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martedì 1 gennaio 2013

L’incantatrice di numeri



Questo post è scritto per il carnevale della matematica #57, che è ospitato sul blog di matem@ticamente di Annarita Ruberto.
E' dedicato alla figura di Ada Byron Lovelace

“Non credo che mi divertirei, ecco tutto.”
La giovane parlava con lo sguardo rivolto allo specchio che aveva davanti. Fece scivolare le mani sui fianchi, stirando le pieghe del corpetto che la stringeva fastidiosamente.
Alle sue spalle, la donna rimase in silenzio. Conosceva bene la piccola Ada Byron e aspettò che parlasse ancora.
Lei lo fece dopo un lungo minuto.
“I ricevimenti non fanno per me. Tutta quella noiosa conversazione, quella falsa cortesia.” Si girò, spostando il peso da una gamba all’altra. I suoi movimenti tradivano una sofferenza profonda.
“Grazie, miss Somerville, ma penso che resterò nella mia stanza a leggere un buon libro.”

La donna continuò a fissarla. Nel suo sguardo severo si poteva leggere una profonda comprensione e uno smisurato affetto. Ma Ada conosceva anche, negli occhi della sua istruttrice, una bellezza selvaggia e romantica, qualcosa di simile alla luce del cielo in tempesta sui mari gelati del nord.
Sapeva bene che quello sguardo apparteneva ad una donna che aveva trovato la sua strada facendosi largo fra contrarietà e avverse fortune.
Mary Sommerville aveva spalancato a viva forza il proprio cammino fra le spine delle ristrettezze e i grovigli del pregiudizio, segnando il suo animo di cicatrici indelebili. Un animo che era duro come le rocce delle sue Highland, ed altrettanto adatto a fronteggiare le inclemenze degli elementi avversi.

Ada guardò ancora la propria insegnante: fissarla negli occhi era come misurarsi con la solidità di una quercia dal cui tronco, spaccato dai fulmini, spuntino sempre virgulti di altra vita.

Senza preavviso, la Sommerville ruppe il silenzio.
“E cosa leggeresti? Di poesia o filosofia? O di matematica, forse?”
“Ha importanza?” fece la ragazza, carezzando distrattamente con la mano le corde della sua  amata arpa.
“Ne ha. E’ importante sapere dietro a cosa ci si sta nascondendo.”

Ada Byron avvampò. Si voltò di scatto, dimentica delle proprie infermità, con un gesto fluido del corpo che fece volteggiare i suoi lunghi capelli corvini.
“Non mi sto affatto nascondendo. Non ho voglia di venire alla festa, punto e basta.”
“Non ti va di venire, o hai paura di essere misurata da quelle persone?” domandò ancora la donna con analitica, gelida fermezza.
 “Ma cosa sta dicendo?”
“Hai sentito. La domanda è semplice e per nulla ambigua. Per favore, dai una risposta logica.”
“Non sapevo che stessimo ancora facendo lezione, Mrs. Sommerville” rispose sfacciatamente la giovane.
“La vita è la tua lezione, Ada. Non esistono altre occasioni di imparare se non quelle che ti offrono i giorni che vivi. E tu ne stai per sprecare una, barattandola con le tue paure.”

“Ma quale occasione può esserci per una… una…”
“Dillo.”
“Mi lasci in pace!” La ragazza ora stava gridando. Il volto, solitamente pallido, era paonazzo e rigato di lacrime.
Mary Sommerville continuava ad inchiodare gli occhi della giovane con i suoi. Senza cambiare minimamente l’intonazione della voce, ripeté:
“Dillo.”
“Una storpia! Va bene? Una maledetta storpia, che nessuno si degnerà mai di guardare, se non per deriderla, umiliarla o farsi beffe di lei.”

L’ombra di un sorriso passò sul volto dell’insegnante, fugace come un raggio di luna. Scomparve subito, ma quando parlò, la sua voce si era fatta dolce. 
“Credi che sia questo, ciò che gli altri vedono di te?”
“E cosa mai dovrebbero vedere.” Rispose Ada Byron bruscamente. “La mia bellezza? La mia arguzia? La mia passione per la filosofia e la scienza?”
Le parole uscivano come un fiume in piena, un torrente che sgorgava da dentro, insieme alle lacrime. La diga si era spaccata e le acque putride del rancore che le ristagnava nell’animo defluivano inarrestabili.

“E tutta questa passione, Ada? Credi davvero che possa passare inosservato, quest’uragano impetuoso che ti soffia dentro, gonfiando all’estremo le tue vele, tanto da strappare il vascello della tua vita ad ogni controllo?”
Ada sedette, respirò a fondo, calmando i singhiozzi.
“Eppure, troppe volte sento la mia anima afflosciarsi, per languire in una desolante bonaccia. Allora sono naufraga in un mare di mediocrità e di squallore.”
“Ti inganni. Il vento soffia comunque. Siamo noi piuttosto, che possiamo scegliere di ammainare le vele e languire.”

Mary Sommerville si mosse attraverso la stanza, allontanandosi dalla ragazza.
Quando fu sulla soglia della porta, si voltò di nuovo e parlò ancora una volta:
“E’ una tua scelta, Ada. Oggi puoi restare seduta al sicuro, contemplando la tua palude e lasciare che il legno del tuo animo marcisca. Oppure puoi spiegare le vele, ed accettare il rischio del mare aperto.”

  
La giovane donna rimase sola nella stanza; si voltò verso la finestra, per osservare il parco rigoglioso e inondato di sole. Quei primi giorni di giugno del 1833 erano pieni di sole e di promesse di vita.
Distolse lo sguardo dal giardino e lo fissò sulle stampelle, appoggiate in un angolo della stanza. Erano lì, come un monito, a ricordarle il morbillo che l’aveva costretta a letto per due lunghissimi anni.
Da qualche mese riusciva di nuovo a camminare da sola e addirittura a danzare, se il ballo non diveniva troppo vivace.

Il pensiero, che forse senza quegli anni d’infermità non avrebbe mai potuto progredire così tanto nelle scienze, la colpì come la scarica di un fulmine. Le parole di Mary Sommerville le risuonarono ancora nella mente. Non serviva a nulla restare a piangere sulle proprie pene.
Guardò di nuovo le sue grucce da inferma.

Forse era giunto il momento di abbandonare quel sostegno insieme ad ogni altro legame, per poter correre libera nel vento che le soffiava dentro.


Il 5 giugno 1833, Augusta Ada Byron, di lì a due anni Contessa di Lovelace, partecipò ad un ricevimento indetto dalla sua precettrice e amica Mary Sommerville, a Londra.
Già esperta di matematica in maniera straordinariamente approfondita per la sua età e la sua epoca, la giovane donna conobbe quella sera Charles Babbage, filosofo e matematico, che in quel periodo che stava progettando l’idea di un prototipo di calcolatore programmabile.

L’affinità intellettuale fra i due generò una fruttuosa collaborazione ed una vivace amicizia che proseguì per molti anni.
Nell’approfondire il lavoro di Babbage, Ada “Lovelace” elaborò quello che è universalmente considerato come “il primo algoritmo espressamente inteso per essere elaborato da una macchina”.

Per questo motivo, Ada Byron “Lovelace” è considerata la prima programmatrice della storia.

Nel 1843, in una lettera, Charles Babbage le scrisse:

“Incantatrice dei numeri, dimentichi questo mondo
e tutti i suoi guai e se è possibile,
con tutti i suoi numerosissimi ciarlatani
perché ogni cosa ha una breve durata”.