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lunedì 18 febbraio 2013

Distanze

Questo post è stato proposto per il Carnevale della Matematica #60 che sarà ospitato sul blog de "Il Glogottatore"

Nel locale si diffondeva una melodia morbida, appena percettibile. Riempiva le brevi pause fra i rumori ovattati che giungevano nei separé. Laura la trovava triste, ma non lo disse.
Lui era distratto. Lo osservò mentre faceva ondeggiare pigramente il calice, una gemma liquida di rubino che scintillava nella luce soffusa. I riflessi sanguigni dardeggiavano sulla tovaglia, mutevoli e indistinti come in un caleidoscopio spezzato. Le sembrò una similitudine perfetta. 

“Deliziosa la carne, vero?” Domandò lui.
“Ho preso del pesce.”

Lui sorrise con trascuratezza, come se fosse stata una battuta. Aveva un’aria di complicità che a lei sembrò sfrontata e vuota. Rabbrividì leggermente. Indossava pendenti di ametista che, mentre parlava, ondeggiavano dolcemente al confine del viso, sfiorandole la pelle come la promessa di una carezza.
“Il tuo lavoro?” Chiese ancora.
Lei raccontò. Le sue labbra componevano parole che non sentiva. La mente galleggiava altrove. Dalle profondità dei ricordi affiorò una vecchia poesia, che la colpì come uno spruzzo gelido.

C’è un mare dentro noi due,
profondo e limpido,
dove trovavi un tempo
la tua trepida quiete, e frenetica pace.
Oggi un relitto lo percorre, brancolando nel buio,
incapace di affondare.

Lui stava continuando a parlarle.
“Come hai detto?” Fece lei.
“Stavo dicendo che il tuo capo è un cretino. Laura che cos’hai, ti senti bene?”
 “Certo.”

Laura guidò la forchetta in una serie di linee intricate sulla salsa, nel piatto. Un mucchietto di rafano rimaneva isolato, intatto, come un baluardo. La posata lo assalì, stemperando un brandello di pasta verde nel liquido.
Le labbra di Laura si schiusero appena, lasciando passare le punte intrise. La lingua sfiorò il metallo, sorbendo una stilla di quel composto con distratta voluttà.
La salsa aveva un sapore completamente diverso da ciò che si aspettava. Era come una sinfonia agrodolce, intessuta di scintille aguzze e pungenti.

L’aroma del rafano balsamico e il sottile dolore delle labbra irritate si fondevano in un’alchimia di sensazioni, che si allargava nella bocca e inondava la mente come una marea.
Chiuse gli occhi, lasciando che la sensazione raggiungesse il culmine, per poi scemare in una quieta risacca. Mentre i sensi si placavano, in bocca le rimaneva un senso triste di assenza, una nostalgia amara, come la perdita di qualcosa che è esistito soltanto sulla punta delle labbra, o in sogno.

Gli occhi le si riempirono di quell’assenza e quando lui li fissò, percepì il vuoto che lei aveva dentro.
Divenne serio, posò il bicchiere, si pulì nervosamente la bocca con il tovagliolo.
“Laura…” Cominciò, ma le altre parole si gelarono nell’aria fra loro, rimanendo sospese.

“Non dire niente.” Rispose.
Lui si alzò, prese la giacca e si diresse verso l’uscita.  

Lei giocò con le pieghe della tovaglia, componendole in frammenti di parabole contrapposte. Si avvicinavano, tendendosi agli apici delle loro curve l’una verso l’altra, incapaci di congiungersi.
Come le anime, pensò lei, rette parallele, ma condannate da una geometria impietosa non solo a non incontrarsi, ma a separarsi sempre più.

Vengono da una distanza infinita e sono destinate a tornare ad un'incolmabile separazione.
Al culmine della tensione della curva, un singolo punto reca con sé l’effimera illusione di una vicinanza che non può essere contatto.
Come un sapore, soltanto evocato, su cui le labbra inutilmente vorrebbero chiudersi.