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venerdì 1 marzo 2013

Scusa, micio


Io, giuro che non lo sapevo. Ma lo dico sul serio.
Non come succede quasi sempre, che le cose le ignori per pigrizia, che hai poca voglia di informarti e poi c’è un momento in cui sei rimasto lì, come un baccalà, quando ti sei accorto che tutti  sapevano e tu no.
Io del gatto di Schrodinger mi ero informato, e come. Voi, se vi pare il caso, fate in tempo a rimediare facilmente.
Sapevo che stava lì, chiuso in quella maledetta scatola, impenetrabile ad ogni sguardo, persino al pensiero. E che aspettava noi, maldestri e arroganti artefici del suo fato, che ad un certo punto, incapaci di attendere oltre, quella scatola l’avremmo aperta per vedere (ma com’è che siamo, a volte!) se il felino fosse già stecchito.

E poi, constatato il fattaccio, tutti giù a dichiarare, fra il tronfio e il costernato, che la perturbazione del sistema l’abbiamo creata noi. Il gatto sarebbe morto comunque? Era già morto? Era vivo e l’abbiamo freddato perché mai, progenie umana, siamo capaci di stare con le mani a posto?
Oh no, niente di così linearmente crudele.
In realtà il gatto non era né vivo, né morto. Aspettava nel limbo che noi ci mettessimo le manine, sulla scatolina.  
Esperimento mentale, d’accordo. Nessun gatto c’è mai stato dentro quella trappola.
Ma in fondo così è ancora più crudele. Perché allora ognuno di noi può essere il carnefice del proprio gattino.
Basta pensarlo, il micio. E’ nella tua testolina quella scatola, con il contatore Geiger, la fialetta di cianuro e quel maledetto pezzettino di roba, radioattiva ma non troppo, che decade ma con calma, sempre lì indeciso se farlo o no, se rimanere sospeso o no.
Che poi, ammettiamolo, la sovrapposizione quantistica fa comodo a tutti, specialmente di questi tempi. Non sono indeciso, non sto tergiversando, non sto dicendo un’odiosa mezza bugia: sono in uno stato di sovrapposizione quantistica fra due possibilità.
Mica male, eh? Ma io no, niente. A me faceva pena il gatto.
Non c’era modo che ne uscisse bene, il felino. Vivo, non era. Morto, nemmeno. Aspettare fra i due stati, contemporaneamente vivo o morto, deve essere uno schifo che, al confronto, attendere che facciano un governo in questi giorni è tutta una gioia trepidante.
Così io mi ero astenuto. Mi ero messo in pace l’anima e avevo deciso di non pensarci.
Niente scatole, niente gatti. Al massimo un po’ di cianuro lasciato lì, incautamente, fra un neurone e l’altro. Ma nessuna sovrapposizione, nella mia testa. Niente mici maltrattati, né mentali, né in carne e ossa. Che non si sa mai, povere bestie che siamo tutti, poi magari a qualcuno viene voglia di farlo con noi, l’esperimento mentale.  
Ma le cose non sono mica così semplici. Oh, no.
Provateci un po’, voi, a non pensare ad una cosa ben precisa. Una cosa qualunque. Andate a leggerne la descrizione, doviziosa di particolari, e poi ditevi: “non pensarci.”
Volete provare? Ok.
Mentre scrivo sono seduto in treno, davanti a me un ragazzo si scartoccia un panino che puzza di speck, probabilmente della settimana scorsa. Sbiascica un po’ e mi ostruisce la vista della bella figliola seduta nello scompartimento accanto.  Ci siete? Bene. Ora non pensate né ad un panino, né ad un treno, e men che meno ad una bella figliola.
Una passeggiata, eh?
Figuratevi io e il mio gatto. Povero lui, aspetta da un bel po’ che qualcuno gli apra la scatolina. E poco importa che oggi, da qualche parte (si, è il link di prima) qualcuno abbia scoperto che con parecchia maestria si può veder che diavolo stia facendo, il felide.
Io lo so che sta male. Lo sapevo già da quando, cercando di non pensarci, l’ho pensato.
Sapere oggi che lo posso vedere, indagare, studiare senza turbarne l’infernale stato di indefinita irrealtà, mi cambia ben poco. Non è una scusa per il mio senso di colpa.
Anzi sì, una cosa la cambia.
Se ti posso vedere, se in qualche modo puoi sentirmi, ora te lo posso dire.
Scusa, micio.