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lunedì 8 aprile 2013

La Torre di Pratopiazza

La torre era spuntata dal nulla nel giro di una notte.

Dalla sera alla mattina aveva riempito la grande spianata che scendeva dolcemente verso il fiume. Tutto lo spazio disponibile, fino a quel momento utilizzato dagli abitanti della cittadina per passeggiare oziosamente sui sentierini improvvisati nell'erba incolta di quel simulacro di parco, a cui ci si riferiva affettuosamente con il nomignolo di Pratopiazza.

Quella mattina, quando i cittadini alzarono lo sguardo per cogliere i primi svolazzi dell'aurora in cielo, dolci come le carezze di un amante premuroso che risvegli teneramente l’amato, la torre era lì, visione immensa, maestosa, inattesa e inconcepibile.

Il suo basamento era un unico, compatto cilindro di pietra rossa, perfettamente liscia, grande quanto tutto il perimetro della radura. Sagomato in modo da compensare il dislivello del terreno e risultare quindi perfettamente orizzontale, era alto almeno tre metri nel lato meno declive della spianata.
Questo colossale disco di pietra era interrotto, in corrispondenza dei quattro punti cardinali, da altrettante scalinate, che offrivano un accesso di comodi e ampi gradini alla sua sommità.
Qui erano ricavati quattro grandi archi acuti in ferro battuto, dalle linee dolci e slanciate, che si chiudevano all'apice con delicati arabeschi e ardite decorazioni filiformi, scintillanti nel sole nascente.
Oltre i cancelli, che però non sembravano fatti per chiudersi, iniziavano quattro ampi viali di pietra scura e liscia, che si continuavano senza interruzione con la superficie rossa del basamento, come in un intarsio di pietre preziose. Ciascuno di loro terminava, dopo un breve percorso rettilineo, contro il corpo vero e proprio della torre.
Era questo un ciclopico blocco di un materiale bianco, liscio e traslucido, del tutto simile all'alabastro, che dalla base cilindrica si slanciava verso il cielo divenendo via via più affusolato. La sommità della torre era costituita da un ardito pinnacolo, largo e sottile, attraverso il quale la luce del sole filtrava tingendosi di un affascinante tono di azzurro.

La gente della città iniziò a radunarsi al limitare di Pratopiazza fin da quando il sole, sorgendo, aveva svelato la novità. Come spesso succede dinanzi ad un fatto evidente ed inspiegato, le reazioni furono le più varie.
Alcuni si trovarono dinanzi al basamento rosso e si bloccarono lì, con le valigette da lavoro ondeggianti al fianco; registravano la presenza dell'insolita costruzione e poi si affrettavano a girarle intorno, affrettando il passo per compensare con l'andatura spedita l'allungarsi del percorso che normalmente li avrebbe condotti attraverso la spianata.

Altri invece rimanevano con il naso all'insù per diverso tempo, rimirando l'inspiegabile presenza, come se si aspettassero da lei un mutamento, o lo svelamento di un particolare, non subito percettibile, che ne spiegasse chiaramente natura e scopo.

Altri ancora, curiosi e indagatori ma dall'indole più pratica che contemplativa, si avventurarono su per le scalinate, varcarono le eleganti arcate e si incamminarono lungo i viali. Fra loro vi era chi passeggiava con aria assorta, chi avanzava cautamente, sobbalzando ad ogni minimo rumore. Altri procedevano con metodo, metro per metro, toccando, osservando, misurando, valutando, grattando e sollecitando nei modi più vari il materiale liscio e inerte che componeva il misterioso monolite e le sue parti.

I più rimanevano in disparte. Lieti che qualcuno affrontasse il problema, si prodigavano per assicurarsi che il lavoro venisse fatto bene. Così dal bordo della piazza si levava uno stuolo di consigli ciascuno dei quali, mescolandosi e sovrapponendosi ai suoi simili, giungeva agli uomini impegnati nell’esplorazione sotto forma di confuso e incomprensibile baccano.

Giunse infine l’autorità, rappresentata da una decina di pattuglie della Polizia e da una squadra di uomini della Prefettura. Gli agenti fecero scendere quelli che si erano avventurati sulle scale e sulla spianata alla base della torre, recintarono l’area e si misero a presidiare le quattro scalinate.

In breve, un cordone di poliziotti controllava la folla, che a sua volta guardava la torre, domandandosi perché mai gli agenti si occupassero di loro anziché indagare il misterioso edificio.
Qualcuno lo disse. Il capo degli uomini della Prefettura rispose che lui aveva i suoi ordini e non era tenuto a discuterli con dei civili.
Ne vennero fuori dei commenti arguti e irriverenti sull’utilizzo dei soldi pubblici e la competenza delle forze di polizia. Gli animi si scaldavano insieme alla giornata che, levandosi il sole estivo nel cielo terso, si annunciava bollente.

Arrivarono i giornalisti portandosi dietro telecamere, microfoni, furgoni dai tetti irti di antenne e un sottile senso di irrealtà.
Gli obiettivi puntavano la cima della torre, scendevano sulle facce dei poliziotti, zoomavano sulla folla irrequieta. Evidenziavano la tensione e l’attesa dei cittadini e ancor di più l’incertezza, l’impreparazione, il dubbio degli uomini che avrebbero dovuto gestire la situazione.

Alla fine il Prefetto, informato della situazione, diede ordine che un gruppo di agenti provasse a contattare quelli dentro la torre.
Fu obiettato che, fino ad allora, della torre non si era visto nessuno e non era chiaro se ci fossero effettivamente degli abitanti.
Il Prefetto urlò che una cosa del genere non si costruisce da sola, e più forte ancora soggiunse di fare quello che si voleva, purché la gente pensasse che si stesse effettivamente facendo qualcosa.

Gli uomini della prefettura si consultarono, mentre la folla rumoreggiava, il caldo aumentava e le telecamere registravano.  Salirono i gradini, varcarono l’arco di ferro battuto dagli eleganti fregi e si incamminarono nel levigato percorso di pietra scura senza che accadesse niente.
Quando giunsero in prossimità del torrione bianco, il silenzio era totale. I cameramen si sporgevano dai loro carrelli mobili, sollevati al massimo per conquistare la migliore visuale.

Gli uomini erano fermi davanti alla parete della torre, come pulci in contemplazione di un tronco di quercia. Il capo della pattuglia alzò finalmente una mano e lentamente, con studiata teatralità, la portò a contatto con la parete.
Non si avvertì alcun mutamento. Il funzionario della Prefettura picchiò il palmo aperto contro la pietra e nel silenzio il suono si sentì benissimo, un rumore pieno di coscia, come quando si picchia sulla pancia di una botte piena.

“Ehi, della torre!” Gridò il funzionario. “Aprite. E’ la Prefettura”.
La folla trattenne il fiato. Il funzionario ripeté l’ordine, mentre tutti attendevano senza muovere un muscolo. Una, due volte.
Poi si girò verso i colleghi, verso cento telecamere e migliaia di occhi, e allargò le braccia, mentre un’espressione sconsolata gli si dipingeva in volto.
La folla impazzì. Mille commenti, esclamazioni, fischi e grida, fino a quel momento trattenuti, esplosero tutti insieme.
La pattuglia ritornò verso la scalinata, la scese e si trovò davanti i più esaltati dei cittadini. Cento voci gridavano all’unisono.
“Incapaci!”
“Ma che vi paghiamo a fare?”
“Vergogna!”

Gli uomini della Prefettura gesticolavano, urlavano a loro volta, rispondevano agli insulti minacciando querele, sanzioni, diffide. E si domandavano perché mai era toccata a loro.

La giornata trascorse in una concitata fase di stallo. I funzionari risalirono sulla loro macchina e tornarono alla base con le facce scure come un temporale, mentre la folla, stanca di starsene sotto il sole ad aspettare che succedesse qualcosa, tornò gradualmente ai fatti propri.
Al tramonto, la spianata era presidiata dalle forze di Polizia e dai curiosi più irriducibili, che chiacchierando fra di loro formavano capannelli intorno all’ombra dei pochi alberi.

I TG della sera di tutto il Paese trasmettevano incessantemente le immagini della torre comparsa dal nulla, alternandole all’inquadratura del funzionario della Prefettura che allargava le braccia, comunicando alla nazione l’impotenza delle sue istituzioni primarie.
Il Prefetto misurava il salotto di casa a larghe falcate, imprecando e maledicendo la stupidità del suo funzionario.
Aveva appena messo giù il telefono, dopo aver ascoltato le parole non lusinghiere del Ministro dell’Interno.

Durante la notte giunsero le Autorità, quelle maiuscole, dalla Capitale.
Viaggiavano in silenziose auto scure, identificate da un lampeggiare discreto di luci blu cobalto che solcavano le autostrade deserte ad una velocità ragguardevole.
Alle prime luci dell’alba, il Ministro era a Pratopiazza, accompagnato da un folto gruppo di segretari, tecnici, uomini dei servizi speciali e della scorta, funzionari e faccendieri.
Il Prefetto e un paio dei suoi uomini erano a disposizione, in disparte, con l’aria di chi ha dormito molto male.

Il Ministro fece qualche passo verso il basamento, poi si incamminò lungo la scalinata. Gli uomini della scorta lo seguirono, poi lo affiancarono e si distribuirono intorno a lui, precedendolo sulla sommità della piattaforma.
Salirono anche i tecnici. Una squadra speciale dell’Esercito era arrivata con un camioncino carico di attrezzature.
Per un’ora buona i militari stesero cavi, portarono strumenti, si distribuirono sul basamento e lungo le mura. Martellarono, trapanarono, scavarono, grattarono, raccolsero. Poi analizzarono, misurarono, calcolarono e infine tornarono a grattare.
La Torre si ergeva sopra gli uomini come un bastone piantato senza ragione in un formicaio e dimenticato lì. Muta, silenziosa, rimaneva perfettamente immobile, mentre le formiche si arrampicavano sulla sua superficie e ne grattavano via insignificanti particelle.

A mezzogiorno il Ministro risalì sulla sua auto scura.
“Non faccia niente senza prima consultarmi” disse al Prefetto, guardandolo con l’aria di chi affida la casa ad una domestica di cui non si fida. “E attenda il mio comunicato ufficiale”.
I militari rimasero fino a sera, poi smontarono tutto. Risalirono nel camioncino e sparirono senza nemmeno salutare.

Al Telegiornale delle otto, il Ministro apparve al centro del suo studio, circondato da una selva di bandiere.
Parlò brevemente con tono solenne, intendendo rassicurare la Nazione che l’insolito fenomeno era stato immediatamente affrontato dalle preposte rappresentanze democraticamente elette.

Intendeva, il Ministro, prima di tutto sgomberare il campo dalle polemiche che si erano diffuse nelle prime ore, riguardo ad un presunto intento del Governo di scansare la responsabilità della gestione della crisi, scaricandola sulle autorità locali, le quali avrebbero letteralmente spalancato le braccia manifestando così la propria legittima incompetenza istituzionale.

Era invece ferma intenzione dell’esecutivo avviare anzitutto una prima azione di inquadramento del fenomeno, procedendo con una fase di ricognizione preliminare, propedeutica ad una più strutturata raccolta delle informazioni, riguardo alla quale assicurava di essere intenzionato a definire rapidamente il contesto delle necessarie competenze, inquadrando puntualmente gli opportuni ambiti di responsabilità e rispettivi limiti di autonomia delle funzioni coinvolte.

Confidava, il Ministro, nella coesa presa di posizione di tutte le forze politiche attorno alla solida determinazione dell’esecutivo nell’affrontare la crisi attraverso una seria azione di contingentazione delle risorse e degli intenti, trasversale a tutte le correnti ideologiche e i movimenti di pensiero, nel contesto di una seria programmazione concertata con le parti sociali e le rappresentanze della società civile, interlocutori irrinunciabili nella definizione di una strategia comune per la gestione di una problematica che riguardava, in primis, il cittadino.

Infine il Ministro, sgomberando il campo dalle illazioni che volevano individuare nella costituzione materiale della torre richiami a simbolismi culturali sotterranei riconducibili a correnti eversive, concludeva assicurando che non vi era alcun riferimento ideologico nella colorazione rossa del basamento, nelle strisce nere che lo attraversavano, come pure nel tono candido del mastio centrale della torre.

Stanco ma soddisfatto, il titolare del Dicastero dell’Interno prese quindi la via di casa, dove giunse poco oltre la mezzanotte. Si concesse una tazza di latte corretto con qualche goccia di cordiale, che gustò nel silenzio del proprio salotto, confortato da lievi rumori familiari dell’antica villa di famiglia.
Albergava in lui un profondo senso di civica pienezza, che si diffondeva dal petto e infiammava l’anima come il tepore del liquore faceva con il corpo esausto. Era confortante sentire che anche in questi tempi oscuri, resisteva nel suo animo, e ardeva al tempo del bisogno, la stessa fiamma che divampò gloriosa nel petto dei Padri della nazione.


Nello stesso momento, il Prefetto aveva spento la televisione dopo aver sentito il messaggio del Ministro.
Era rimasto in silenzio, guardando incerto lo schermo sul quale si rincorrevano pigramente larghi aloni chiari che lentamente svanivano nel nulla, come le parole che aveva appena sentito.
Aveva parlato al telefono, ordinando ai poliziotti di togliere i presidi alla Torre e andarsene a dormire. Poi si era tolto le pantofole e si era infilato nel proprio letto, cercando il buio di immagini e pensieri.


Più in alto e più tardi, il disco chiaro della luna raggiunse la sommità del cielo scuro, rischiarando la piazza e la mole imponente della sua misteriosa Torre. I raggi argentini gettavano ombre giocose e irreali sull’erba incolta, morbidi e cangianti chiaroscuri generati dall’alternarsi di riflessi e trasparenze dell’alabastro.
Imponente e leggera, solida e traslucida, reale e incomprensibile, la Torre si stagliava, costringendo i sensi ad accorgersi di lei e dei paradossi di cui era composta.

A Pratopiazza passò fischiettando un marinaio ubriaco, di ritorno da un lungo giro di bettole. Si avventurò sul prato, abituale luogo di riposo notturno nelle chiari notte d’estate, e si trovò il passo sbarrato dal basamento.
Si bloccò, traballante sulle gambe rese incerte dal vino. Drizzò il capo e fissò la torre che brillava alla luna.

“Questa poi!” biascicò, sputando per terra. “Sembra proprio vera!”