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lunedì 29 aprile 2013

La bambina senza colori



Nel cuore del Bosco Incantato, proprio al centro di una piccola radura, sorgeva una graziosa capanna di tronchi e rami intrecciati, dove viveva una bambina grigia.

Pur essendo molto bella, la bambina era nata senza i colori.
Aveva la pelle di un grigio tenue e delicato, come una nuvola d’estate. Le sue labbra, color della fuliggine, erano appena più chiare degli occhi, che parevano d’argento. I lunghi capelli, neri come la notte, le scendevano ai lati del viso raccolti in due lunghe trecce.

Per un’antichissima magia, nel Bosco Incantato il tempo non scorreva mai. Nella foresta e nei prati si susseguivano immutabili i giorni limpidi di un’eterna estate.
Le piante, i fiori e gli animali erano rimasti giovani e nel pieno delle loro forze. Ed anche la bambina grigia, da quando viveva nel Bosco Incantato, non era cresciuta di un solo giorno.
Trascorreva la sue giornate giocando nella foresta inondata di sole. Era amica di tutti gli animali, degli arbusti e dei saggi alberi secolari, che le parlavano confidandole i loro antichissimi segreti.

La vita nel bosco scorreva tranquilla ed anche la bambina senza colori era molto felice. Passeggiava in mezzo ai prati verdissimi, che i fiori punteggiavano di tutti i colori dell’arcobaleno. Inoltrandosi nelle grandi distese di faggi frondosi, alla cui ombra crescevano i morbidi muschi umidi, la bambina respirava i profumi delle bacche del ginepro e le dolci fragranze della menta selvatica.
Un giorno, percorrendo un sentiero inesplorato, la bambina si trovò a salire sempre più in alto, giungendo fin sui fianchi scoscesi di una ripida montagna.
I tronchi affusolati degli abeti si abbarbicavano alle rocce scure, come dita sottili protese verso il cielo azzurro.
Il sentiero si era fatto molto stretto e ripido, ma la bambina senza colori non conosceva la paura e, se pur con fatica, avanzò lungo lo stretto cornicione di roccia, inoltrandosi verso la cima della montagna.

Era ormai vicina alla vetta quando si trovò la strada sbarrata da una cascata. L’acqua cristallina scrosciava con allegro frastuono. Rimbalzava sulle rocce del sentiero spruzzando l’aria di una miriade di gocce iridescenti, poi precipitava giù, lungo il fianco verticale della montagna, perdendosi nella foschia della vallata.
Mentre ammirava lo spettacolo maestoso notò un magnifico albero. Aveva le radici piantate saldamente proprio a fianco della cascata, mentre il grande tronco cresceva tutto sospeso sopra il precipizio. Le sue foglie erano inzuppate degli spruzzi della cascata, che lo raggiungevano come una nebbiolina sottile e leggiadra.

Con grande stupore, vide che le foglie dell’albero era quasi tutte rosse, come il sole al tramonto; mentre le guardava, una folata di vento ne strappò alcune, facendole volare via in un triste vortice. Lei, che aveva sempre vissuto nella stagione senza tempo del Bosco Incantato, si meravigliò moltissimo a quella vista.

L’albero era molto vecchio e aveva una voce flebile e dolcissima, come di qualcuno che sta per cedere ad un sonno profondo. Quando la vide, le domandò.
“Dove sono i tuoi colori?”
La bambina grigia si strinse nelle spalle.
“Non ne ho. Sono sempre stata così. Tu, piuttosto, perché hai le foglie tutte rosse? E perché volano via?”
“Sta arrivando l’inverno, bambina. Le foglie mi stanno abbandonando.”
“L’inverno? E che cos’è?”
“E’ il tempo in cui la natura riposa. Ogni cosa si addormenta e muore, nel lungo sonno bianco.”
“Ma è una cosa terribile!” Gridò lei spaventata.
“Oh sì. Lo è. Ma il lungo sonno porta con sé anche la promessa di una nuova, dolce primavera.”

La bambina non lo stava più a sentire. Corse veloce giù per il ripido sentiero e quando giunse alla radura dove viveva, i suoi occhi erano pieni di lacrime.
Vicino alla capanna, c’era un vecchio cervo dalle corna maestose, amico della bambina. Quando la vide piangere, le domandò cosa le fosse successo.
“Ho visto un albero che sta perdendo le sue foglie. E mi ha detto che presto arriverà l’inverno, in cui ogni cosa si addormenta e muore.”

Dopo un lungo silenzio, il cervo rispose:
“E’ dunque giunta la fine della lunga estate del Bosco Incantato. Presto la neve bianca scenderà a coprire la foresta. L’erba scomparirà, ed ogni pianta e animale si addormenterà.”
“Oh no!” Gridò la bambina. “Io non voglio che succeda”
“Deve succedere, mia piccola amica. Senza l’inverno, non potrà esserci un’altra primavera.”
“Ma cosa ne sarà di me?” Domandò ancora la piccola. “Da sola nel bosco addormentato, cosa farò?”
“Tu avrai un compito molto speciale. Dovrai custodire i nostri semi, tenerli caldi con l’amore del tuo ricordo, perché possano germogliare nella nuova primavera.”
“Ma come posso fare?” Singhiozzò.
“Per prima cosa, pensa alle cose che ami. Chiedi al tuo cuore di conservarne il calore, perché il loro ricordo non debba scomparire sepolto dal gelo. Mantienilo vivo, anche quando le notti saranno lunghe e i giorni grigi. Lotta contro il sonno e lo sconforto, perché non abbiano a prevalere sui tuoi ricordi.”

La bambina era molto impaurita, ma ascoltava con attenzione.
“E poi?”
“Poi, quando il sole tornerà a splendere e la terra gelata potrà tornare a vivere, lascia che il tuo cuore doni nuovamente ciò che ha serbato in sé. Bagna la terra arida con le lacrime della tua nostalgia, affidale i semi dei tuoi ricordi. E vedrai rifiorire intorno a te la vita.”

Così la bambina senza colori iniziò a percorrere il Bosco Incantato.
Era consapevole che tutte le meraviglie dell’estate intorno a lei erano destinate ben presto a cedere il passo al freddo inverno. Così osservava ogni cosa con occhi nuovi, più attenti ad ogni particolare. Notava l’umile magnificenza delle stelle alpine, la semplice complessità della tela del ragno su cui si posavano, scintillanti al sole, perle di rugiada.

Il cuore della bambina palpitò all’unisono con quello del nobile falco e del fiero orso di montagna. Si allargò per accogliere l’antica sapienza dell’albero, l’immutabile solidità della roccia, la profonda trasparenza del lago di montagna.
E dalle vette maestose fino al più effimero petalo di fiore, di tutto il cuore della bambina serbava, con il ricordo, un sentimento di struggente desiderio, custodendo in sé quel distillato di amore e nostalgia che è la pura essenza delle cose.

Venne infine, trascinata dal vento del Nord, una coperta cupa di gelide nubi, che portò con sé la prima neve.
La bambina senza colori guardò incantata la magia dei fiocchi immacolati che volteggiavano leggeri, stendendosi su ogni essere e su ogni cosa, senza alcun rumore, fino a coprire la terra.

E quando tutto fu sommerso dal manto candido, quando ogni foglia fu caduta e i rami spogli, seccati e gelidi, rabbrividirono al vento tagliente, la bambina si ritirò nella sua capanna, tenendo vivo il fuoco e il sogno dell’estate perduta.

Si accorciavano i giorni e la notte  il vento ululava, sbattendo forte le assi della capanna.
Vennero i lupi, a ringhiare nella radura, spettri affamati di luce e calore.
Infine le notti si fecero lunghe e cupe. Il vento più freddo iniziò a fischiare fra i rami spogli e, con la solitudine, giunse la tentazione dell’oblio.
Ma la bambina senza colori ricordava le parole del cervo. Teneva lontane le ombre aggiungendo legna sul fuoco, scaldando il proprio cuore con il ricordo dei giorni luminosi, affinché non cedesse al gelo e al buio.  
Nessuna raffica impetuosa riuscì a spegnere la fiamma, e le creature della notte non poterono ghermire la bambina senza colore per trascinarla nel buio.

L’inverno fu lungo e rigido. I giorni trascorrevano sempre uguali, lividi e senza calore, mente la bambina lottava per strappare alla foresta il cibo che le serviva per sopravvivere.
Ma alla fine, la luce del sole iniziò a filtrare fra le nuvole basse e grigie. Le giornate si allungavano e la neve si scioglieva in mille allegri rigagnoli, che confluivano in ruscelli di acqua cristallina.

Allora la bambina uscì di nuovo a giocare nel Bosco Incantato.

Dovunque passasse, il suo sguardo carico d’amore si posava sulla natura e l’aiutava a rivivere. Nella foresta, i rami scheletrici delle piante si riempivano di tenere gemme, promesse di nuova vita che si schiudevano al cielo sempre più azzurro. Qua e là, ciuffi d’erba verdissima spuntavano dal terreno inzuppato che si scaldava al nuovo sole.
Giorno dopo giorno il Bosco Incantato tornava a vivere, e lei gioiva nel vederlo ancora più bello e rigoglioso di come lo ricordava.

Una mattina, il vecchio cervo tornò a pascolare sulla radura dove sorgeva la capanna.
Si incontrarono e lei lo abbracciò con grandissima gioia.
Lui la guardò e le disse:
“Hai donato la vita al Bosco Incantato, facendolo rinascere ancor più grande e meraviglioso. Ed ecco, lui in cambio ti ha donato i suoi colori.”

A quelle parole, lei corse a specchiarsi in uno stagno. Con grande meraviglia, contemplò riflessa nell’acqua limpida l’immagine di una splendida fanciulla.
Il cervo, accanto a lei, le toccò dolcemente una mano con il muso.
“Anche tu, dopo l’inverno, sei cresciuta. Ma il tuo cuore rimarrà sempre quello di bambina.”

Alla giovane donna, che era stata una bambina senza colore, il Bosco Incantato aveva donato occhi verdi e luminosi come le gemme di primavera, capelli biondi e fluenti come il grano d’estate,  labbra rosse e sottili come le foglie frementi al vento d’autunno.

Da quel momento, la fanciulla restò per sempre nel Bosco Incantato, facendo risplendere in ogni stagione i suoi colori, che diventavano sempre più vividi.
Ma la sua pelle rimase bianca, come la terra d’inverno ammantata di neve.