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venerdì 8 marzo 2013

Polvere nell'aria


Nella terra del ghetto la polvere ricopriva subito ogni traccia. Il vento era forte.
Dai fianchi delle colline rotolavano nubi di sabbia; scendevano sopra ogni cosa, rendendo tutto piatto e informe. Solchi profondi, sfregi violenti nella pianura riarsa, si avvolgevano intorno alla città come la pelle secca di un serpente.
Il ghetto era un dedalo di camminamenti stretti e tortuosi. C’era poca luce. Il vento sputava refoli improvvisi, folate rabbiose di aria rovente in cui vorticavano miriadi di granelli. Scendevano e riempivano tutti gli spazi vuoti.
No, pensò. Tutti no. C’erano posti dimenticati, inaccessibili anche alla polvere, fatti solo di niente. Quelli dove vivevano le loro famiglie, giù nel buio.

Faceva caldo ma lei rabbrividì. Pensava alle scelte che non aveva. La sua vita assomigliava al cammino che stava percorrendo. Aveva molte svolte laterali in cui cercare un altro percorso, ma erano tutti vicoli ciechi. 
Due soldati la incrociarono. Erano giovani e forti, le membra robuste coperte delle luccicanti scaglie delle armature. Uno dei due le rivolse un’occhiata fugace. Lei si ritrasse, temendo un contatto, ma erano già passati oltre, ignorandola come se fosse stata un’ombra.
Era giusto così.  Il suo posto era nel ghetto, fra le ombre.
Strinse più forte il suo carico e aumentò l'andatura,  la strada era ancora lunga, il tempo correva.

Non era mai uscita dal ghetto, prima. Non era stata una cosa facile e ancora non riusciva a capacitarsi di come tutto fosse andato per il verso giusto.
Aveva preparato ogni cosa nei minimi dettagli, comunque.
Il piano era rischioso, ma aveva funzionato alla perfezione. E forse il segreto stava proprio nella sfacciata imprudenza con cui aveva attraversato tutto il ghetto tenendo quella roba in bella vista, senza fare alcuno sforzo per celare il carico che portava con sé.
Lo aveva tenuto vicino a dove dormiva per settimane, nascosto sotto un mucchio di terriccio ed escrementi, dove nessuno avrebbe voluto mettersi a frugare. Laggiù nel buio, ogni cosa era al sicuro, perché niente esisteva veramente: la sua famiglia, lei stessa, le loro cose: agli occhi dei nobili erano trasparenti, incolori e impalpabili.
Come l’aria, lei e i suoi simili non erano percepibili, pur essendo indispensabili alla vita degli altri.
Al cancello il soldato di guardia si concentrò su di lei vincendo un evidente disgusto. La tenne a distanza, in modo brutale e scostante. Era esattamente quello su cui lei contava; la ispezionò in maniera superficiale e affrettata, tenendosi lontano dal suo corpo. Non si accorse di niente, non rilevò alcuna minaccia.
Il cancello si aprì e lui la pungolò sgarbatamente perché si sbrigasse.


L’atmosfera rovente e irrespirabile diventava rapidamente più gradevole, mentre scendeva verso il quartiere reale. In prossimità della reggia si respirava aria fresca e deliziosamente umida.
Incontrò molti nobili e diverse guardie. Nessuno badò a lei, né a ciò che portava con sé, ancora in piena vista. Erano inconsapevoli e boriosi. Sicuri del sistema che avevano costruito, non concepivano la banalità con cui poteva essere distrutto.
Passò a testa alta fra capannelli di possenti guerrieri e aristocratici altezzosi. Nessuno di loro registrò la sua presenza, né la minaccia che recava. Se avessero saputo, sarebbe stata fatta a pezzi in meno di un secondo.
Ma gli schiavi, gli intoccabili, erano come la polvere nell’aria, una presenza trascurabile, un lieve fastidio di cui non si poteva fare a meno, come un granello di sabbia. Un granello, impercettibile e fastidioso, che portava una minaccia letale nel cuore del regno.
La cosa che aveva con sé si disgregava mentre lei la stringeva. La consapevolezza che quell’orribile sostanza, prodotto di un mondo alieno e crudele, era già entrata in lei condannandola ad una morte terribile non scalfiva la sua determinazione.

Troppo grande era la disperazione che la spingeva, troppi i soprusi, le umiliazioni, la violenza che il suo stesso popolo avevano perpetrato verso di loro da generazioni.
Da tempo non riusciva più a dormire, quando pensava all’ultima guerra. I suoi compagni fatti a pezzi per il divertimento dei guerrieri. E poi il banchetto, con i loro resti, la più abominevole forma di disprezzo per la propria gente.
In quei giorni, insieme ai suoi figli e al suo compagno, aveva perso l’ultima speranza di sentirsi parte di quel modo di vivere. Era morta anche lei. Il suo corpo di schiava continuava a muoversi e camminare, ma per un unico scopo. Oggi, per realizzarlo, anche quel corpo stava finalmente morendo.

Nessuno si accorse di lei nemmeno quando raggiunse la camera reale, e gettò il mortale grumo di insetticida degli umani fra le uova della Regina.
Le forze l’abbandonarono mentre lo spezzettava con le mandibole, spargendolo ovunque. Si accasciò, le zampe riverse sull’addome. Le sue antenne continuarono a muoversi ancora un poco, come fili d’erba al vento, mentre per la piccola formica operaia giungeva finalmente la pace.