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mercoledì 17 aprile 2013

Strada verso casa

1. Fa freddo qui dentro. Fuori era caldo, c'era luce. Le immagino sono confuse, il sole si rifletteva nei campi di grano, con le spighe ondeggianti al vento. Ricordi vaghi, nebulosi. L’onda di luce rotolava sulle spighe come una cosa liquida e io mi sentivo galleggiare, capovolto in un oceano verde.  Poi sono annegato. Quello però era prima.

1. Ho chiesto di alzare la temperatura. Non riesco a vederli, ma in qualche modo le loro risposte mi raggiungono. Si confondono ai miei pensieri, sono come sensazioni difficili da distinguere dalle mie, eppure estranee. Il freddo fa parte della cura. La cura per cosa? Non posso continuare a scrivere, le mani mi fanno un male terribile.

2. Nella cella ho trovato dei guanti. Non li ho chiesti ma ne avevo bisogno. La luce va e viene, il riscaldamento invece è spento da settimane.
Il pavimento ha molte crepe: alcune sono sottili, lunghe costruzioni di linee spezzate che si intersecano senza un’apparente ragione. Altre sono piccole e profonde, crateri circolari attorno ai quali le linee convergono, si addensano e precipitano come in un pozzo gravitazionale. Ce n’è uno in particolare che attrae il mio sguardo. E’ quello dove si dirigono tutte le linee, dove il senso generale appare meno indefinito. Mi fa male guardarlo.

3. Odio le auto-pillole. Odio il modo in cui si contorcono sul pavimento ed estroflettono le loro zampette schifose con un quell’osceno rumore liquido, di risucchio. Ogni volta rimango immobile, inorridito, mentre quelle cose si trascinano verso di me, si arrampicano a viva forza sui vestiti laceri e trovano la via per la mia faccia. Incuranti delle dita che cercano di strapparle via, si infilano fra le mie labbra serrate, divaricano i denti che stringo allo spasimo e mi entrano dentro. Ho provato a vomitarle, ma quelle si aggrappano alle pareti dello stomaco e non è piacevole.
Dopo che mi sono entrate dentro, ogni cosa appare insignificante e casuale. Devo aspettare che passi l’effetto per tornare a pensare.

5. Ho un vicino di cella! Anzi, sono quasi sicuro che sia una vicina. Non riesco a vederla direttamente, perché le camere sono costruite su piani sfalsati; sono cubiche, disposte in modo che uno degli spigoli superiore di una cella combaci con uno degli spigoli inferiori di un’altra. Per cui se mi avvicino al pavimento in fondo alla mia, sento distintamente i rumori provenienti dalla cella sottostante.
Me ne sono accordo per caso, mentre studiavo le crepe e i buchi; l'ho sentita piangere, singhiozzi lenti, profondi. Se non fosse per le maledette auto-pillole, sono sicuro che mi farebbe pena, quella donna. Ma non riesco a provare niente.
Eppure quel pianto ha qualcosa di familiare. Probabilmente è l’eco della mia disperazione, per questo mi sembra di averlo già sentito tante volte. Sì, dev’essere così. Odio questo posto, qualunque cosa sia.

8. Credo che anche lei si sia accorta di me. Ieri ho fatto rumore, picchiando la testa sul pavimento, e lei ha smesso di piangere. Per un attimo mi è sembrato che dicesse qualcosa, ma il suono era troppo ovattato. E' stato solo un momento.
C’è qualcosa che sta cambiando in questo posto, ma non so ancora cosa. Le crepe sono la chiave, c’è nascosta più di una risposta, questo ormai è sicuro. C’è solo un blocco da forzare, qualcosa che mi trattiene da dentro e impedisce ai miei pensieri di focalizzare l’ovvio. Maledizione! Non riesco nemmeno a ricordare chi sono, ma so che se mi concentro su un problema non c’è soluzione che possa sfuggirmi troppo a lungo. Se solo riuscissi ad evitare di inghiottire quelle maledette pillole.
Oh no, non di nuovo! Oh Dio FA MALE!

Le fiamme mi hanno assalito in pieno petto, come l’altra volta. La mia camicia sudicia è tutta bruciata e anche la pelle sotto è nera e mi fa male.
Sono stato svenuto a lungo. Non capisco a cosa serva tutto questo e comunque non ho idea del perché mi trovi qui.

13. La ragazza nella cella vicina la sento più distintamente (perché sono sicuro che sia una ragazza?) Piange spesso,  ma a volte canta. Non riesco a capire le parole ma la melodia ha qualcosa di familiare. Naturalmente non ricordo dove l’ho già sentita. Dio quant’è frustrante!
Comunque quel lontano borbottio melodioso mi sta aiutando a concentrarmi e finalmente ho cominciato a capire qualcosa del disegno generale sul pavimento. Perché mi è chiaro che non si tratta di uno schema casuale. E’ bastato fissare le direttrici giuste, concentrare il pensiero su quelle escludendo per il momento tutte le altre.
Sapevo che era solo questione di tempo, come sempre.

I miei sospetti inziali erano giusti: il reticolo di linee può essere assimilabile ad un grafo, e c’è una parte al suo interno che ha un andamento frattale. Mi mancano gli strumenti giusti per analizzarlo in dettaglio, ma ho fatto qualche calcolo e tutto sembra corretto. Quello che mi serve adesso è individuare il punto di origine, il centro geometrico, per così dire, anche se è un termine improprio per una curva frattale.

Se soltanto riuscissi a ricordare perché so tutte queste cose!
Forse riuscirei anche a capire perché mi trovo ad un punto morto: ripercorro continuamente la stessa direttrice, finisco sempre nei medesimi nodi del grafo e la mente mi si attorciglia al punto che non riesco più nemmeno a ricordare cosa stessi cercando e mi ritrovo a fissare inebetito il pavimento lurido di questa cella schifosa. Per questo ho battuto la testa l’altro giorno, per disperazione.  

21. La ragazza nella cella di sotto, penso che sia un angelo. Lo so che non ho mai creduto a queste sciocchezze (sarà davvero così, poi?)
Ogni giorno che passa la sua voce sembra più nitida. Forse il mio udito si sta potenziando, dicono che succede a chi ha perso la vista, per disperazione e necessità: qui dentro non mi manca nessuna delle due cose. Ad ogni modo la musica sembra sgretolare pian piano il cemento che ci separa; l’armonia di quella voce è incredibile. Ora sono certo di averla sentita più volte, prima. Forse eravamo insieme quando sono annegato, forse… Non lo so. Ma le parole, dimenticavo di scrivere che oggi ho finalmente capito le parole.
Conosco ogni strofa di quella canzone. Non ricordo dove, o quando l’ho sentita, ma è successo molte volte e tanto tempo fa.
Continua a rimbalzare nel mio cervello, come gocce di pioggia, ed ognuna di quelle gocce si sfrangia in miriadi di frammenti che generano uno scroscio. Ogni goccia è una cascata che lava via la polvere dalla mia mente. A volte mi sento così forte che persino le auto-pillole mi lasciano un vago senso di benessere. Sento che i miei pensieri si affinano di ora in ora.

Affronto i calcoli e gli schemi del grafo con crescente entusiasmo: il disegno generale si schiarisce di volta in volta divenendo sempre più affascinante. Mano a mano che il lavoro procede mi sembra che il grafo sveli ulteriori parti di sé stesso. Ogni volta che ho la sensazione di aver finalmente afferrato l’idea generale, questa si schiude in un altro livello di complessità. Ho già detto che il pavimento contiene un’area frattale, che forse è il motivo di questo comportamento.
La cosa, lungi dall’essere frustrante, continua a darmi lo stimolo giusto per continuare. Non mi sentivo così da molto, molto tempo. Da quando… No, questo non lo ricordo. Non ancora.

34. Oggi è successa una cosa incredibile. Non so se credere seriamente a quello che sto per scrivere, ma in questo posto la razionalità sta assumendo una dimensione più vasta ed è necessario adeguarvisi per sopravvivere.
Sono arrivato ad una svolta nell’analisi dello schema sul pavimento, ed ho un buon motivo per credere che sia quella decisiva. C’è stato un attimo in cui tutte le direttrici del frattale dentro al grafo sono risultate chiare, come se una luce tracciante le illuminasse nitidamente, evidenziandole dal resto. Con rapidità ho completato i calcoli ed eccola lì, l’equazione che definisce perfettamente quella parte di curva. Mentre succedeva questo, la ragazza di sotto stava cantando con più entusiasmo del solito, alternando le parole a lunghi singhiozzi. Avevo la chiara impressione che stesse piangendo di felicità.
Poi ho completato la formula e ho lanciato un urlo di gioia.
Il canto è cessato, i singhiozzi si sono interrotti, ed ho avvertito con chiarezza un urlo in risposta che giungeva da una distanza incredibile.
Poi è successo. Non so descrivere la sensazione. Assomiglia al dolore ma non è sofferenza, ciò che ho provato.
E’ stato come se, dopo un lungo periodo trascorso al buio, gli occhi venissero colpiti in pieno dal sole splendente: e l’eccesso di luce, per quegli organi assopiti, si trasforma in dolore.
Così è stato quando mi sono sentito afferrare il polso della mano destra: è stato come se avessi indossato un bracciale di fiamma.

La cella era vuota, come sempre, ma qualcuno mi stava tenendo per mano. Gradualmente la sensazione si è affievolita, arrivando al livello di un prolungato, piacevole contatto. E’ durata per un po’ e poi è svanita, lasciandomi un profondo, insondabile senso di benessere. E per un lungo momento, le pareti di cemento grigio che mi circondano sembravano essere fatte di pura luce.

Mi sono immediatamente rimesso al lavoro. Se c’è qualcosa che lega tutto il resto, la cella, l’amnesia, le pillole, la ragazza che canta quella vecchissima ninna nanna e piange per me, è in questo intricato disegno che racchiude la mia stessa esistenza, attingendo la sua complessità da una sorgente di infinito.
E forse tutto questo ha a che fare con me stesso.
Con quello che ho perduto. Se c’è una strada per tornare a casa, parte da qui, dentro di me.  



Nella piccola stanza la luce era fioca e i suoni ovattati.  
Laura giaceva compostamente sulla scomoda poltrona a cui oramai il suo corpo si era adattato. Riusciva a dormire nonostante i continui trilli dei monitor, ignorando il ritmico pulsare delle macchine che vegliavano sulla mente assopita di lui, impartendo al corpo le istruzioni che aveva dimenticato di dare.
Nel suo breve sonno, la donna continuava a stringere la mano del figlio, tenendola delicatamente per il polso destro.

A tratti sobbalzava e apriva gli occhi, guardando quelle dita lunghe e sottili che aveva sempre ammirato fin da quando era un bambino. Fin da quando lei, sprovveduta ragazza di campagna, cantava per lui la nenia di un’antica ninna nanna.
C’erano stati giorni orribili. Due volte il cuore del figlio aveva cessato di battere e lei aveva assistito alla cruda violenza con cui era stato costretto a non arrendersi.
Poi le cose erano migliorare, finché era parso evidente che lentamente la vita stava ritornando a prendere possesso di lui.

Quando oggi le sue dita si erano mosse, stringendole la mano, per la prima volta in tanti lunghi giorni Laura non aveva saputo trattenere un urlo di felicità.
I medici erano accorsi, rimproverandola per il grido, e poi l’avevano abbracciata commossi.

In quei giorni, in un piccolo ospedale, si stava lentamente delineando la trama ancora indistinta di un miracolo.
La speranza riaffiorava dai flutti più neri, come il corpo del giovane professore di matematica ripescato appena in tempo dopo che, tradito dal ghiaccio, era scivolato giù dal vecchio ponte.

Che cosa fosse, che lo stava riportando alla vita, Laura non poteva dirlo e forse non l’avrebbe mai saputo. Amava pensare che trovasse la forza in sé stesso, nell’amore per il proprio lavoro, nella sua infinita curiosità che l’aveva sempre spinto avanti, travolgendo ogni ostacolo.

Ma intimamente sapeva di cosa aveva bisogno suo figlio, per non smarrire la lunga strada verso casa.
E nel cuore della notte, la dolce voce di madre riprese a cantare