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giovedì 14 febbraio 2013

I treni



I treni continuavano a passare. Comparivano ad intervalli brevi, apparentemente casuali, poi scivolavano via, sfrecciando come siluri lucidi lanciati da un nemico invisibile. 
Andavano tutti verso sud, dove i Preti dicevano che c’èra la Città. Nessuno ne aveva mai visto uno tornare indietro.
Georg osservava i  treni dal limitare degli alberi,  seduto sul suo Lupo. Non si avvicinava mai a meno di un miglio dalla rotaia, non da quando uno di quei proiettili d’argento era deragliato, sfracellando il suo villaggio di contadini imprudenti.
Era un bambino quando successe.  Il treno aveva lasciato un solco di trenta chilometri prima di precipitare in mare, scomparendo per sempre. Per anni aveva scorrazzato lungo il canalone del Treno Morto, con gli altri ragazzini, cercando pezzi di lamiera da rivendere giù al porto.

Faceva freddo là fuori e il vento che sferzava la steppa si infilava fra gli strati di pelli della giacca. Il sibilo di un altro treno superò quello delle folate gelide. Il Lupo si mosse nervosamente mentre passava, spostando il peso del suo corpo massiccio da una parte all’altra. Georg gli accarezzò il pelo ispido sul collo, parlandogli dolcemente.
L’animale era nervoso. Scopriva le fauci e ringhiava verso le montagne, uggiolando a tratti. Sembrava terrorizzato da ciò che poteva arrivare da nord. Georg lo fece voltare e lo spinse dentro il folto del bosco, al riparo degli alberi.
La tormenta si scatenò pochi istanti più tardi, comparendo dal nulla come sempre. Il vortice si alzò spazzando con incredibile violenza la spianata dove si trovava un attimo prima il Viaggiatore. Blocchi di ghiaccio e zolle di terra gelata vorticavano in una danza mortale. Georg si allontanò in fretta, spronando il Lupo.
In mezzo agli alberi ritrovò la Via con facilità. Il lupo si avviò con passo svelto sul manto levigato e incorruttibile della larga strada, riprendendo il viaggio lungo l’infinito rettilineo. 

Quando decise di diventare un Viaggiatore, Georg era ancora un ragazzo. Andò al Tempio di nascosto, una notte d’inverno. Uscendo di casa come un ladro, mentre i suoi genitori dormivano, si era portato via i risparmi di tutta la sua famiglia. Le monete, un’intera stagione di duro lavoro sui campi di ghiaccio, gli pesavano contro il fianco come il marchio di un tradimento.
Il Prete non fece domande. Prese i soldi, gli rasò i capelli, poi lo fece scendere nel recinto. Il Lupo fece la sua scelta in fretta: lo puntò fin dal momento in cui lo vide. Gli si fece sotto, gli occhi gialli fissi nei suoi, silenzioso come uno spettro.
Georg, alto e magro, rimase fermo cercando di non apparire terrorizzato. Il Lupo gli strinse una mano fra le terribili fauci. Uno dei canini gli tagliò la pelle, facendo uscire una singola goccia di sangue. E da quel momento, il ragazzo fu suo.
Non ripassò da casa. Non gli era concesso, non ne aveva il desiderio.
Uscì dal cancello del suo villaggio a cavallo del Lupo, lasciandosi tutto alle spalle. Giunse al bivio. Lontano, davanti a sé, brillava il grigio chiarore del mare. La Via si snodava indifferente, proseguendo ininterrotta a destra e a sinistra. Assurdo rettilineo senza fine!
Nessuno si ricordava più chi l’avesse costruita, né dove conducesse. Si sapeva solo che era eterna; le erbe non vi crescevano, il gelo non la sgretolava. Il lucido nastro levigato, bianco come l’avorio, era perfetto da sempre.

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