Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

lunedì 18 marzo 2013

Il cucciolo di Quk


Il Quk stava lì, accoccolato sotto un cespuglio di rose, cercando di scaldarsi al sole del mattino.
Aveva il pelo rosa, lungo e arruffato; era tutto infreddolito e scosso da un tremito continuo.
Quando Frate Marco lo vide, era troppo debole per cercare di scappare. Si lasciò prendere e infilare  dentro l’ampia tasca della tonaca di lana grezza.
Si guardò intorno, temendo che qualcuno dei confratelli lo vedesse, ma nessuno di loro era uscito con quel gelo, malandati com’erano. Rassicurato, il frate tornò alle proprie faccende.
La tasca era morbida e calda; il Quk si rannicchiò stretto e si addormentò.

A sera, il frate mise il batuffolo di pelo rosa sul proprio giaciglio, per guardarlo meglio. Lui stava fermo, muovendo le zampette anteriori e cercando di acchiappare le dita dell’uomo.
Aveva tutta l’aria di essere un cucciolo, con i piedi grossi e sgraziati e tutta quella voglia di giocare. Il pane che aveva preso in refettorio gli piaceva ed evidentemente aveva una gran fame.
Si domandò come avrebbe fatto ad ottenere il permesso di tenerlo con sé: con tutto il lavoro che c’era da fare e la salute dei confratelli che peggiorava continuamente, nel convento non c’era proprio posto per un animale da compagnia.

Il Quk però era molto silenzioso e si accontentava di poco cibo, per cui Frate Marco decise di non domandare niente. Aveva voglia di un po’ di compagnia, dopo tanti anni, specialmente durante le lunghe giornate d’inverno in cui i sentieri dell’Appennino si riempivano di neve e il convento rimaneva  isolato.

Il Quk si affezionò subito al vecchio frate. Se ne stava buono per ore nascosto nella sua tasca, contentandosi di qualche fugace carezza e di un po’ di briciole di pane. Ricambiava le premure strofinandosi con la schiena morbida contro il suo fianco, o emettendo una vibrazione profonda e continua, come le fusa di un gattino.

Per Frate Marco, quel contatto era una benedizione del Cielo. Gli scaldava le mani quando si indolenzivano, mentre rigovernava i piatti con l’acqua gelata, o strappava al gelo gli ultimi cavoli dell’orto.
I movimenti dell’animale lo facevano sentire meno solo durante le lunghe nottate trascorse al capezzale dei frati più anziani, o in solitaria preghiera nella cappella.

Invece che una distrazione mondana, il cucciolo di Quk era invece una dolce presenza, discreta e costante, che allietava l’anima del vecchio frate e gli rendeva tutto più facile. Se ne stava buono mentre pregava, lasciando che lui gli passasse le dita nel pelo morbido, arricciandolo come se stesse sgranando un rosario.
Per il vecchio, posare gli occhi e le mani rugose su quel batuffolo rosa era un modo per ricordarsi che Dio gli voleva bene, che aveva disseminato il mondo di cose tenere e vere, sentimenti su cui posare l’animo per riceverne pace e ristoro. C’erano cuori di madri, mani pietose, animi generosi che, come il Quk, sapevano attendere in silenzio l’occasione di donare un po’ di calore.

Mai, come in quel duro inverno, Frate Marco si era sentito tanto vicino a Dio.



Quando arrivarono, dalla città, la primavera era già inoltrata.
Il convento un trionfo di rampicanti e fiori di campo; il giardino, pur pieno di erbacce, era tutto un brulicare di vita e colori.
Frate Marco era seduto al sole, davanti al portone, le mani in grembo.
Erano arrivati appena in tempo.
Tutti si scusavano, gli dicevano che non era stato possibile far più in fretta, che c’era stata una guerra e poi l’armistizio. Le strade, fra sbandati e briganti, non erano sicure, non c’era nemmeno la benzina in quell’Italia che andava ricostruita da cima a fondo.

E alla fine, prima che qualcuno si ricordasse di loro, si era arrivati a maggio.
Frate Marco non capiva, salutava tutti, sorrideva, stringeva le mani degli infermieri e dei poliziotti, contento finalmente di avere un po’ di gente a fargli compagnia.
Sul sagrato, mani pietose avevano allineato i resti dei frati. Erano tutti composti con cura, così come li avevano trovati sui giacigli: le mani ossute incrociate sul petto, le dita intrecciate intorno al rosario.

Solo uno dei frati lo trovarono riverso ai piedi del letto.
Tentando di alzarsi era caduto malamente. Aveva chiamato a lungo, ma anche Frate Marco da qualche giorno non riusciva più ad alzarsi in piedi.
Seduto sul cassone dell’autoambulanza, dove l’avevano portato, muoveva le mani dentro la tasca della tonaca, sorridendo felice, sorbendo lentamente le cucchiaiate di minestra che una crocerossina gli imboccava premurosamente.
  
D’un tratto il Quk saltò fuori e corse via. Non era abituato a tutta quella confusione! Frate Marco si agitò e chiamò, chiedendo agli altri di prenderlo, di non farlo scappare. Ma nessuno riusciva a capire di che parlasse. Il Quk stava immobile sul muretto, fissandolo con quegli occhi neri, piccoli piccoli.
Lui lo indicava, puntava il dito, ma la gente non lo vedeva. Gli dicevano di star tranquillo, di non agitarsi che ora si sarebbero presi cura di lui.

Alla fine si calmò. Gli dispiaceva che il Quk fosse scappato, ma forse era più contento di restare qui, ora che era primavera e poteva correre  per  i prati.
A lui invece lo portavano in ospedale.
Lo fecero stendere, gli misero addosso delle coperte e lo sistemarono dentro l’ambulanza.

La crocerossina che l’accompagnava era giovane, ma aveva lo sguardo di chi ha sofferto. Doveva essere stata dura, in città, in tutti quegli anni.
Il vecchio frate prese la mano della ragazza, la strinse leggermente e le sorrise.
“Coraggio” gli disse lei. “Andrà tutto bene.”

Frate Marco chiuse gli occhi e dolcemente si addormentò.