini, appena più grande degli altri, gli si fece sotto. Gli arrivava a malapena alla cintura, ma non sembrava per nulla intimorito. Aveva lo sguardo fermo e inespressivo.
“Abbiamo fame” disse con tono risoluto.
“Chi paga?” domandò l’uomo
“Per favore” 
“Niente soldi, niente cibo. Conosci le regole.”
Rimanendo in silenzio, il ragazzino perse la sua aria da duro e tornò ad essere soltanto un orfano di dieci anni che rischiava di morire di fame.
Tutti nel bar stavano guardando la scena. Il bambino rimase in silenzio e per un attimo sembrò che stesse per mettersi a piangere.
Poi abbassò la testa e disse soltanto:
“Capisco.”
Si voltò verso la porta. I suoi compagni fecero lo stesso. Uscirono in silenzio a testa bassa, lasciandosi dietro un drappo livido di silenzio.

 Il vecchio tracannò un sorso della birra allungata e calda che gli avevano portato.
“Dura la vita degli orfani al giorno d’oggi.” Disse parlando a sé stesso. Ruotò lo sguardo su quegli che gli stavano intorno e riprese:
“Ma alla fine degli anni ‘60 era peggio. La guerra era ovunque. Io scampai al fronte per via della mia gamba, rovinata dalla polio quando ero ragazzo. Per buona parte della guerra ho vissuto  in campagna, lontano dai combattimenti più brutti. Per questo ancora un bel ricordo del mondo di prima.  Quello che non è stato riscritto, capite.”

“Ehi!” Tuonò il barista che stava seguendo la conversazione. “Non voglio guai qui dentro, chiaro?”
Il vecchio lo ignorò.
“Conoscete la storia dell’Eagle? Il missile che i Russi hanno lanciato nel luglio del ’69 sulla Luna, imbottito di tutte quelle nuove, micidiali testate?”

Un mormorio si diffuse fra gli ascoltatori. Il barista smise di lucidare i boccali con il suo straccio lurido e si avvicinò.
“Avete capito bene, sì. Fu così che vinsero la guerra, quei bastardi. Fino ad allora intorno alla terra ruotava un satellite di tutto rispetto, invece che questa poltiglia di asteroidi che ci cadono in testa. La Luna plendeva in cielo tre settimane al mese, con  la sua dolce luce argentata.”

“Adesso basta!” gridò il barista. “Vai fuori di qui a vendere le tue frottole, forza.”
Il vecchio  si alzò controvoglia e si avviò verso la porta.
Quando fu sulla soglia si voltò e parlò di nuovo, alzando la voce:  
“Sissignori! E’ la pura verità. Non è sempre stato così! La Terra era il giardino del sistema solare, non il lurido deserto di oggi, butterato di crateri e con l’atmosfera infestata di polvere.”

“Ti ho detto di andartene!” Gridò nuovamente il padrone del bar
“Col cavolo che me ne vado! La gente deve sapere, tutti loro” disse indicando intorno con la mano.

Nel bar, come in quasi tutto il Texas, c’erano solo ragazzi. Erano nati durante la guerra, sopravvissuti perché troppo piccoli per combattere. Quella era la prima generazione umana composta quasi interamente da orfani; del mondo conoscevano solo quello che c’era su internet o sui libri.

“Tutto riscritto dai Russi!” Il vecchio aveva alzato le mani al soffitto e urlava senza ritegno.
“Prima delle tempeste di meteoriti c’erano campi, fiumi e foreste, ben più estese e rigogliose delle zolle terraformate su Marte, ed il cielo era azzurro come l’acqua degli oceani. Quelli sì che erano sterminati, arrivavano a coprire più della metà del pianeta; niente a che vedere con le pozzanghere verdastre marziane, che seccano ogni tre mesi!”

La porta della taverna si spalancò di nuovo.
Due poliziotti entrarono e afferrarono il vecchio per le spalle. Una stella rossa spiccava sulle uniformi grigie,  come una macchia di sangue rappreso, circondata dalle scritte in cirillico.
“Che sta succedendo qui?” domandarono bruscamente. “Chi ha autorizzato questa riunione?”
Il vecchio rimase in silenzio, l’euforia svanita di colpo. Tremava visibilmente mentre cercava di allontanare il volto da quello del poliziotto.
“Non c’è nessuna riunione, compagno.”
Il barista si fece avanti con calma, asciugandosi le mani sul grembiule bisunto. “Il signore qui se ne stava andando.”

“Nessuno esce finché non abbiamo chiarito le cose.”
Il più anziano dei due poliziotti si rivolse al prigioniero, guardandolo dritto degli occhi. Parlava un inglese perfetto, privo di inflessioni.
“Abbiamo sentito delle frasi sospette entrando. Vuoi ripeterci di cosa stavi parlando?”
“Io… io…” iniziò lui con voce flebile.
“Parla chiaramente e a voce alta, prego.”
“Non… ho fatto niente di male”
“Questo lo stabiliremo. Ripeti ciò che hai detto.”
Il vecchio cominciò a piagnucolare.

L’altro poliziotto si diresse al tavolo più vicino e mise una mano sulla spalla di una delle ragazze che vi stavano sedute.
“Signorina, vuole alzarsi prego.”
La ragazza si alzò. Era rossa di capelli e pallida in viso.
“Come si chiama?”
“Eleanor Pearson”
“Vive qui a Huston?”
“Si.”
“Ci dica cosa ha sentito prima che noi entrassimo nel locale, prego.”
“Non… non sono sicura di ricordarmi” disse la ragazza distogliendo lo sguardo dagli occhi del poliziotto.
“Capisco” fece lui. Un istante dopo, un violento manrovescio si abbatté sul viso della giovane, facendole ruotare la testa.
Quando la riportò in avanti, un rivolo di sangue le scendeva da un profondo taglio sul labbro inferiore.
“Ricorda meglio adesso?” domandò il poliziotto con tono inespressivo.

“Parlava della guerra.”
La voce veniva dal centro del locale. Il poliziotto mollò la ragazza, che crollò sulla sedia e iniziò a piangere, e si avvicinò al giovane che aveva parlato.
Era un tipo ben piazzato sulla trentina, vestito con un paio di jeans scoloriti e una camicia a scacchi.
“Continui, prego.” Disse il poliziotto.
“Ha raccontato alcune vecchie storie, niente di più. Le solite chiacchiere da bar senza importanza. Nessuno gli ha dato retta.”
“Decido io se le chiacchiere hanno importanza. Riferire, prego.”

Il ragazzo riferì , tutto quanto.
Quando arrivò  alla storia della Luna, distrutta dai Russi nel ’69, il poliziotto lo interruppe.
“Basta così.”
Ruotò sui tacchi e portò il viso ad un palmo da quello del vecchio.
“In nome dell’Impero Socialista Sovietico, con l’autorità del Commissario Politico del Texas Orientale, sei tratto in arresto per il reato di apologia di falso storico.”
Il vecchio non rispose. I poliziotti lo trascinarono via senza che opponesse alcuna resistenza.

Nel bar tutti rimasero zitti e per qualche istante regnò di nuovo un silenzio innaturale. Poi il consueto chiacchiericcio lo riempì lentamente, come l’acqua melmosa di uno stagno.

Fuori la polvere rotolava ovunque, spinta dal vento incessante.
Una densa cortina marrone ricopriva il cielo, dove brillava soltanto un pallido sole.