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domenica 24 marzo 2013

Meccanismo imperfetto


Fino a quel martedì mattina uggioso, di fine inverno, la parte perfetta della vita di Mario marciava con la meticolosa prevedibilità di un orologio. Impeccabili ingranaggi, oliati alla perfezione, giravano senza conoscere il più minuscolo inceppamento.
Lavoro di prestigio, soldi, vita di società, sport avventurosi, viaggi esclusivi. Ogni tassello del puzzle combaciava perfettamente con gli altri, scivolava al suo posto con un movimento fluido, senza intoppi, contribuendo a comporre un idilliaco quadro di insieme.
Nella vita di Mario le rotelle dell’orologio giravano con ticchettio regolare e continuo, senza scosse. Ma il loro moto perennemente uniforme rimaneva fine a sé stesso, un meccanismo perfetto ma chiuso, non connesso e quindi incapace di trasmettere all’esterno alcun movimento.
L’orologio ticchettava, ma le sue lancette  rimanevano ferme.

Nel mondo reale, gli orologi segnavano le sette e quarantadue. A quell’ora né Mario né la sua vita perfetta, sospettavano nulla di ciò che stava per accadere. Il semaforo pedonale all’improvviso scattò sul giallo, bloccandolo sul marciapiede,  gli occhi fissi sull’asfalto lucido di pioggia che stava per attraversare.
Spostò nervosamente il peso da un piede all’altro, facendo cadere lunghi rivoli di pioggia dalle falde del costoso cappotto impermeabile. Calcolò che avrebbe dovuto accelerare il passo per recuperare quel ritardo.
Spostò lo sguardo lungo l’arteria gonfia di pioggia e di traffico. Uomini d’affari, impiegati, funzionari di banca. Le persone in piedi al semaforo erano irraggiungibili, isole in un burrascoso mare di fretta.
La bambina aveva un cappottino rosso. Stava ferma all’angolo, lo sguardo perso nella pioggia. In lei c’era qualcosa che colpì l’attenzione di Mario: l’insieme dava un’impressione vaga di asimmetria, di sbagliato. Il cappotto era pulito e nuovo. Poi abbassò lo sguardo e vide che la piccola era scalza.
Qualcosa scattò e nella vita di Mario, per la prima volta, il meccanismo perfetto si inceppò.
Il verde scattò e la folla si mosse in avanti. Lui invece si avvicinò all’angolo della strada.
La bambina sollevò lentamente lo sguardo e incontrò quello di un uomo alto ed elegante, con un bel cappotto costoso e una ventiquattrore in pelle impermeabile, che la guardava dritto negli occhi.
“Spostati per favore. Non riesco a vedere” disse la bambina.
Mario rimase spiazzato. Non aveva esperienza di bambini. Non li aveva previsti, erano imprevedibili e comunque non sapeva cosa rispondere a un approccio del genere.
Così si spostò di lato, con il movimento affrettato e l’imbarazzo di chi scopre di trovarsi stupidamente nel posto sbagliato.
“Va bene così?” domandò.
“Sì grazie” rispose la bambina, continuando a fissare la strada.
“Cosa guardi?” chiese Mario.
“Osservo. E’ il mio compito.”
“Il tuo compito?”
“Certo. Io sono una telecamera di sorveglianza” disse la bambina scandendo bene le parole, come se stesse spiegando un’ovvietà ad un bambino molto piccolo, o ad uno stupido.
Mille pensieri attraversarono la mente di Mario, fra cui quello di salutare la bambina e tornarsene a badare ai fatti propri.
In fondo, a pochi metri da lui centinaia di persone lo stavano già facendo, attraversando ad ondate la strada senza registrare l’immagine di una bambina scalza, inzuppata fradicia, sola sotto la pioggia battente.
“Da quanto tempo sei qui?” Domandò invece Mario.
“Sei ore, quaranta minuti e diciotto secondi” disse la bambina. Poi proseguì, contando i secondi “diciannove, venti, ventuno…”
Mario, anche se non era esperto di bambini, pensò che la piccola potesse avere al massimo otto anni. Il suo viso era molto pallido e attorno alle labbra si stava formando un cerchio bluastro. La piccola tremava visibilmente.
“Cosa ne pensi” disse con la voce più pacata che gli riuscì “di fare una pausa?”
Lei lo guardò fisso, senza dire niente.
“Ogni telecamera deve fare una pausa, ogni tanto. E’ scritto anche nel manuale delle istruzioni.”
La bambina rimase in silenzio, fissando gli occhi dell’uomo. Aveva nello sguardo qualcosa di dolorosamente tagliente, profondo e oscuro, che lasciò Mario sbalordito. Pensava, aveva sempre creduto, che i bambini non potessero guardarti in quel modo.
Sostenne quegli occhi a fatica. Si sentiva scrutato dentro. Era difficile, più che mentire al direttore generale, o vendere una polizza capestro.
“Va bene” disse lei alla fine.
“Oh…” fece Mario, sorpreso. “D’accordo. Allora vieni con me.”

Alle otto e dodici Mario e la piccola sconosciuta, scalza e zuppa di pioggia, entrarono in un caffè del centro e si accomodarono ad un tavolino vicino al termosifone.
La bambina si era tolta il cappotto bagnato rivelando, sotto di esso, un leggero pigiamino di cotone. Era buffo, decorato con coniglietti e farfalle in lilla e glicine.
Mario ordinò caffè e cioccolata calda e chiese alla cameriera se avesse per caso un plaid per la bambina, che continuava a tremare visibilmente.
La donna lo guardò in modo strano. Era quel genere di sguardo, carico di biasimo e condanna, che Mario aveva riservato agli zingari che elemosinano con i bambini in braccio. Sentendolo su di sé, bruciante sulla pelle come una vampa di fiamma, avvertì che altri ingranaggi saltavano via dalla sua vita perfetta.
Giunsero le ordinazioni e infine anche il plaid, insieme alla proprietaria del locale.
La bimba fu avvolta nella coperta e asciugata. Saltarono fuori anche un paio di calzini di lana, caldi ma troppo grandi.
La proprietaria era una donna di mezza età, dall’aria severa e particolarmente accigliata.
“E’ sua questa bambina?” Disse a Mario con tono brusco.
“Ma le pare? L’ho incontrata qui all’angolo, bagnata fradicia. Ho pensato… ecco, ho pensato di aiutarla.”
L’incredulità che vide nel volto della donna lo sbalordì. Come potevano pensare che… Si fermò, realizzando che la vera domanda era cosa potessero pensare di un uomo che entra in un locale con una bambina in quelle condizioni.
“Ehi, non mi guardi in quel modo, d’accordo? Le ho detto che era qua fuori, ho pensato che avesse bisogno di aiuto.”
Ma la donna non lo stava ascoltando. Si era rivolta alla bambina.
“Dov’è la tua mamma, piccina?”
Mario si stupì di non aver pensato a rivolgere alla piccola una domanda tanto semplice.
La bambina restava in silenzio, osservando tutti da sopra il bordo della sua tazza di cioccolata, che teneva stretta fra le manine e in cui affondava la metà inferiore della faccia.
“Conosci questo signore tesoro? Come ti chiami?”
Lentamente, gli occhi della bambina si chiusero. La sua testa scivolò di lato e lei cadde giù dalla sedia, svenuta.
Nel trambusto, Mario rimase immobile, incapace di agire. Vedeva da lontano, come sullo schermo di un cinema, le due donne spintonarsi per raggiungere la piccola, la gente alzarsi dai tavoli. Gli giungevano ovattate le grida di chi chiedeva a gran voce che qualcuno chiamasse un’ambulanza, senza pensare che poteva farlo lui.
Per alcuni lunghissimi minuti le persone dentro il locale si rivolsero a lui urlandogli contro un misto di domande, insulti, frasi che nella mente confusa di Mario non significavano niente. La sua mente era ferma, bloccata, incapace di proporre un’azione razionale per affrontare la situazione.
Giunto il 118, i sanitari ristabilirono l’ordine con la loro asettica efficienza. Presero in custodia la piccola, circondandola con un cerchio di corpi bianchi, al di là del quale regnava una frenesia ordinata e incomprensibile.
Dopo alcuni minuti il gruppetto fu raggiunto da una lettiga dove fu caricata la piccola, avvolta in una montagna di coperte. Un uomo seguiva i portantini stringendo ritmicamente la base di un oggetto di gomma scura con un lungo tubo, che terminava avvolgendo la faccia della paziente.
Uno dei sanitari si staccò dal gruppo e domandò ai presenti chi fosse responsabile della bambina.
Mario realizzò lentamente, come in sogno, che tutte le facce erano rivolte verso di lui.


“Si può considerare una specie di rara forma di autismo. Lo dico per darle un’idea, si tratta di un problema complesso. Seguiamo il caso da alcuni anni, non è la prima volta che sfugge ad ogni sorveglianza e che succede una cosa del genere.”
La dottoressa parlava a bassa voce ed era difficile capire tutte le parole lì, in quella stanzetta ricavata dentro la rianimazione, con tutti i cicalini dei monitor e il rumore degli altri macchinari.
Era una donna giovane, in un altro momento Mario avrebbe notato che era molto carina.
La bambina era stata sistemata in un box isolato. La bella dottoressa aveva spiegato che stavano cercando di riscaldarle il sangue, che aveva i piedi quasi congelati e un inizio di polmonite. La situazione non era buona.
“I genitori sono stati avvertiti dalla Polizia e saranno qui fra poco. Gli agenti che abbiamo chiamato desiderano parlarle, come può immaginare. In questo momento stanno ricopiando le generalità della piccola dalla cartella clinica, poi vedranno lei. Aspetti qui, d’accordo?”
“Va bene” rispose.
Mentre Mario aspettava di parlare con i poliziotti, dentro la sua tasca il telefono continuava a ricevere messaggi. Erano comunicazioni che normalmente avrebbero catturato tutta la sua attenzione. Ora, invece, si limitava a scorrere pigramente le righe sullo schermo.
Prima, Mario non aveva mai fatto tardi in ufficio. Nessun contrattempo, malattia, occasione speciale lo aveva tenuto lontano dalla sua scrivania. E mai aveva mancato di avvertire tempestivamente del più banale ritardo.
In una sola mattinata la sua reputazione cristallina si era incrinata mentre i colleghi, impossibilitati a condurre in sua vece l’incontro finale di una delicatissima trattativa milionaria, cercavano con panico crescente di rintracciarlo.
Mario raccontò che il motivo per cui aveva provocato un danno di quella portata all’azienda era stato l’impulso di occuparsi di una ragazzina sconosciuta. Mentre parlava, ebbe la chiara sensazione di aver dato l’avvio ad una reazione a catena, il primo sassolino di una frana che rischiava di travolgere il suo lavoro e la sua carriera.
Ogni ingranaggio era disconnesso dagli altri, il meccanismo fermo. La vita perfetta di Mario aveva cessato il suo ticchettio.

Gli agenti, lui li aveva trovati piuttosto inespressivi, quel genere di persone che ne hanno viste troppe perché qualcosa possa ancora colpirli.
Comunque erano stati gentili. Si erano fatti un’idea precisa della situazione ancor prima di parlare con lui; non pensavano che fosse responsabile di quello che era accaduto alla bambina. Non gli importava granché del resto.
Quando lo congedarono, il più giovane dei due gli disse che un’altra volta avrebbe fatto meglio a chiamare la Polizia.
“Certe cose, le lasci a chi fa il nostro mestiere.”
 Mario disse che aveva capito. Il poliziotto lo salutò e si chinò sulle proprie carte.

Fuori dal reparto di rianimazione, la bella dottoressa stava parlando con una donna di mezz’età, vestita in modo semplice, affrettato. Era spettinata e stanca. Accanto a lei c’era un uomo che aveva tutta l’aria di essere sul punto di crollare.
La donna ascoltava il medico con il volto pallido. Mario non riusciva a sentire le parole che le venivano dette.
Mentre ascoltava, il volto della donna si deformò grottescamente, contorcendosi in una maschera di dolore, mentre un lamento stridulo, come il verso di un uccello, le uscì dalla gola.
Il marito corse a sostenere la donna, che si era accasciata su sé stessa come una marionetta a cui avessero tagliato i fili.
Rimase lì a guardare, mentre il grido di dolore della madre della bambina si trasformava in una serie di singhiozzi soffocati e violenti.
La dottoressa lo fissò, riconoscendolo, e nel suo sguardo Mario vide, come nel frammento di uno specchio, una piccola goccia di quell’oceano di dolore e impotenza contro cui la ragazza con il camice bianco si ergeva tutti i giorni.

Quando uscì dall’ospedale, le sue gambe si muovevano autonomamente mentre la mente era incapace di pensare o di capire. L’istinto lo portò verso i taxi, la sua bocca pronunciò l’indirizzo di casa.
Sul sedile posteriore chiuse gli occhi. Qualcosa dentro di lui ribolliva. Frammenti si avvicinavano, urtavano, si componevano e si separavano di continuo. C’era un movimento, un sussulto dell’animo che adesso percepiva, nitido e chiaro.
Era il fragoroso incedere di un meccanismo imperfetto, fatto di emozioni, impulsi e passioni che finalmente aveva trovato la strada per farsi largo, nella vita di Mario. Le lancette dell’orologio, sussultando, avevano iniziato a girare.
Due lacrime, grosse e pesanti, si affacciarono sul bordo dei suoi occhi. Il pianto tracimò silenzioso, rigandogli il viso stanco.
Il sole tramontava in quel momento, specchiandosi sull’asfalto ancora lucido. Forse domani le nuvole sarebbero scomparse. L’aria era già più limpida, quella sera, lavata via dalla pioggia che, come il pianto, poteva portare via con sé molte cose.