Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

mercoledì 27 marzo 2013

Il muro di polvere



C’era una luce strana nell’aria.
Laura era infastidita da un pulviscolo, come una pioggia di perle, impalpabili e traslucide, che rendeva tutto appena lievemente sfocato.
Un disturbo appena percettibile, ma persistente, che resisteva ad ogni tentativo di eliminarlo: non era servito sfregarsi gli occhi, sciacquarsi la faccia e nemmeno prendere due volte il caffè.
Lei lo notava, ma era l’unica. Se chiedeva ad amici e colleghi, accennando al problema, liquidavano la questione con un’alzata di spalle, confermando che sì, loro ci vedevano bene, come sempre.
Nei giorni successivi il problema si accentuò. Fuori iniziavano le belle giornate, limpide e fresche di primavera, inondate di luce discreta e profumi leggeri. A Laura piaceva star fuori e la pausa del pranzo la trascorreva nel piccolo parco vicino all’ufficio.
Leggeva il suo libro appoggiata al tronco di un tiglio, che la guardava scorrer le pagine lentamente mentre, in silenzio, lui si riempiva di gemme.
Stranamente, le pagine le vedeva bene, con perfetta nitidezza i caratteri stampati risaltavano vividi sulla carta. Quando guardava le parole scritte quella sensazione di polvere nell’aria spariva del tutto, il mondo intorno si schiariva e anche lei sentiva la mente farsi più acuta e presente.

Con il passare dei giorni lo strano fenomeno aumentava.
Laura provò ad allontanare il libro dagli occhi, tenendo le pagine aperte con le braccia distese, ma anche in quel modo riusciva a leggere perfettamente, mentre se distoglieva lo sguardo dalle righe, subito era assalita dalla fastidiosa impressione di osservare il mondo attraverso una cortina di finissima polvere.

Decise di farsi visitare gli occhi.
Mentre aspettava, nelle comode poltroncine della sala d’attesa, la lettura le riusciva ancor più facile; la vivida luce sole entrava da una grande finestra e splendeva sulla carta bianca, generava riflessi traslucidi sulle lettere facendole sembrare piccoli rametti di corallo nero.

Il medico la chiamò. Era alto, cortese e scrupoloso. La ascoltò con attenzione mentre descriveva il suo strano caso, poi le fece una visita approfondita, che la rassicurò. Non c’era niente che non andava nei suoi occhi. Poteva essere il cambio di stagione, le disse, e le prescrisse un collirio dal nome simpatico.

Non funzionò. Anzi, la cosa andava via via peggiorando.
Laura trovava sempre più difficile fare qualunque cosa che non fosse leggere. La polvere nell’aria le impediva di guardare la televisione, guidare la macchina, lavorare al computer; fece altri esami, visite di tutti i tipi, ma ogni cosa risultava  in ordine. I medici la guardavano in modo sempre più strano.
Lei era preoccupata e nervosa. Sul lavoro non riusciva più a fare niente e fu messa in malattia.
Le sue giornate, anche se piene di sole, divennero lunghe e angoscianti.

Gli unici momenti di serenità li provava leggendo.
Ormai era chiaro che nessuno credeva veramente a quello che le stava accadendo e lei, per timore che la prendessero per matta, aveva cominciato a leggere di nascosto.  

Usciva di casa a fatica, aiutandosi con un bastone. La polvere ormai la vedeva fluttuare ovunque, granelli grossi, opalescenti, che si depositavano su ogni cosa. Era come camminare in una tempesta di sabbia. Fuori tutto era ricoperto di polvere, sfocato, confuso. Gli alberi, le case, le macchine e persino le persone, tutte avevano sopra un velo di granelli. Se si muovevano, scivolavano via lentamente, come sabbia. Se cercava di toccare la polvere, non sentiva niente. Era impalpabile ed etera. Eppure il movimento della mano la spostava, generando vorticosi mulinelli e aiutandola per qualche istante a vedere meglio.

Camminando, Laura agitava le braccia davanti a sé, come se stesse camminando  in mezzo ad uno sciame di moscerini. La gente la evitava e per lei era meglio così.  
A volte riusciva a prendere l’autobus, procedendo a tentoni, nelle ore in cui c’era poca confusione.
Si faceva indicare la fermata di qualche parco cittadino, lontano dal suo quartiere, dove nessuno la conosceva.  Si sedeva sotto un albero e leggeva.

In quei momenti tutto tornava chiaro. La polvere si teneva a distanza, formando una cortina che la isolava dal mondo esterno, lasciandole la visuale libera su quelle pagine che ormai erano il suo mondo.
Il libro era affascinante. Narrava con profondità la storia di un’anima tormentata, una vita sospesa fra incertezze e delusioni. Una persona a cui non mancava niente per essere felice, tranne la consapevolezza della felicità.
Era una storia scritta con passione,  in uno stile incisivo e brillante. Laura ne era completamente assorbita.

Giorno per giorno, quando leggeva, davanti ai suoi occhi le lettere prendevano altre forme e si tingevano di sgargianti colori. Le righe danzavano componendo armoniose coreografie e pian piano le pagine iniziarono a schiudersi. I fogli di carta, limpidi, nitidi, divennero il sipario di un proscenio che si avvicinava, si espandeva fino ad occupare tutta la visuale di Laura.
Lei non aveva mai trovato il coraggio di guardare dietro quel varco, non ancora.
E allora l’illusione svaniva, i colori sbiadivano, le pagine e le righe tornavano a ricomporsi nell’ordinata trama delle linee scritte. Qualcosa si spegneva dentro di lei,che si sentiva avvolta da un dolcissimo senso di nostalgia, il ricordo lontano di un dolore quasi dimenticato. Allora sospirava forte, riempiva i polmoni con l’aria fresca del mattino, poi riprendeva a leggere.

Negli altri momenti, tutto intorno la polvere vorticava furiosa in una tempesta di frammenti impazziti. Per lei era come se il mondo reale avesse perso ogni riferimento; in quel violento mulinello erano finiti il senso delle cose, le aspirazioni, gli affetti.
Gioia e dolore, speranza, o delusione, ogni sentimento era divenuto irriconoscibile, frantumato in quei brandelli oscuri, aguzzi e graffianti.
Dentro il libro, Laura viveva al contrario una piena chiaroveggenza; la trovava nel senso delle parole che componevano quell’affascinante storia, così come nelle nitide, misteriose immagini che la lettura evocava davanti ai suoi occhi sempre più vivide e con crescente insistenza.

Fuori, la sua vita andava in pezzi, travolta dall’uragano di polvere che ormai infuriava tutto intorno a lei. Chiusa in casa, era diventata incapace di provvedere a sé stessa. Viveva avvolta da un frastuono oscuro che le impediva di compiere i più semplici gesti. Trovava pace soltanto quando le mettevano davanti agli occhi il suo libro.
Allora si calmava, il viso le diveniva disteso, rilassato. Gli occhi, di solito vacui e sperduti, si facevano attenti e si muovevano rapidi seguendo a volte le parole, a volte qualcosa di cui solo lei sembrava avere consapevolezza.
Sua madre affrontava quell’incubo preparandole il cibo, l’aiutava a portarlo alla bocca, provvedeva ai suoi bisogni elementari e cercava disperatamente di parlare con lei.

A volte, nel boato della tempesta, Laura percepiva qualcosa di ciò che le veniva detto: all’inizio cercava di rispondere, chiedeva chi ci fosse accanto a lei, inutilmente urlava cercando di farsi sentire, di capire. Poi, gradualmente, si era chiusa in sé stessa, rinunciando a cercare qualunque contatto con il mondo al di là di quella barriera, finendo per dimenticarsi della sua esistenza.

Un letto e una poltrona nel soggiorno divennero il suo universo. Accudita in silenzio, viveva isolata da un caos urlante in cui non era possibile riconoscere più nemmeno l’idea del movimento, divenuto ormai tanto violento e sregolato da apparire come una totale stasi.


Nel libro, che ormai non aveva più bisogno di leggere, le pagine luminose erano una finestra di quiete attraverso la quale Laura vedeva nitidamente tutto quello che aveva perduto. Là era nascosto un mistero dolce, che aveva il profumo graffiante di una nostalgia antica. Cresceva di ora in ora, giorno per giorno. Aveva un significato profondo, dava senso ad ogni cosa, anche al muro di polvere che l’assediava, quel non-moto di brandelli delle cose perdute, o mai esistite. Era tardi ormai, per coglierne la differenza.

Avvenne una mattina, all’inizio di un’altra primavera. Senza preavviso, senza averci pensato troppo, alla fine Laura quella porta la varcò.
Sussurrò un delicato saluto che gli altri, raccolti intorno al suo capezzale, interpretarono come un convulso spasimo di dolore.
Ma in realtà ciò che l’aveva avvolta era pace, pienezza, l’aria cristallina e immobile che si respirava in quel luogo luminoso. Dove non c’era nemmeno un granello di polvere.