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giovedì 31 gennaio 2013

Il negozio di ceramiche



Il paese gli era piaciuto subito.
Scendendo dal vagone del treno, percorrendo l’unico marciapiede della stazione, gli aveva dato un’impressione armoniosa e soave, come un luogo senza tempo.
Ed era quello che ci voleva, un posto dove perdersi.

Il borgo antico, cinto di mura solide e ben tenute, sorgeva in cima ad una collina.
Marco si era diretto verso una delle porte dagli enormi battenti spalancati.
Legno solido, millenario, irto di spuntoni di ferro.

Attraversato il varco la città vecchia si schiudeva come uno scrigno.
Dedali di viuzze a picco sul mare azzurro, mosaici di tetti di tegole rosse dai piani sfalsati, alternati alle facciate in pietra e alle ringhiere in ferro battuto. Ovunque, dai balconi in fiore si spandeva un suadente odore di geranio e gelsomino. Promesse di primavera, in quei giorni di tardo inverno.

Era giunto in cima al borgo per un percorso tortuoso, subito dimenticato. Sulla piazza del castello le torri merlate gettavano ombre nette e solenni. Stendardi garrivano al vento, sventolavano nel cielo azzurro e macchiandolo di colori forti, battaglieri. Il silenzio era rotto solo dal fruscio del vento.

Marco riprese il cammino, lasciando vagare la mente.
Giunse davanti al negozio di ceramiche verso sera, seguendo l’indolente impulso che lo aveva spinto a girovagare tutto il pomeriggio per le vie senza tempo del borgo.

All’esterno erano disposti molti graziosi vasi di coccio dalle forme più varie. Erano tutti decorati con scene di caccia, paesaggi agresti o motivi floreali, ricavati direttamente nel mattone con un sapiente gioco di rilievi e avvallamenti.
Le immagini sembravano prendere vita e, spostando lo sguardo, offrivano l’illusione del movimento. Erano perfette.
Incuriosito, Marco era entrato, scendendo alcuni gradini e varcando una porticina piccolissima.
L’ambiente composto da una sola stanza, illuminata soltanto dalla luce del sole, che penetrava dalla porta e da un lucernario con i vetri spessi e opachi.
La merce, altri vasi e formelle della stessa squisita fattura, era disposta su tavole di legno grezzo, che percorrevano tutto il perimetro del negozio.

Dentro c’era una donna giovane, seduta da sola su una sedia impagliata. Teneva in mano un vaso e con l’altra stringeva un piccolo strumento aguzzo, con il quale scavava la superficie ancora malleabile della creta. Davanti a lei, sul tavolaccio, erano sparsi strumenti e ciotole piene di polvere colorata.
Intenta al lavoro, non lo vide entrare.
Lui stette ad osservarla per un po’, scrutando quel che poteva scorgere del viso, chino sul vaso, attraverso l’ondeggiare dei lunghi capelli corvini che le ricadevano davanti come un velo.
Le sue mani erano bianche e perfette. Le muoveva come un’arpista, danzando sulla creta.

Lei alzò lo sguardo all’improvviso, sgranando due occhi verdi e luminosi. Per un attimo sembrò impaurita, poi il volto le si distese.
“Perdonate” disse con tono dolce. “Non vi avevo sentito entrare.”
“Oh, chiedo scusa” replicò lui “Avrei dovuto chiedere permesso.”
“No, no, l’ingresso è libero.”
“Grazie” fece Marco con un sorriso.
Lei gli sorrise a sua volta, poi tornò al suo lavoro.
“Potete guardare le merci, se lo desiderate.”
“Grazie” disse di nuovo Marco, sentendosi stranamente impacciato.

La ragazza era indubbiamente molto bella, ma erano più che altro i suoi strani modi a metterlo a disagio.
Per un po’, il giovane osservò le ceramiche esposte nel negozio.
Non bisognava essere degli esperti per rendersi conto che si trattava di veri pezzi d’arte. La fattura classica e le decorazioni richiamavano l’antichità.
“Sono molto belli” disse dopo un po’. “E molto ben conservati. A che epoca appartengono?”
“Epoca? Che intendete dire?”
“Beh, sì, insomma. Sono vasi antichi, giusto?”
“Oh no. Non hanno più di qualche settimana.”

Lei aveva posato il lavoro e si era alzata, avvicinandosi al punto in cui si trovava Marco. Era piccola di statura e molto graziosa. Indossava una semplice veste bianca, stretta sui fianchi, e un grembiule da lavoro.
“Questi qui” continuò lei, indicando una serie di vasi panciuti, dai toni vivaci “li ho finiti giusto due giorni fa.”
“Li hai… li avete fatti tutti voi?” domandò Marco, tendando di rivolgersi alla ragazza con quella desueta forma di cortesia che usava lei.
“Uno per uno. Vi piacciono?”
“Certamente. Sono dei capolavori.”
“Mi onorate, ma temo che il vostro giudizio sia troppo lusinghiero.” Negli occhi le era passato un guizzo, come una scintilla di complicità. Volteggiò per un istante nell’aria, poi si dissolse, lasciando al suo posto un silenzio carico di attesa.

Sorridendole, lui continuò ad ispezionare la merce esposta sul tavolo. Era sempre più incantato dall’abilità dell’artigiana. Ogni pezzo era diverso dagli altri per la forma, i fregi e il disegno; eppure tutti portavano l’inconfondibile segno della stessa mano. Il marchio di un artista.
Cerco le parole per dirlo alla ragazza, che gli sorrise, illuminandosi.
“Nella mia famiglia, siamo vasai da sempre. Ho imparato il mestiere da mio padre, prima che ci lasciasse.”
“Oh… mi dispiace. Quand’è successo?”
Lei sembrò sorpresa dalla domanda intima, ma rispose lo stesso.
“Lo scorso inverno. Si è ammalato ai polmoni e non c’è stato niente da fare.”
“Mi dispiace” disse ancora Marco
“Grazie.” Fece lei.

Da fuori giunsero i rintocchi di una campana, un suono cupo e solenne, come la luce radente e calda che filtrava adesso dalla porta, presagio del tramonto.
La giovane tornò al proprio posto e iniziò a riporre gli strumenti. Con cura avvolse il vaso di morbida creta in un panno grezzo, poi lo ripose in una cesta piena di paglia, sotto il bancone.

“Fra poco sarà buio.” Disse.
“Chiudete così presto?”
“Prima di notte. Con la bella stagione stiamo aperti di più.”
Marco capì che avrebbe dovuto comprare qualcosa, o andarsene. La seconda scelta era quella obbligata, ma gli dispiaceva. Era la prima volta che si faceva un problema del genere.
“Domani siete aperti?” domandò, tanto per dire qualcosa.
“Due ore dopo l’alba.”
“Vi regolate sempre con il sole, da queste parti?” scherzò lui.
“Anche con le campane.” Rispose la ragazza con tono neutro.
E non ha senso dell’umorismo, pensò.

“Arrivederci, allora” disse con una punta di delusione, avviandosi verso la porta.
“Arrivedervi, messere.”
Ma va a quel paese…

Fuori faceva freddo. Un vento gelido soffiava da nord, retroguardia di un inverno per nulla deciso ad arrendersi alla primavera.
Le pietre delle case sembravano stringersi di più l’una all’altra, preparandosi alla notte.
Da qualche parte, un cane abbaiò, lamentoso e  triste. Scendeva la sera.

Per le vie, nessun lampione rischiarava il cammino, mentre la luce declinava di minuto in minuto. Altri rintocchi, più lugubri.
Continuò a camminare. Sbucò in una via più grande, sempre deserta, e infine in una larga piazza.

La c’era un po’ di luce. Qualcuno aveva acceso un fuoco e alle facciate dei palazzi erano appese delle torce, che gettavano cerchi mutevoli sulle pietre del selciato. Un gruppetto di uomini dall’aria malmessa si scaldava al fuoco. Erano avvolti in pesanti mantelli e le loro facce, occhieggianti da sotto i cappucci, non promettevano niente di buono.   
Marco attraversò la piazza girando lontano da loro.
Annunciato dal sonoro rumore degli zoccoli, un uomo a cavallo lo superò. Passando lo squadrò dall’alto del suo destriero. Indossava una corazza d’acciaio, coperta da una gualdrappa. Le fiamme delle torce si riflettevano sul metallo con bagliori sinistri.
“Cercatevi una locanda, forestiero.” Gli gridò voltandosi indietro. “Non si guadagna in salute stando in giro dopo il tramonto, di questi tempi.”
“Grazie…” mormorò Marco, confuso.

Dalle vie e dai crocicchi, sempre più ombre venivano avanti.
Camminavano piano, vicino ai muri. Alcuni si affollavano attorno al fuoco, altri gremivano le gradinate della chiesa e si radunavano in sinistri capannelli.

Marco capì che tutti gli altri restavano dentro le case dalle imposte sbarrate, con le porte chiuse contro le insidie del buio.
Allarmato da quella situazione assurda, si inoltrò nella strada che continuava dopo la piazza. C’erano alcune porte illuminate, ne provò una e si trovò davanti all’ingresso di un’osteria.
Gettò un’occhiata dentro: il locale era cupo, il soffitto a botte che incombeva su uno stanzone male illuminato da candele e lanterne, pieno di vapore e di fumo.
Un uomo gli sbarrò il passo. Era alto e massiccio, portava una corta tunica sopra una calzamaglia. Dalla cintura gli spuntava l’elsa di uno spadino.
“Avete moneta, messere?” Lo apostrofò.
 “Io… credo…” balbettò Marco, sempre più sicuro di trovarsi in un incubo.
“Credete o ne avete? Qui entrano solo quelli che pagano.”

Altri due ceffi si stavano avvicinando, facendosi largo fra i tavoli dell’osteria. Anche loro avevano spade alla cintura e tenevano una mano sull’elsa, mentre camminavano. Non sembravano amichevoli.
“Io… vi ringrazio. Proverò altrove.”
“Sarà meglio” Concluse l’altro.
Marco si allontanò, scomparendo nel buio della via.

Camminava in fretta, a testa china, sperando che il piumino con il cappuccio sembrasse un mantello simile a quello che portavano tutti in quel posto assurdo.
Da qualche parte gli giunse l’eco di un tafferuglio, cozzare di ferri, grida di dolore. Spaventato, si mise a correre, inoltrandosi nei vicoli, lontano dai rumori.
Trovò un porticato largo, dove erano sistemate alcune vasche piene d’acqua corrente. Era quasi tutto occupato da file di panni stesi a sgocciolare. Si nascose là dietro e appoggiò la schiena al muro, ansimando per riprendere il fiato.
Poi raccolse le ginocchia sul petto, circondandole con le braccia, ed iniziò a piangere.
Pianse a lungo, finché la stanchezza non ebbe la meglio sulla fame e sul freddo, facendolo crollare in un sonno agitato.

Si svegliò improvvisamente, allarmato da un rumore vicino. Qualcosa si muoveva davanti a lui, avvicinandosi in fretta, facendo ondeggiare i vestiti appesi che riflettevano la fioca luce della strada. Il cuore gli martellava nel petto: in tutta la sua vita non si era mai sentito così indifeso e impotente.
Incapace di muoversi, vide una mano scostare la fila di stoffe dietro cui si era nascosto. Una figura ammantata scivolò  accanto a lui, sovrastandolo.
Lo sconosciuto alzò le mani e si sollevò il cappuccio. Terrorizzato, Marco riconobbe un viso di donna dai lunghi capelli sottili.

La ragazza delle ceramiche sorrise e si accoccolò vicino a lui, nel buio.
“Cosa… che ci fai qui?” Domandò Marco, stupito.
“Vi ho seguito.” Rispose lei. Gli sembrò di vederla arrossire leggermente. “Spero non vi dispiaccia.”
“No, no…” disse.
Poi scoppiò di nuovo in lacrime.

Lei lo guardò con la bocca aperta, incerta su cosa fare, mentre lui si nascondeva il volto fra le mani, vergognandosi di piangere davanti ad una ragazza.
Le mani di lei scivolarono dolcemente sulle sue. Aveva la dita sottili, la pelle ruvida, rovinata dal lavoro.
Si avvicinò ancora, spingendo il suo corpo contro quello di lui.
Marco aprì le proprie braccia, lasciandola scivolare contro il suo petto. Sollevò le proprie mani sul suo viso. Si stupì di sentirlo rigato d lacrime.
Con le labbra cercò le sue. La bocca di lei era una calda promessa, fresca come la rugiada di primavera, dolce come un frutto maturo.
Di carezza in carezza, la giovane gli si offrì, scoprendo il suo corpo a poco a poco. Lui vi si abbandonò, annegando in quel dolce mare caldo il gelo della propria paura.
Si amarono a lungo, di una passione tenera, stringendosi come naufraghi, aggrappati l’uno all’altra come un brandello di vita che galleggia nell’oscurità.

Appagati, infine giacquero, languidamente abbracciati, la testa di lei poggiata sul petto del giovane sconosciuto, dolcemente abbandonata.
Marco si addormentò, finalmente al sicuro, accarezzandole i lunghi capelli.


La luce, quando aprì gli occhi, era intensa e calda. Un raggio di sole gli scaldava il viso, inondando il porticato di un vivo tepore.
Marco aprì gli occhi, indolenzito. Allungò una mano, scoprendo ciò che già sapeva. Era solo.
Si alzò di scatto, guardandosi intorno. I vestiti appesi non c’erano più e la piazza era deserta.
C’era solo qualche auto parcheggiata e il camion del netturbino che si allontanava.
Doveva essere mattina presto.

Fece qualche passo incerto, completamente smarrito. Sentiva nella bocca il suo sapore dolce e il suo odore addosso. Il ricordo di lei gli pulsava dentro, più reale della strada asfaltata che ora, di corsa, stava percorrendo per tornare verso il centro del borgo.

Attorno a sé la vita ricominciava. La gente usciva di casa accompagnando i bambini alla fermata dello scuolabus, in fondo alla discesa. Le finestre si aprivano, le donne si preparavano per le spese, borsetta e cappotto di lana stretto in vita, come andava di moda.

Marco correva, incurante del corpo dolorante dopo la notte all’agghiaccio. Cercava affannosamente di ricordare, riconoscere, ritrovare i luoghi del suo vagabondare.
Vagò a lungo, finché individuò una svolta familiare, un terrazzino che l’aveva colpito il giorno precedente. Capì di essere sulla strada giusta e infine trovò la via del negozio di ceramiche.
Il cuore gli batteva disperatamente in petto. L’ingresso era poco più avanti, dopo una curva stretta. Sì, era esattamente quello il posto.
Si affrettò lungo la stradina, superò la svolta con la gola serrata, il respiro affannoso.
Cosa le avrebbe detto? Era apparsa dal nulla nel mezzo di un incubo, sparita senza una parola prima dell’alba. Di lei non aveva niente e non sapeva nemmeno il suo nome.

Marco girò la curva e si bloccò di colpo, come se avesse incontrato un muro.
Davanti a sé c’era l’insegna di un piccolo alimentari. Una botteghina striminzita, in cui  si entrava scendendo alcuni gradini, da una porticina stretta.
Qualcosa dentro Marco si stava spegnendo, si affievoliva come il profumo di lei e il suo sapore dolce.
Entrò nel negozio.
C’era una sola stanza, male illuminata da un vecchio lucernario e qualche luce al neon, piena di scaffali stracolmi di articoli.
Una vecchia signora dietro ad un bancone di affettati lo apostrofò. Aveva quel tono, burbero e affettuoso insieme, dei vecchi quando parlano ai giovani.
“Che ti serve?”
“Come?” Rispose Marco, deglutendo il nodo inestricabile che aveva in gola e che si riformò subito.
“Ho chiesto di che hai bisogno.”
“Ah… scusi, niente. E’ che…”
“Sì?”
“Cercavo un negozio di ceramiche.”
“Questo è un alimentari.”
“Ma non c’è un negozio di ceramiche, qui vicino?”
“No davvero. Mai stato uno, in paese.”
“Ah.”
“Ti serve qualcosa?” Ripeté la signora, che ormai cominciava a perdere la pazienza.
“No, no. Mi scusi ancora. Buongiorno.”

Marco uscì dal negozio per l’ultima volta. La testa gli ribolliva e lui si preoccupava di come conservare almeno il ricordo, dell’odore di lei che svaniva sempre più in fretta.
Quando giunse alla stazione,  il treno era già sul binario e lui lo prese al volo.

Si sedette e chiuse gli occhi.
Il treno partì e le porte si chiusero, lasciando fuori, nell’aria fresca del tardo mattino, un profumo dolce di donna, di amore e di una primavera che tardava a venire.