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domenica 26 maggio 2013

Il bar prima dell'alba

Il cielo era un mosaico di nuvole fra i tetti spioventi, dove si intrecciavano le gioiose follie delle rondini. Lontane spruzzate di rosa pallido annunciavano l'alba, mentre una crescente luce inondava i piani più alti dei palazzi come vernice dorata.   
La strada deserta e il quartiere silenzioso davano una sensazione di irrealtà; nel vuoto lasciato dall'assenza degli uomini e delle macchine, spento il frastuono dell'insensato brulicare feriale, quella domenica mattina di primavera restituiva momentaneamente la città a sé stessa. 
C'era tempo per passeggiare sul ciglio del torrente, che assolveva al suo compito ingrato di fogna cittadina mantenendo la sua pacifica bellezza; ascoltare i suoni nascosti, la radiazione di fondo di una realtà solitamente sommersa, fatta di quiete.

C'erano altri come lui, che passeggiavano in quell'ora sfacciatamente antimeridiana; anche loro avevano l'aria di chi contempla un inatteso mistero. Passavano a fianco dell'uomo scostandosi lievemente, concedendo un saluto cortese , di cui solitamente si faceva a meno. Le mura invisibili, normalmente erette intorno alle vite degli altri, erano abbassate in quell'ora di sonno perduto, di riposo sacrificato alla riscoperta di un mondo lento, dai toni ovattati. 
I pochi bar già aperti erano segnalati dal gioioso spandersi di inconfondibili fragranze, sinfonia olfattiva che annunciava un prelibato ristoro dal sapore casareccio, eredità di un mondo genuino nella sostanza e nei sentimenti.   
Si diresse verso una di quelle ammiccanti oasi di profumi, varcando la soglia di una piccola bottega che sembrava essere rimasta fuori dal tempo. Alle pareti, su una foresta di mensole e scaffali, cresceva rigogliosa una vegetazione di oggetti delle più disparate epoche. C'erano bottiglie di liquori degli anni cinquanta, vecchi dischi, grammofoni, telefoni a disco, coppe antiche, giocattoli di pezza, scatoline portagioie di metallo prezioso che giacevano accanto a biscottiere di peltro. La confusione stilistica e cronologica sembrava indistricabile: un moderno smartphone giaceva sbilenco, poggiando un fianco affusolato sulla costola lisa di un libro antico. 
Cucchiaini d'argento e teiere di Limoges condividevano lo spazio polveroso con una statuetta in stile precolombiano, che sorrideva sardonicamente ad un vecchio pappagallo impagliato, a sua volta appollaiato su un trespolo sopra al piano di un organetto a manovella. Fra l'ingresso e questa mirabolante esposizione era disposto un semplice bancone di ceramica smaltata, con il piano in legno levigato da una lunga consuetudine di bicchieri, piattini, tazze e gomiti poggiati a lungo. 

La ragazza dietro al bancone teneva i capelli raccolti in un semplice fazzoletto azzurro, dai lati del quale facevano capolino ciocche di un biondo tenue. Aveva il viso stanco e dolce, che divenne davvero bello solo quando gli sorrise e aprì la bocca sottile per salutare:
"Buongiorno. Che le serviva?" L'uomo trasalì, come se non si fosse aspettato, entrando in un bar di domenica mattina, che gli venisse offerto il servizio. O forse fu perché quel suono umano, quelle parole dette, avevano spezzato l'incanto di un sonno interrotto nel letto ma ripreso per strada, nella quieta magia dell'alba silenziosa. Si riscosse, sorrise a sua volta e si affidò all'usuale combinazione di cornetto e cappuccino. 
"Con poca schiuma morbida" soggiunse dopo che lei si era voltata, tendendo le braccia verso una vecchia macchina per caffè che troneggiava in un angolo del bancone. Lui ammise a sé stesso che la precisazione riguardo alla schiuma era servita soltanto a farla voltare di nuovo e rubarle un altro sorriso.
Lasciò indugiare lo sguardo sui gesti di lei, apprezzando la delicatezza delle mani, che danzavano sui propri strumenti di lavoro con la incomprensibile agilità delle dita di un pianista sulla tastiera. Indugiò sulla linea sottile del collo di lei, lasciando che gli occhi seguissero le morbide pieghe del busto e finissero sulla curva dolce del seno. "
"Latte magro?" disse lei all'improvviso; lo sguardo dell'uomo balzò in alto, cercando con colpevole sollecitudine gli occhi chiari della ragazza,  smarrendosi di nuovo nella bellezza  appena velata dall'aspetto ordinario con cui era avvolta. 
"Grazie, magro va bene" rispose con un ritardo e un'incertezza che non potevano essere giustificati dalla complessità della semplice domanda, per quanto repentina fosse giunta. 
Lei lo guardò in modo più intenso, un misto di lusinga e riprovazione, per lo più divertito. Poi si chinò per prendere il latte da sotto il bancone; rialzandosi, gli piantò in viso  di nuovo quelle scintille traboccanti di vitalità, e senza preavviso domandò:  
"Allora, ha già deciso?"
"Mi scusi?" Replicò l'uomo, sempre più a disagio, temendo che la giovane lo stesse prendendo in giro, per le sue occhiate poco discrete. 
"Ma  sì, volevo sapere se ha già scelto un oggetto." 
"Ah, si riferisce a quelli esposti?" 
"E cos'altro!" concluse lei con tono allegro. E dopo un attimo aggiunse: "Mi dica pure, allora."  

Disorientato, prese tempo e si mise ad osservare con maggiore attenzione quel ciarpame, cercando di costringere la mente assonnata ad analizzare l'insolita situazione. Era un bar, quello in cui era entrato, tanto che servivano la colazione. Eppure quella ragazza dava per scontato che lui fosse entrato per comprare anticaglie; qualcosa però gli impediva di chiarire semplicemente l'equivoco, e dire che non voleva niente. Era per quelle cose esposte, che avevano attratto la sua attenzione fin dall'inizio e non solo per la quantità di quelle cianfrusaglie; molti di quegli oggetti avevano un aspetto familiare. 
C'era in particolare una tabacchiera d'argento con delle delicate incisioni, in parte cancellate dall'usura, che gli ricordava decisamente qualcosa che aveva visto da piccolo. Si avvicinò allo scaffale e allungò la mano per toccarla, ma la voce delle ragazza si fece sentire e lui si bloccò. 
"Ah quella, sì, se lo ricorda bene, vero?" L'uomo si voltò, lo stupore che cominciava a mutarsi in allarme. 
"Cosa intende dire, signorina?" Lei sembrava sinceramente stupita. "Mi scusi, non volevo essere indiscreta. Non a tutti piace condividere i propri pensieri." 
"Ma... Ma di che parla?" domandò lui. Aveva una nota stridula nella voce; la gola gli si stava seccando ora che, guardando meglio, aveva riconosciuto perfettamente la tabacchiera di suo nonno. Era proprio la stessa, non una simile; ne era sicuro per via di un piccolo bozzo rientrante sul coperchio, proprio al centro, che il nonno aveva prodotto colpendola con un cacciavite in un gesto di stizza. Era stato quella volta in cui... 
Bloccò il flusso di ricordi, concentrandosi sulla ragazza che stava di nuovo parlando. 
"Non capisco. Non sono le cose che si aspettava? Abbiamo sbagliato qualcosa?" si girò verso gli scaffali, controllando velocemente con lo sguardo, mormorando frasi che ottennero l'effetto di allarmarlo ancora di più. 
"Dunque, mi faccia vedere. C'è il centrino di pizzo che sua madre comprò in viaggio di nozze a Capodimonte. Questa è la pipa di suo nonno paterno, che riportò da quel viaggio in Francia nel '37. Ed ecco il mazzetto di lettere che suo fratello le ha scritto quando lavorava in Germania, poco prima di ammalarsi. Insomma" fece lei voltandosi di nuovo con espressione preoccupata "cosa c'è che non va?"
"Mi vuole spiegare come è entrata in possesso di questi oggetti? E perché sono esposti qui? Che cos'è, uno scherzo?" L'ultima domanda l'aveva pronunciata ad alta voce, rivolgendo lo sguardo intorno nel piccolo locale e poi verso la porta, come se si aspettasse di veder comparire un presentatore sorridente avvolto dalle luci delle telecamere. 
Sempre più arrabbiato, continuò: "Ma si rende conto che queste sono cose rubate? Io la denuncio sa? Adesso prendo e vado subito dai Carabinieri, così la vediamo!"   
Poi si bloccò, perché la ragazza stava singhiozzando. Era lì, ferma in piedi dietro il bancone. Teneva il capo chino e dagli occhi chiusi le uscivano due fili sottili di lacrime. Le spalle sottili erano scosse da brevi singulti delicati. Sembrava fragile, come un bicchiere da dessert, e molto sola.   
Malgrado tutto l'uomo si pentì di aver alzato la voce. 
"Suvvia non faccia così" bofonchiò. 
"Ma io ho fatto del mio meglio! Ho guardato attentamente, lo giuro. Mi sembrava di non aver dimenticato niente, di aver incluso tutte le cose importanti per lei. Vede?" domandò dopo aver preso in mano un piccolo porta gioie "C'è persino l'anello di fidanzamento che ha regalato alla sua prima moglie."   
L'altro impallidì. Con le dita tremanti, raccolse il gioiello che lei gli porgeva e se lo mise davanti agli occhi. Non c'era ombra di dubbio, era proprio il cerchietto di oro bianco che aveva regalato a Patrizia. Riconosceva l'inconfondibile lavorazione dei due nastri da cui era composto, che si intrecciavano sovrapponendosi fino a formare un nodo. 
Non vedeva quell'anello da trent'anni. Da quando lui stesso l'aveva messo per l'ultima volta al dito della propria consorte, un attimo primo che la cassa venisse chiusa. 
Indietreggiò, balbettando qualcosa di incomprensibile. La ragazza gli si avvicinò, spaventata, allungando le mani per sorreggerlo, ma lui alzò un braccio per respingerla e si voltò verso la porta, intenzionato a fuggire da quel posto. Spiccò la corsa e andò a sbattere contro la mole di un anziano signore che stava giusto entrando. 
"Piano, per bacco!" fece quest'ultimo, barcollando. "Si può sapere che succede?" 
"Oh babbo, per fortuna sei qui" gridò la ragazza, con la voce ancora rotta dal piano.   
Lui guardò il volto dell'uomo e quello figlia, entrambi spaventati, poi fissò gli oggetti sullo scaffale e in un lampo comprese tutto. Prese una mano della ragazza: "Mira, ti rendi conto di quello che hai fatto?"


Il retro del locale era molto più grande di quello che ci si sarebbe aspettati. Si accedeva tramite una porticina in legno scuro, talmente bassa che entrambi  gli uomini avevano dovuto chinarsi. Al di là si apriva una grande sala dalle pareti in pietra grigia, con il pavimento in cotto e il soffitto sostenuto da una doppia serie di travicelli. 
Era arredata come l'atrio di un albergo, con un maestoso camino che occupava tutta la parete di fondo. Attorno ad un tappeto dai morbidi toni di rosso e seppia, erano disposte una gran quantità di poltroncine e alcuni bassi tavolini di servizio. Alle pareti, una serie di vetrine e armadi in legno scuro sembravano assorbire la luce che veniva dal camino. Nella stanza non c'erano finestre e tutto era rischiarato dalla vivida fiamma del fuoco. 
Entrando, l'uomo percepì un calore profumato, che sapeva di resina e di casa, dolce come un abbraccio leggero.
Il padre della ragazza fece accomodare il suo ospite vicino al camino, poi armeggiò per un po' con una delle vetrinette. Ne trasse due coppe di vino dolce e un vassoio di frutta secca. Posò tutto sul tavolino e si sedette davanti all'altro, prendendo un bicchiere e invitandolo a fare altrettanto.
Poi trasse dal proprio bicchiere una lunga sorsata, socchiudendo gli occhi e schioccando più volte le labbra, con voluttuosa lentezza, assaporando ogni stilla del nettare che aveva sorbito. 
"Chadelune" disse poi. "Adoro i passiti del nord. Sono romanticamente impossibili, come i fiori dei ghiacciai. Contengono il sole e il gelo, hanno il fascino di un ossimoro. Lei non trova?"
"Non sono un intenditore" si schernì l'altro. "E soprattutto penso che, invece di discutere di vini rari, lei dovrebbe spiegarmi che accidenti sta succedendo."

Il vecchio sospirò e parve improvvisamente molto stanco. 
"E' pericoloso varcare i confini. Ci sono luoghi, e soprattutto momenti, in cui si dovrebbe fare più attenzione a dove si cammina, signor mio."
"Senta" fece l'uomo posando il bicchiere con irritazione "vuole smetterla con queste misteriose allusioni? Comincio a credere che lei e sua figlia vi stiate burlando alle mie spalle." 
"Non potremmo farlo neanche volendo. Non c'è nulla di misterioso a cui alludere, sa? Soltanto una verità difficile da spiegare."
"Bene, ci provi allora. Attendo una spiegazione convincente, caro signore."

"Lei sapeva che questo quartiere è sorto sopra una antica necropoli? Un tempo qui intorno non c'erano case, soltanto viali ombrosi, pacifici cipressi e siepi di biancospino. Le dimore dei morti erano adagiate in una dolce quiete, simulacro e viatico di quell'armonioso riposo che tutti agogniamo." Il vecchio fece una lunga pausa e l'altro non poté fare a meno di notare, malgrado la propria irritazione, di quanta nostalgica dolcezza avesse velato i suoi occhi mentre parlava.
Con tono rispettoso commentò:
"Sembra quasi che quei tempi le manchino, in qualche modo."
"Più di quanto lei possa immaginare. Rimpiango le epoche perdute, come tutti i vecchi", aggiunse con un sorriso triste. 
"E' per questo che ha aperto il suo locale in questo quartiere?"
"In realtà non ho avuto scelta. La mia famiglia è legata a questo posto da sempre, le sue radici affondano nella storia di queste terre e si confondono fra le sue nebbie. Abbiamo sempre fatto questo lavoro: mio nonno e mio padre erano qui prima di me, e presto toccherà a Mira. Anche se ancora" concluse con dolcezza "non riesce ad evitare qualche errore clamoroso, come in questo caso."
"Mi perdoni ma non riesco a capire. Siete una famiglia di tavernieri o di antiquari? O entrambe le cose?"
"Vedo che non riesce ad afferrare la nostra realtà. E' comprensibile, visto che molti non ci riescono nemmeno quando è giunta la loro ora."
"Ma che posto è questo? Cosa fate, lei e la sua famiglia?"
"Questo è il posto di sempre, caro signore. Quello che è sempre stato da migliaia di anni, prima che gli uomini come lei calpestassero questa terra e la rendessero un frenetico, dissennato formicaio. E' un luogo di passaggio, dove le anime si preparano a lasciare il mondo, imparano ad abbandonarsi alla quiete."
"Che vuol dire?"
"Qui inizia il viaggio più lungo, destinato all'eterno. E' la porta d'ingresso all'altro mondo, una delle tante, naturalmente, dove i morti vengono preparati. La mia famiglia la custodisce da sempre."
"Che assurdità. Quindi io sarei morto? Senta, non è che invece è impazzito?"
"No lei non è morto. Ha soltanto attraversato il confine con il nostro mondo prima del tempo."
"E come avrei fatto, sentiamo."
"Sto cercando di dirglielo fin dall'inizio. Ci sono momenti in cui i confini si allentano. Mondi diversi si avvicinano, scivolano un sopra l'altro come i petali di un fiore, o gli strati traslucidi di ghiaccio sottile. A volte, quando questo avviene, la delicata superficie della realtà si lacera, aprendo delle porte."
"Una teoria alquanto bizzarra."
"Oh, non è una teoria. Succede molto più spesso di quanto si creda. Accade per lo più nei momenti di passaggio, con le cose che si fanno meno nette, come quando la notte scivola dolcemente fra le braccia del mattino."
"Avevo ragione, prima. Lei è pazzo. Sua figlia l'asseconda soltanto, o è malata come lei?"
"Non le servirà questo atteggiamento ostile. Lei è qui, adesso. Dovrà affrontare questa realtà, perché non si può tornare indietro."
"Adesso le faccio vedere io, come si torna indietro."

L'uomo si alzò e si diresse verso la porticina che aveva attraversato entrando; a metà strada si girò verso il vecchio, che era rimasto tranquillamente seduto davanti al fuoco, contemplando il proprio bicchiere.
"Vado dai Carabinieri. Mi dispiace, ma non mi lascia altra scelta. Dovrà rispondere del furto di un bel po' di roba, oltre che di crimini molto più odiosi, visto che vi siete abbassati a profanare le tomba di mia moglie per prenderle l'anello che portava al dito."
"Quelle cose le ha portate lei."
"Ma come si permette? Cosa farnetica?"
"Sono le cose a cui la sua anima è vincolata. Lei si stupirebbe" soggiunse il vecchio, che parlava fissando il fuoco "se potesse vedere a quali generi di oggetti si legano gli spiriti degli uomini."
"Va bene, va bene. Sta cercando di farmi perdere tempo, vero? Ma non attacca, signor mio. Queste cose le racconterà più tardi ai Carabinieri."

In quel momento la porticina si aprì, e dal piccolo varco emerse la figura sottile della ragazza. Suo malgrado l'uomo non poté fare a meno di fissarla mentre si raddrizzava e si sistemava i lunghi capelli, ora sciolti, con un gesto morbido e incantevole.
La giovane si avvicinò e gli porse una busta.
"Ho pensato" disse " che avrebbe voluto vedere questa."
"Che cos'altro sta cercando di architettare, lei?" domandò cercando di apparire sicuro di sé. Le strappò bruscamente la carta ingiallita dalle mani. Era una busta molto vecchia e, come si era aspettato, aveva un aspetto familiare. La aprì, dentro c'erano dei fogli di una carta da lettere che riconobbe immediatamente. 
Le pagine frusciavano sotto le dita, trasmettendogli una sensazione di carta spessa e ruvida. La stessa che gli avevano sempre dato le lettere di suo padre, le poche volte che le riceveva.

Barcollò verso una delle poltrone e vi si abbandonò, stringendo fra le dita serrate l'unica pagina di cui era composta la missiva. 
Leggeva a bassa voce, muovendo le labbra senza emettere quasi alcun suono, gli occhi fissi sulla carta. Eppure avrebbe potuto recitare quelle parole una per una ad occhi chiusi. La loro disposizione sul foglio di carta era fissa nella sua mente, la vedeva ancora spesso davanti agli occhi quando cercava di addormentarsi, anche dopo trent'anni. 
Guardò la ragazza; i suoi occhi dolci erano pieni dell'antica saggezza senza tempo che l'aveva colpito in quelli del padre, ancora seduto tutto a fissare il fuoco. 
Fu proprio lui a rompere il silenzio, alzandosi e avvicinandosi.
"Lei è l'unico ad averla letta, non è vero? E fu lei a distruggerla subito dopo, bruciandola nel camino di quella stanza d'albergo, tanti anni fa."
Lui annuì più volte, con un gesto brusco del capo, per ricacciare indietro i segni di un'emozione che minacciava di sopraffarlo.
"La presi dalla cassetta delle lettere uscendo di casa per un viaggio di lavoro. Volevo leggerla con calma e poi la dimenticai nella borsa. Me ne ricordai solo a sera, quando ero già in albergo. Credevo" disse fissando gli occhi in quelli del vecchio "che volesse tornare da noi. Non avevo mai perso la speranza che riabbracciasse la sua famiglia, prima di quella lettera. Da quella sera invece mio padre per me ha cessato di esistere."

Il vecchio e la ragazza si erano entrambi avvicinati alla poltrona. I loro corpi incombevano sopra di lui, riempivano tutta la sua visuale.
"Non posso tornare indietro, adesso, vero?" domandò l'uomo, ma solo per riempire il silenzio che era calato con una domanda dalla risposta più ovvia.
"Ma io" continuò "non sono mica... voglio dire, non è la mia ora, giusto?"
"Che importa?" rispose la ragazza. La sua voce era suadente, il canto ancestrale di un mare profondo, popolato di sirene.
"Ognuno agogna la pace, ricorda?" aggiunse il vecchio, facendosi ancora più vicino al suo viso, imitando la figlia. I loro volti quasi si sfioravano sopra quello dell'uomo, che fissava gli ipnotici occhi delle due creature, dentro ai quali ora si spalancavano abissi oscurità e oblio .
Un torpore profondo gli aveva invaso le membra e la coscienza, insieme ad uno struggente desiderio di abbandonarsi, dimenticare ogni affanno, annegare in quell'oscurità calda, senza tempo. Chiuse gli occhi, lasciando che la sensazione di pace lo attraversasse e crescesse dentro di lui.

"Ora vieni" sentì dire alla voce della ragazza, subito prima di addormentarsi "e riposa."