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sabato 20 aprile 2013

Passeggiata d'inverno

Il tempo era rimasto incerto per tutto il giorno. Sullo sfondo di un cielo informe si stagliavano brandelli di nuvole, livide e scure, come rammendi sparsi su una vecchia coperta. A tratti il vento si levava e sbatteva gli alberi spogli, strappando le rare foglie morte che l'autuno aveva dimenticato sui rami.
La pioggia però rimaneva nell'aria e non scendeva, come tante volte succede alle lacrime.


Nonno Armando, così lo chiamavano tutti, camminava da solo. Figli e nipoti, per rispetto, lo seguivano da vicino pronti sostenere il suo passo, incerto malgrado il bastone.
C'era diversa gente che li accompagnava. Un corteo discreto, percorso dal fremito di un chiacchiericcio, di brevi commenti e cenni raccolti del capo, che si era formato ammassandosi fin davanti alla porta di casa rendendo difficile il transito delle macchine che attraversavano l'abitato.
Da lì c'erano poche decine di metri da percorrere sull'asfalto, poi si svoltava lateralmente, su per la vecchia viuzza ripida, lastricata di pietre larghe, rese lisce da secoli di passi. Per il primo tratto era costeggiata da alti muriccioli a secco, sbocconcellati dalle intemperie e dal tempo; dopo proseguiva dritta attraversando i campi, il tracciato delimitato da un filare discontinuo di cipressi, piantati in epoche antiche.
Le vie dei Romani serbavano in silenzio le loro memorie di polvere. Come un libro di pietra, custodivano pagine depositate nei secoli da sandali e stivali, ora calcate col ritmo incalzante delle suole straniere, ora levigate dall'incedere stanco degli zoccoli dei contadini, risacca di uomini che continuamente rifluisce dalle case ai campi, come onde su un'arida riva.

Nonno Armando aveva indossato il vestito grigio, quello di ogni domenica, e il cappello di feltro col bordo di raso scuro. Qualcuno aveva passato la vernice sulle scarpe nere e ora brillavano nella luce cruda che permeava l'atmosfera tempestosa. Sulla sua fronte i profondi solchi delle vecchie rughe erano distesi, come le guance, rasate con cura. Teneva gli occhi bassi, guardava le pietre sfalzate del lastricato, scegliendo con cura il punto dove calcare il bastone.
Vi si poggiava con tutto il peso del corpo, la punta di gomma si comprimeva lentamente sulla pietra, mentre la mano scura stringeva il pomello con forza, sbiancando le nocche, e il corpo si accingeva al passo fidando sulla solidità di quell'unico punto d'appoggio. Compiutolo, la tensione si allentava, la mano riprendeva colore, cessava il lieve tremore del braccio mentre il baricentro si spostava sulla gamba buona. La punta del bastone si sollevava, dondolava incerta nell'aria spingendosi avanti, tremula come la bacchetta di un rabdomante, in cerca del successivo appoggio.

Lui camminava come aveva vissuto, affrontando soltanto piccoli passi, spostandosi da una certezza all'altra.
Operaio nell'officina di famiglia, questa gli era rimasta in mano subito dopo la guerra, quando al posto del babbo tornò a casa una medaglia in un cofanetto scuro. La moglie prese l'onoreficienza dalle mani dell'ufficiale che le parlava con aria commossa, ma si vedeva che le parole solenni lei non le capiva e non le ascoltava. Annuiva, composta nel proprio dolore, un mare chiuso, scuro e profondo, che quella visita non aveva mutato perché lei, che il marito non sarebbe mai tornato, l'aveva capito vedendolo partire.
Il cofanetto l'avevano messo sopra al camino di casa, chiuso come se fosse stata una tomba.
L'avevano lasciato al suo posto dopo il matrimonio di Armando e anche quando erano arrivati i figli, per riguardo ai sentimenti della vecchia madre con cui erano rimasti a vivere, tutti insieme. Dopo la morte di lei, era rimasto lì per abitudine.
La casa, Armando non l'aveva mai cambiata.
I figli erano cresciuti e se n'erano andati, anche se spazio ce n'era per tutti nella cascina in mezzo al paese. All'antica dimora in pietra, che teneva il fresco d'estate e il caldo d'inverno, i giovani avevano preferito gli spazi angusti delle palazzine moderne. Negli anni Sessanta di quei formicai ne erano venuti su a decine, agglomerandosi alla periferia del paese come i tumori degli alberi, escrescenze informi di cemento solcate da ragnatele di asfalto.
In quegli anni tutto il mondo cambiava, accellerando il ritmo, mentre lui sentiva il proprio rallentare sempre di più. Il canto di tutte quelle sirene, che parlavano di progresso e ideologie, non lo avvertiva direttamente ma lo vedeva riflesso negli sguardi cupidi dei figlioli, sempre in cerca di qualcosa di più del giusto che avevano; ne avvertiva l'eco nei discorsi del bar, di cui capiva sempre meno, fin quando si accorse che non gli importava più niente.
Il suo orizzonte si stringeva, chiudendosi intorno alle mura della casa e dell'officina, luoghi nei quali scorrevano al rallentatore gli anni lunghi della vecchiaia e della solitudine.
Passeggiate sempre più brevi lo conducevano per le colline, un passo fra i tanti che aggiungeva le sue righe alle pagine pietrificate, ripetendo con crescente difficoltà una storia quotidiana, infinite volte già scritta.
La stessa via oggi la percorreva con prudenza, trascinando con sé la tristezza antica che gli scorreva dentro come un largo fiume, ormai incapace di gonfiarsi in tumultuosi flutti, sfondare gli argini e tracimare in pianto. Ad Armando erano rimaste solo le lacrime più vecchie, cristalli di dolore intrappolati negli occhi.

Il prato in cima alla collina era di un verde intenso, l'erba, solcata dalle folate di vento umido, si piegava in lunghe ondate. Al limitare dell'antica pieve i cipressi annuivano lenti, salutando il passaggio del corteo i cui membri procedevano a capo chino, opponendo agli sbuffi rabbiosi i cappelli e gli scialli.
La macchina era giù arrivata, venuta su percorrendo la larga strada sterrata che saliva dall'altro lato della valle.
Armando si avvicinò allo sportello, salutò con un cenno del capo l'amico che gli aveva fatto il favore e questi, scendendo dall'auto, gli mise una mano sulla spalla affidando a quel breve, forte contatto ciò che non sapevano dire le parole.
Arrivarono gli altri e presero la semplice cassetta di legno di pino, portandola verso il punto in cui la terra scavata di fresco interrompeva la morbida continuità dell'erba come una ferita aperta.  
Un'altra macchina giunse, inattesa, e ne scese il parroco. Andò incontro al vecchio Armando con un sorriso e la mano tesa. Era voluto venire anche lui, spiegava alla gente. Si trattava di un gesto buono e non c'era niente di male, anche se di usare il cimitero non se parlava nemmeno, che fosse chiaro: siamo tutti creature del Signore ma la terra consacrata è per i cristiani.

Calarono la cassetta e lui rimase in silenzio, le mani appoggiate sul bastone piantato davanti a se, le gambe appena divaricate, anche mentre riempivano la fossa, colpi secchi delle lame sulla terra smossa che si alternavano a quelli cupi che faceva la stessa terra ricadendo sul legno. Guardava in avanti, sembrava fissare un punto lontano, oltre le cime degli alberi che si piegavano sotto sferzate sempre più gelide.
Il figlio più grande di Armando volle dire due parole. Si era preparato un foglietto che sbatteva nel vento, doveva tenerlo fermo con tutte e due le mani mentre parlava. Fu un discorso semplice, sull'amicizia. Armando non disse niente ma si capiva che gli aveva fatto piacere.
C'era profumo di pioggia, si sentiva nell'aria e qualche goccia iniziava a vorticare con le raffiche, inzuppando i soprabiti e i cappelli.

Finito il discorso il rovescio venne giù, precipitando subito violento, come una secchiata d'acqua a cui fece seguito uno scroscio regolare, intenso, che sembrava aver voglia di durare a lungo.
Armando lo fecero salire nella macchina, insieme a qualcuno del paese che aveva approfittato dell'occasione. Anche il prete offrì i posti che aveva e le due automobili ripartirono sotto il diluvio.
Mentre facevano manovra sul piazzale, il vecchio si girò a guardare dal finestrino quell'angolino di prato, subito fuori dal cimitero in cui riposava la moglie. La fossa appena ricoperta stava già prendendo il colore scuro della terra zuppa di pioggia. Venivano spesso lì, a portare i fiori alla tomba ed era contento che lui fosse sepolto in un posto che già conosceva. Ci sarebbe stato bene, come le altre volte, quando rimaneva fuori dal cimitero ad annusare e correre sull'erba.

Dentro l'automobile faceva caldo e i vetri si erano appannati. Armando stava in silenzio, stringendo in mano il tubetto vuoto delle sue pillole per il diabete. Per prenderle tutte aveva aspettato il momento in cui riempivano la fossa del suo cane, l'ultimo essere vivente con cui aveva diviso la grande casa, da quando era vedovo. Nessuno si era accordo di niente, tutti gli sguardi erano fissi sulla scena, ipnotizzati dalla terra scura che si accumulava sulle bianche assi della cassetta. Le aveva inghiottite una dopo l'altra, lasciandole scivolare in gola al ritmo dei colpi di badile, simulando comprensibili singhiozzi quando la poltiglia viscosa diventava difficile da mandare giù.
Si rilassò contro il sedile dell'auto; l'amara sensazione di medicinale stava lentamente passando, mentre un senso crescente di torpore iniziava a diffondersi, rendendogli difficile tenere gli occhi aperti.
Li chiuse, respirò a fondo: presto sarebbe stato a casa.