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lunedì 7 gennaio 2013

L'ultima pagina

Vecchio amico mio, 
Spesso mi hanno detto che comunicare con te è uno sterile esercizio, perché tu non puoi veramente ascoltarmi, ma solo registrare sulle tue pagine ciò che scrivo.
Ma io per lungo tempo ho avuto molte cose da dirti, che tu hai accolto con cura e discrezione. Le hai impresse in modo indelebile, tanto che le mie parole sono diventate parte di te.
Tu stesso sei composto di ciò che ti ho affidato.
Ora, esiste forse una forma più alta e totale di ascolto, di quella che un diario può offrire? C’è un modo più profondo e completo di essere compresi, quando le tue parole entrano nell’altro e ne formano la sua stessa natura?
E’ dunque il momento che ti restituisca almeno in parte il prezioso servizio che incessantemente mi hai reso in questi anni. Oggi sarò io ad ascoltarti, lasciando che le parole che possiedi entrino di nuovo in me.

E affinché esse restino per entrambi, trascrivo ancora ciò che vorrai dirmi in queste tue poche pagine ancora  bianche.
Oggi scrivo ad intervalli, alternando la scrittura ai momenti in cui ti sfoglio.
Sei sempre stato robusto, ma anche per te gli anni sono passati e la tua fibra si sfalda dolcemente. Sei vecchio, come le mie mani incerte, che incespicano perché, perduta la sicurezza di un tempo, temono di farti male. Perdonami per queste povere carezze tremanti.
Ma ecco che ti schiudi, la tensione scompare e la carta ingiallita si distende sotto le mie dita.
Le righe che solcano la pagine sono dritte, la grafia netta e spigolosa. Vedere quelle parole è come guardare una vecchia foto, da tempo perduta.
Qualcosa dentro mi si stringe in un nodo di nostalgia; in bocca si diffonde un sapore agrodolce, come uno spicchio di limone velato di zucchero.
Inizio a leggere e le lettere sfumano nelle immagini da loro evocate, più vivide dell’inchiostro stesso.
E’ autunno inoltrato; nella valletta le macchie di foglie rosse spiccano sulle rocce scoscese come colpi di pennello su una tela. Sento distintamente il profumo del bosco, gravido di fragranze umide, ammiccante presagio del tesoro nascosto che siamo venuti a cercare.
Si va per funghi, ci si alza tutti presto. Fa freddo, qui fuori  e sono ancora in pigiama. Mi appoggio alle pietre del muretto, scaldate al primo sole.
La casa in montagna della nonna è animata di vivace attività. I colpi ritmici dell’ascia sulla legna echeggiano solenni lungo la valle, mescolandosi con il canto lamentoso della tortora. Il cane, sdraiato al tepore del mattino autunnale, solleva un orecchio e una palpebra pesante. Mi vede e mi guarda, in quel suo modo inconfondibilmente carico di dolcezza e desiderio. Mi accovaccio, gli gratto un orecchio mentre lui accuccia il muso sulla mia coscia e sospira. Il tartufo umido lascia un cerchio bagnato sul mio pigiama da bambino.
La pagina sotto le mie dita racconta di quel giorno; la luce del mattino  si fa intensa e radente. Il sole autunnale occhieggia fra le fronde degli abeti e i rami già quasi spogli dei castagni. Rimanendo basso sull’orizzonte bagna il mondo di una luce calda e dorata.
E’ la luce di un sogno che  illumina la realtà, rendendola  magia.
Io sono il bambino che corre dietro al cane nel folto del bosco; lui è abile a trovarsi un percorso fra i rovi e l’intrico dei cespugli. Lo seguo, rigando i vestiti e la pelle sui rami aguzzi, incurante delle piccole ferite che più tardi disinfetterò con la mia saliva, sicuro che vada bene così.
Davanti a noi c’è un pendio, ampio e ripido. La sterminata distesa di foglie cadute sembra una coperta rossa e ambrata, punteggiata dai tronchi scuri degli alberi. Il cane si volta, mi guarda. Fra noi passa di nuovo la sensazione di un’intesa complice e totale, poi lui si lancia all’impazzata lungo il pendio, lasciandosi alle spalle una scia profonda e un vortice di foglie. Lo inseguo, la pace del mattino è lacerata dal frastuono della nostra corsa. Io grido, lui abbaia. Un uccello spicca il volo, si ferma sul ramo spoglio di un castagno e ci guarda passare.
Mi siedo su una roccia muschiosa, ansante. La bestiola mi raggiunge, salta sulla pietra, mi lecca il viso e riparte per un’altra folle corsa. Resto a guardare, mentre assaporo con ogni respiro l’odore del bosco.
Qualcosa in basso richiama la mia attenzione. Seguo l’impulso dell’occhio con la trepidante aspettativa di bambino, speranzoso che stavolta, inaspettatamente, proprio lì…
Il mio occhio di vecchio, adesso, cerca affannosamente fra le righe con la stessa brama di quando, molti anni prima, guardò nel fitto delle foglie fra il tronco e la pietra. Ed ecco, amico mio, tu hai conservato questo ricordo e grazie a te lo rivivo.
Io bambino sono chino sulle foglie; l’umidità penetra nella stoffa dei pantaloni, la sento inzupparmi le ginocchia. Fra la roccia e il legno coperto di muschio c’è qualcosa. Il cuore batte forte e la pancia si annoda. Ho la sensazione di un avere un cubetto di ghiaccio fra i denti, li stringo forte.
Mi avvicino, c’è un punto che brilla intensamente. Guardo meglio: uno spicchio di terreno, ricoperto dalle foglie, risplende di una luce abbagliante come un sole estivo. Sono toni di verde e d’azzurro, ci vedo distese di colline erbose sotto un cielo limpido. 
Deve esserci un passaggio, un misterioso passaggio per un altro mondo!
Appena un pertugio, proprio lì, vicino al tronco del castagno, coperto e quasi invisibile.
La porta è sempre stata  lì’, sapevo che doveva essercene una e che prima o poi l’avrei scoperta! Ora devo solo trovare il modo di allargarla, per poterci entrare. Allungo le mani bramose, smuovo il terriccio e le foglie, spazzolo via rametti guardando fisso la fonte della luce.
Lo sguardo si mette a fuoco, si abitua lentamente alla penombra del sottobosco e capisco che stavo guardando un raggio di sole, riflesso dalla pozza d’acqua sul cappello di un grosso fungo.
Qualcosa dentro mi si spegne lentamente, come la  luce della luna quando una nube le passa davanti.
Adesso, ritraggo le mani grinzose dalle tue pagine ingiallite.
Non ho bisogno che mi racconti ancora, amico mio. Ricordo bene il resto di quel giorno.
Vicino a quella pietra non c’era un passaggio magico, ma  il fungo porcino più grande che un bambino possa sognare di scoprire.
Lo colsi, e la gioia di quel che avevo trovato sommerse il dolce rimpianto per ciò che non c’era.
Fui molto festeggiato da tutti e a sera, davanti al fuoco, si gustarono montagne di fette, fritte a dovere, del  cappello che col suo riflesso mi aveva tratto in inganno.
E per molti altri inverni, a tavola, si parlava a volte del grande, magnifico fungo e di quanto fosse gustoso il suo sapore. Il più grande tesoro che ho trovato da bambino!
Ma nessuno sa di quel che invece ho lasciato al suo posto. L’ho detto solo a queste pagine e pertanto solo tu, conosci la storia del passaggio verso un mondo incantato. Esisteva davvero quel paesaggio di dolci colline verdissime che vidi riflesso nell’acqua?
Se è così, oramai l’ho perduto.
Non c’è più tempo, per nessuno di noi due, di cercare ancora. Lo spessore delle tue pagine bianche si assottiglia e così il mio tempo, che scorre da una clessidra quasi vuota.
Ma c’è una differenza fra noi, mio caro diario. La tua vita si accorcia mentre tu ti arricchisci di pensieri e preziosi ricordi. Il mio tempo, invece, scivola via anche se la mia anima rimane vuota.
Per questo attingo sempre più spesso al tuo scrigno e ricerco in te ciò che un tempo io stesso vi riposi. Allora le parole abbondavano, tanto da traboccare e richiedere un fidato amico in cui riversarle.
Oggi vedo seccarsi la fonte delle emozioni, che non so più creare, solo rivivere.
Caro vecchio amico, ancora oggi a volte passeggio.
Vi è rimasta della magia, nei boschi d’autunno, la sento. Ma adesso avverto quella luce di sogno così come un cieco può sapere, dal calore sul viso, che fuori splende il sole.
Del mio fuoco impetuoso sono rimaste le braci quasi spente e non esiste vento che, alla lunga, possa far avvampare ciò che ardendo si consuma.
Diario, questa è la tua ultima pagina.
Non ci sarà dopo di te un altro amico ad ascoltarmi, ed il motivo è che non v’è nulla di nuovo che possa narrargli.  Ho scritto tutto.
Con questi occhi di vecchio oggi vedrei subito, fra quel sasso e il tronco, un fungo grosso e succoso.
E non sono sicuro che avrei voglia di coglierlo, per sentirne il sapore.