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giovedì 11 aprile 2013

Sedicesimo punto di fuga

Questo racconto prende ispirazione da un bel post di Popinga, ed è stato proposto per il Carnevale della Matematica #60 che verrà ospitato dal Gloglottatore

 

Quando lui riapparve all’improvviso nella mia vita, non lo riconobbi subito.
Sarebbe stato difficile farlo, visto che stava precipitando a folle velocità verso il marciapiede, fra la tintoria e il negozio di ortofrutta. Oltre al fatto, naturalmente, che era scomparso da sedici anni.  

*             *             *

All’università il Bombolo lo conoscevo bene. Facevamo parte dello stesso gruppo di amici, uno sciame di individui appena maturi, che tentavano di trovare i riferimenti nel caotico mondo degli adulti, alle prese con le prime esperienze fuori casa, gli intricati meccanismi della città e dell’università.

Eravamo determinati, sfrontati, esuberanti e profondamente insicuri. L’eccesso di energia che ci bruciava dentro non riusciva mai ad incanalarsi in qualcosa di concreto, a solidificarsi in certezze, lasciandoci sempre in debito di autonomia e sicurezza.
Era quella sensazione di continua incertezza a darci lo stesso sguardo, curioso e intimorito insieme, e lo stesso modo di sbirciare i compagni di corso dal punto più alto e più nascosto dell’aula.
Fu lì che incontrai il Bombolo per la prima volta. Lo vidi guardare gli altri e seppi che in quel momento stava provando esattamente le mie identiche emozioni. Mi avvicinai per dirglielo e diventammo amici.

*             *             *

Una chiazza di sangue iniziava a filtrare da sotto la schiena del Bombolo. Era caduto fra gli scaffali di ortaggi e i tavolini di del bar, in quell’anonima via fuori subito fuori dal centro, alle nove e quarantadue.
Mentre guardavo ipnotizzata il sangue scuro che fluiva lento, circondando la testa del cadavere come un’orribile aureola, pensavo stupidamente che se non avessi ritirato il vestito in tintoria, lui non l’avrei mai rivisto.
Ma c’era qualcosa, oltre all’orrore della scena che avevo davanti, un particolare che non riuscii subito a mettere a fuoco. Poi all’improvviso capì, vidi chiaramente l’inconcepibile realtà che avevo dinanzi. E per la seconda volta nella mia vita impazzii di terrore.

*             *             *

Non siamo mai stati insieme, io e il Bombolo. Non credo di essergli mai piaciuta. A me lui un pochino piaceva, con quel suo modo chiuso e malinconico di raccontarti le cose più impensate, confidando i pensieri più improbabili. Ma il suo modo di pensare, una volta che ci entravi dentro, era preciso, prevedibile e mi faceva sentire sicura.
Passavamo insieme quasi tutto il tempo. Seguivamo sempre le stesse lezioni, preparavamo gli identici esami. Lui abitava con i suoi amici in un appartamento nel palazzo vicino.
Ciascuno di noi aveva la sua vita: amici, persone care, familiari che nel fine settimana riprendevano il loro posto nell’ordine degli affetti e delle priorità. Durante i giorni di lezione però, il nostro orizzonte ondeggiava fra l’università e quei due appartamenti.
Non era facile convincerlo ad uscire. Nei momenti in cui non studiava e non era a lezione, amava passare ore alla scrivania, compilando quaderni di calcoli dei quali non mi parlava mai.
Andammo avanti così per quasi due anni. Poi io ebbi una storia con un ragazzo di un altro corso. Andavamo a studiare in biblioteca, iniziai a uscire quasi sempre con lui e il suo giro di amici.
Con il Bombolo ci perdemmo di vista.

*             *             *

Non può essere. Questa allucinazione la devi combattere.
Nella mia mente terrorizzata, il sangue che sentivo pulsare nelle vene si mescolava a quello che circondava la testa spaccata del mio vecchio amico, ricomparso all’improvviso per precipitare e spappolarsi sul selciato. Precipitare poi da cosa, in quella via dove c’erano solo case di un piano.
Non può essere - ripetevo dentro di me.
Lottavo per ricacciare indietro quel pensiero, ma era come cercare di trattenere con le dita l’acqua che sgorga da una bottiglia in frantumi. Il muro, dietro cui avevo seppellito quel giorno di sedici anni fa, si era spaccato e ora tutto stava tornando alla luce.
I ricordi erano vividi, incredibilmente precisi. I ricordi di quel giorno in cui il Bombolo sparì e io, dopo essere quasi impazzita, non riuscii più ad aprire un libro di matematica.
E le immagini di allora combaciavano orribilmente con quello che avevo davanti. Era lui, senza alcun dubbio. Esattamente la stessa persona.
Davanti a me c’era il cadavere del mio compagno di università. Ma  era esattamente il Bombolo di sedici anni prima. Vestito nello stesso modo di quando l’avevo visto sparire davanti ai miei occhi.

*             *             *

Chiusi l’acqua cercando a tastoni la manopola. Ero lì sotto da quasi mezz’ora. Avevo la pelle piena di squamature, ma la doccia mi aveva fatto bene, come sempre era servita a rilassarmi e darmi lucidità.
In qualche modo ero riuscita a tornare a casa, ad allontanarmi dal cadavere e dalla folla senza dare troppo nell’occhio.
In tasca stringevo convulsamente la mano, serrandola intorno al foglietto giallo, una pagina di quaderno strappata tanti anni prima e che avevo portato via dalla scena dell’orribile morte del mio amico. Sapevo dove cercarla e  l’avevo trovata esattamente dove mi aspettavo che fosse.
Subito prima di svanire nel nulla, il Bombolo quella pagina l’aveva piegata con cura e riposta nel taschino della sua camicia.
Oddio ma è proprio quella camicia! – Pensai mentre mi chinavo sul cadavere e, fingendo di cercare il battito del cuore, sfilavo il foglietto dal taschino e me lo mettevo in tasca.
Ora si trovava sulla mia scrivania, non avevo ancora avuto il coraggio di guardarlo, di trovare in quelle righe la conferma definitiva alla pazzesca idea che la mia mente cercava disperatamente di respingere.
Mentre mi asciugavo e mi rivestivo gettai più volte lo sguardo verso la scrivania. Il foglietto era lì, ad impedirmi di pensare che niente di tutto questo era reale.
Lo aprii con le mani tremanti. Era morbido e pulito, come se fosse stato appena strappato da un quaderno nuovo. Come era sedici anni prima.
La calligrafia familiare mi fece balzare il cuore in gola. Lessi quello che sapevo che avrei trovato. Con la voce tremante, recitai alla mia stanza vuota i termini dell’equazione che mi aveva rovinato la vita.

*             *             *

Quel giorno, lui non aveva molta voglia di parlare e non sembrava nemmeno contento di vedermi. Si capiva che gli dispiaceva che l’avessi lasciato solo per tutto quel tempo, per correre dietro ad un cretino da cui, oltretutto, avevo ricevuto poco più di una cocente delusione amorosa.
Mi sedetti vicino a lui, che si fece più in là per permettermi di vedere i suoi appunti sul quaderno dalle pagine gialle. Guardai le file di calcoli, compilati con la sua grafia minuta e ordinata, aggrottando le sopracciglia. Come spesso mi succedeva, non riuscivo a capire fino in fondo la complessità dei suoi lavori.
Sembrava l’equazione di una curva di Kummer, una superficie algebrica di quarto grado. Era una delle passioni del Bombolo, trovava quelle superfici affascinanti nella loro complessa e sinuosa armonia di pieni e vuoti, di angoli arditi e curve imprevedibili. Una realtà che già aveva sedotto artisti e matematici nel passato.
Ma il Bombolo si era spinto oltre. I termini dell’equazione non erano quelli convenzionali. C’erano riferimenti a numeri irrazionali, elementi trascendenti che combinandosi insieme rendevano la funzione incredibilmente complessa. Non ero in grado di comprendere esattamente cosa stesse progettando con quei calcoli, ma era qualcosa che stava a cavallo fra il nostro mondo e qualcos’altro.
Gli dissi che ero affascinata dal suo lavoro, ed era vero. E in quel momento qualcosa scattò fra noi. Mi guardò come non aveva mai fatto prima. Era sempre stato sfuggente negli sguardi, mentre ora i suoi occhi avevano un che di magnetico e mi tenevano incollate le pupille alle sue.
Il suo sguardo era febbricitante, allucinato, eppure contemporaneamente vivo e lucido. Capii che mi voleva, che mi desiderava da sempre, ma che non era mai riuscito a far emergere dalle sue tortuose profondità i sentimenti che provava per me.
E ci stava riuscendo ora, rendendosi conto di quanto mi aveva ammaliata il suo incredibile lavoro. Scoprii con sorpresa che la cosa mi piaceva.
Mi avvicinai a lui, gli presi la mano e gli chiesi di spiegarmi meglio cosa stesse facendo. E lui spiegò, con il raro e singolare dono, che solo i geni possiedono, di plasmare la mente di chi ascolta con le loro parole.  Parlò per un’ora intera, allargando pian piano la mia testa e facendovi penetrare concetti e complessità che mai avrei pensato di poter soltanto immaginare, figurarsi comprendere.
E alla fine, capii che in quella paginetta gialla, scarabocchiata a matita sul quaderno del mio amico, c’era descritto qualcosa che avrebbe potuto cambiare il mondo per sempre. Il Bombolo, era chiaro ascoltando la sua luminosa spiegazione, aveva descritto un sistema elementare e immediato per spostarsi nello spazio e nel tempo.
Non sapevo cosa dire, avrei voluto piangere, oppure gridare: avevamo davanti la più strabiliante scoperta della storia dell’umanità. Ed era di una banalità sconcertante, bastava soltanto utilizzare nella maniera giusta i punti singolari immaginari di una superficie algebrica.
Il Bombolo si alzò dalla scrivania, strappò la pagina del quaderno, la piegò con cura e la mise nel taschino della camicia. In quel momento, il mio amico tarchiato e bruttino era diventato affascinante come un Dio.
Guardandomi capiva che ero pronta, che ero completamente e totalmente disponibile ad amarlo, venerarlo, perfino. Che ero sua.
E all’apice del suo trionfo, nel suo momento di gloria, il Bombolo volle di più. Non gli bastava di aver scoperto qualcosa che avrebbe potuto cambiare il mondo, rivoluzionare la scienza ed elevarlo fino all’Olimpo per sempre. Voleva sbalordirmi.
“Ti faccio vedere” disse. Prese un foglio di carta e iniziò a piegarlo, seguendo linee immaginarie che solo la sua mente incredibile riusciva a vedere proiettate sulla superfice che andava componendosi fra le sue dita.
Era una curva assurda, inconcepibile, eppure incredibilmente semplice. Nasceva dalle sue mani come un fiore che sboccia, con armonia e immediatezza. La carta, sottoposta a torsioni e piegature che sembravano impossibili da realizzare, reagiva con una duttilità sorprendente, come se le linee lungo cui veniva costretta fossero già insite nella propria natura più profonda. E forse era veramente così.
“Ecco” disse il Bombolo. “Questo è il sedicesimo punto di fuga. Ed è un punto immagin…”
I ricordi successivi al momento in cui il Bombolo sparì sono stati un buco nero per sedici anni. Ma adesso ricordo che mi alzai in piedi. Che urlai. Che agitai le braccia convulsamente, come per  scacciare qualcuno, o qualcosa tutto intorno a me, invisibile e impalpabile ma comunque presente.
Gridai a lungo nell’appartamento deserto, poi svenni.
Quando ripresi conoscenza stava diventando buio. Era sabato pomeriggio. Gli altri ragazzi che vivevano con lui erano tornati a casa: io il Bombolo rimanevamo spesso all’università nei fine settimana, le nostre famiglie erano lontane.
Tornai a casa mia come in trance. Per tutta la notte cercai di dormire, svegliandomi continuamente in preda ad incubi terribili.
Non ne parlai con nessuno. Né con gli amici, né con la polizia che venne ad interrogarci quando, dopo una settimana, divenne chiaro a tutti che del ragazzo si era persa ogni traccia.
Non riuscii mai più a guardare un’equazione, mi metteva in difficoltà persino vedere dei numeri in colonna su un foglio. Mollai l’università alla fine del semestre.

*             *             *
La vita va sempre avanti ed è incredibile la dimensione delle cose che il tempo può seppellire.
Non cambiai città. Trovai una serie di lavori, altri giri di amici. Dopo un po’ di tempo saltò fuori la persona giusta ed arrivarono il matrimonio, un buon lavoro, due figli.
Seduta alla mia scrivania, qui intorno a me ogni cosa mi parla della mia vita, della mia scelta di non avvicinarmi mai più alla matematica, di non aprire più quella porta dietro la quale, sedici anni fa, scoprii esserci in agguato l’orrore.
Ma mi è sempre rimasto dentro il pensiero che il Bombolo, in fondo, nella sua genialità un errore l’aveva commesso. Nell’ansia di stupirmi aveva dimenticato di considerare una piccolo, insignificante particolare. Qualcosa che, nel realizzare la sua superficie mirabolante, l’aveva condotto a proiettare il suo sedicesimo punto di fuga in un’area dello spazio tempo scelta completamente a caso.
Da dove poi era precipitato, questa mattina e sedici anni dopo, morendo all’istante.  
Avevo riletto più e più volte l’equazione. L’errore era evidente. Bastava cambiare un paio di termini, qualche segno…
Ci ho messo poco più di un’ora. Sono passati degli anni, ma la mia mente è sempre acuta come un tempo.
Rileggo ancora l’equazione del Bombolo: sì, non c’è dubbio, è così che doveva essere.

Sono piena di eccitazione, mentre prendo questo foglio e inizio a piegarlo.