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domenica 12 maggio 2013

Momento angolare

Questo racconto trova la sua ispirazione in un bel post di Quantizzando,




Il comunicatore aveva di nuovo dei problemi. La voce della sala radio sul Ginevra  gli giungeva con un ritardo di diversi secondi e a Ted sembrava di stare in uno di quei documentari sull'esplorazione spaziale di due secoli fa.
Dall'altra parte sentì una voce familiare che strillava: “Allora, che diavolo stai facendo la sotto?”.
“Vedi di darti una calmata, Laura!” rispose alzando a sua volta la voce. “La modulazione quantistica si è fottuta e il segnale viaggia subluce.”
Attese quasi venti secondi prima che lei si facesse sentire di nuovo, con tono decisamente più amichevole.
“Ted! Non sapevo che fossi tu in missione. Tutto bene?”
Lui grugnì e chiuse la comunicazione. Odiava le domande idiote di sua moglie.

Si concentrò sui comandi del cingolato: regolare il compensatore di gravità stava diventando un vero indovinello. La composizione dell’asteroide era un guazzabuglio di materiali a diversa densità, interrotto da caverne e buchi, e per di più quel maledetto sasso ruotava furiosamente su sé stesso, come una palla da baseball lanciata ad affetto. 
Il terreno era sempre più accidentato e i continui, violenti sobbalzi si sommavano ai  tentativi del cingolato di decollare, bruscamente compensati dalla spinta dei razzi che schiacciava di nuovo il veicolo al suolo, spezzando la schiena a Ted e strappandogli più di una imprecazione.
Il comunicatore gracchiò di nuovo. Anche da sette milioni di chilometri di distanza, riuscì a percepire il sarcasmo nella voce di Laura: "Se contini ad esprimerti in questo modo, dovremo mandare Eleonora in collegio, quando comincerà a parlare."
Il pensiero della figlia in arrivo riuscì a strappargli un sorriso anche in mezzo a quell'infernale groviglio di rocce vorticanti.
"Tanto adesso non mi sente" disse, tirando con tutte le sue forze i comandi per evitare di finire in un crepaccio.
"Lo dici tu. Ha sei mesi, sente già tutto."
Ted la immaginò seduta sulla poltroncina della sala radio, che si passava una mano sul pancione e sentì un groppo salirgli alla gola.
Il pensiero di lei in attesa era l’unico in grado di fargli perdere la concentrazione. Si sforzò di allontanarlo: se voleva veder nascere sua figlia, non poteva permettersi il minimo errore.
Il pesante veicolo stava percorrendo il ciglio di uno stretto costone, che lo scanner topografico del modulo orbitale aveva individuato come l’unico, misurato passaggio verso una vasta depressione vicina al baricentro dell’asteroide.

Era quello l’obiettivo della missione: l’unico punto abbastanza largo e pianeggiante per potervi installare la gigantesca struttura d’acciaio che il veicolo si trascinava attaccata alla parte posteriore e che i ragazzi dell’hangar avevano ribattezzato “la girandola”. Un nomignolo azzeccato, data la sua forma e il modo in cui funzionava quella pazzesca struttura.
Ad ogni rivoluzione dell’asteroide le colossali pale rotanti, ripiegate sull’asse centrale telescopico, brillavano alla luce fredda di un sole lontano. Data la velocità di rotazione di quel mondo roccioso, viste da lontano facevano l’effetto di un frenetico lampeggiante.

Il passaggio si trasformò in una cengia esposta, procedendo lungo la quale si rischiava in ogni momento di infilare un cingolo nel crepaccio. Data la gravità praticamente inesistente, il veicolo non sarebbe precipitato, ma proseguendo il suo modo per inerzia si sarebbe inclinato e avrebbe cominciato a rotolare lentamente lungo il baratro come un riccio di mare staccato da uno scoglio sommerso, finendo per incagliarsi sul fondo. E niente avrebbe potuto toglierlo di lì.

A complicare le cose, quel tratto di asteroide era completamente esposto, ad ogni rotazione, alla luce del sole. Quei lampi di luce violenta, alternandosi ad altrettanto fugaci momenti di oscurità, rischiarati a stento dalla luce dei fari, rendevano di fatto impossibile per Ted capire dove diavolo stesse andando.
Come aveva fatto molte altre volte, si affidò all'istinto, strizzando le palpebre per non rimanere abbagliato, sbattendole per togliersi dagli occhi le gocce di sudore che gli colavano dalla fronte. Nonostante fosse del tutto inutile, la sua mano guantata batté più di una volta contro la visiera del casco, nell'istintivo tentativo di asciugarsi il viso.

Finalmente intravide davanti a sé una distesa piuttosto regolare di rocce, solcata da profondi canali e rari crepacci. Arrischiò un passaggio con lo scanner di terra, strumento utilissimo, ma che consumava una quantità incredibile di energia. Le linee verdi e azzurre della mappa della superficie si sovrapposero alla sua visuale, danzandogli brevemente davanti agli occhi. Poi un sorriso piegò le labbra di Ted, mentre un delicato cicalino lo avvertiva che ce l'aveva fatta.
Si trovava nel posto giusto. 
"Ginevra, mi ricevete? Laura, mi senti?" disse con la voce che tradiva tutta la sua soddisfatta eccitazione.
"Forte e chiaro, Ted. Hai finito di baloccarti su quel sasso?"
"Prepara una bottiglia per il tuo marito, ragazza impertinente. Sto per mandarvi qualche decina di milioni di crediti di Terre Rare".
"Buon per te. Stavo pensando di iscrivere Eleonora all'accademia e mi domandavo dove avresti trovato i soldi per la retta."
Ted sorrise e chiuse la comunicazione. C'era ancora un sacco di lavoro da fare prima di festeggiare ed era quella la fase più critica della missione.
Con gesti attenti digitò una successione di comandi sul piccolo terminale davanti a sé; udì subito il colpo secco degli ancoraggi magnetici che si attivavano, agganciando il veicolo alla superficie dell'asteroide e facendo contemporaneamente cessare i sobbalzi e gli sbuffi dei razzi stabilizzatori.
Il lungo carrello sul dorso del cingolato iniziò a scorrere su sé stesso, portando in posizione verticale l'asta telescopica della "girandola". La parte terminale del gigantesco perno d'acciaio era dotata di una potente trivella, che iniziò immediatamente ad attaccare la superficie rocciosa dove si era fermato.
Ted si rilassò: ora doveva soltanto tenere d'occhio le spie della temperatura e della profondità, facendo attenzione a non fondere la punta.
La trivellazione procedeva senza intoppi, il tempo scandito dal frenetico alternarsi di luce e ombra, che adesso era in gran parte schermato dagli schermi della cabina di pilotaggio.
Alla fine un trillo lo informò che la profondità prevista era stata raggiunto. Controllò i rilevatori: il palo d'acciaio era sceso dritto in cinquanta metri di roccia compatta, ancorandosi come previsto. La "girandola" non si sarebbe strappata, a meno di spezzare in due l'intero dannato sasso.
Compiuto l'ancoraggio, il cingolato scivolò in avanti di diversi metri, liberandosi definitivamente dalla colossale struttura che aveva portato su di sé fino a quel punto.
"Ginevra, qui mezzo di terra 423. Il bestione è stato infilzato e fra un po' prenderà la via del vostro ovile. Io qui tolgo il disturbo."
"Bravo mio eroe!" rispose la voce allegra di sua moglie. Poi proseguì a bassa voce "ci sentiamo stasera, così potrò dirti quanto sono fiera di te e raccontarti il sogno di stanotte."
"Puoi scommetterci, bellezza" rispose lui. "Passo e chiudo."

Ted rilasciò i ganci magnetici e invertì la spinta dei retrorazzi, svincolando il cingolato da ogni forza che lo tratteneva attaccato all'asteroide. Mentre si alzava con incredibile rapidità dalla superficie, osservando quel mondo di roccia schizzare via in pochi istanti, pensò con affetto e nostalgia che non aveva mai sentito Laura lamentarsi una sola volta di quella vita.
Era dura per lei, anche se non lo diceva. Aspettare un figlio mentre tuo marito rischia la pelle a milioni di chilometri di distanza non è un'esperienza facile. Lei però non si concedeva un solo momento di scoraggiamento: erano entrambi soli, quando si erano conosciuti al bar della grande nave mineraria della Compagnia, ed entrambi avevano scelto quella vita perché era l'unica possibilità.
Il mondo, che non era mai stato un giardino di rose, negli ultimi anni era diventato crudele. Il cibo scarseggiava, le poche risorse, completamente in mano alle Compagnie, provenivano dallo spazio profondo, dove migliaia di persone come loro rischiavano la pelle per addentare i più invitanti fra gli innumerevoli bocconi che orbitavano nella fascia degli asteriodi, o che sfrecciavano nel sistema interno proveniendo dalla nube di Oort.
Sui colossi come il Ginevra la gente trascorreva anni, a volte decenni, guadagnando almeno tre volte quello che avrebbero faticosamente racimolato in qualsiasi lavoro sulla Terra. Era una vita dura, ma per molti si trattava dell'unico modo per mantenere la propria famiglia in un mondo sull'orlo del collasso, sempre più affamato di energia e di materie prime.

Ted azionò la radio a corto raggio. Provò varie volte.
"Mi sentite, voialtri?"
Graffianti scariche di statica invasero la cabina di pilotaggio dello "scarabeo". Era quello il nomignolo che i ragazzi davano ai cingolati. I ragazzi davano un nomignolo a qualunque cosa.
Il modulo orbitale doveva trovarsi da quelle parti, pronto per il rendez-vous. Ripeté di nuovo il codice di chiamata e stavolta gli giunse in risposta la voce di uno dei suoi compagni.
Erano vicinissimi e lo avevano già individuato. Ted si rilassò del tutto: era fatta.
                                                                                                                                                                                                
Mentre attendeva che la piccola scialuppa lo recuperasse, si lasciò andare ai ricordi. Era diventato pilota di scarabei dopo pochi mesi di servizio sulla nave. Era il lavoro più pericoloso e per questo era pagato meglio di ogni altro. Ogni anno erano decine quelli che perdevano la vita nel tentativo di condurre i cingolati sulla superficie degli asteroidi, fino a trovare un punto adatto per piantare le gigantesche strutture rotanti che, con la loro frenetica attività, permettevano di ridurne il momento angolare e renderli governabili.
Una volta arrestata la rotazione, le "girandole " spruzzavano la loro riserva di plasma compresso spingendo i corpi celesti verso la nave madre, in orbita a poche unità astronomiche dalle zone di raccolta, mentre le scialuppe recuperavano gli scarabei e i loro piloti.

Conobbe Laura di ritorno da un turno di tre mesi sullo spazio. Era al bar per festeggiare quel viaggio fortunato con una solenne bevuta. Aveva agganciato più asteroidi di tutti gli altri e per di più tutti quanti erano felicemente giunti alle officine.
Invece che con i ragazzi, passò la serata a chiacchierare con Laura, che aveva preso servizio da poche settimane, mentre gli altri prosciugavano letteralmente il suo conto al bar. L'amore li travolse entrambi, inarrestabile come una tempesta solare. Si sposarono dopo un anno di un intenso corteggiamento, stando insieme ogni istante in cui lui non era fuori in missione. Il loro viaggio di nozze fu un permesso di quarantott'ore in una cabina ufficiali, durante il quale Laura rimase incinta. L'amministrazione offrì in dono una bottiglia di vino rosso, poi le trovarono un posto in sala radio, lontana dal duro lavoro dell'officina.
Lei si riteneva fortunata e non la finiva più di dire a tutti quanto era felice. Anche Ted, alla notizia della gravidanza, era volato al settimo cielo; ma nel preciso istante in cui era diventato consapevole di quella nuova vita, aveva giurato che la loro sarebbe cambiata per sempre.

Un brusco scossone lo riscosse dai propri pensieri, segnalandogli che l'aggancio con il modulo era avvenuto.
Si slegò la cintura e tolse il casco antiurto della tuta, poi spense i comandi centrali e fluttuò fino al portello stagno. Dall'altra parte stavano già aprendo; la paratia ruotò e comparve la faccia di Mike. Erano sempre stati buoni amici, ma in quel momento lui non sembrava particolarmente felice di vederlo.
"Ehi, Mike" disse lui. "Tutto bene?"
"Ciao Ted. Tutto in ordine. Sono a metà del turno di guardia e ho ancora soltanto quattro scarabei fuori."
"Bene. Gli altri ragazzi?"
"Ferguson e l'Indiano dormono, tutti gli altri sono divisi fra la cambusa e la sala comune."
"Ottimo. Credo che mi stenderò un po' anche io, allora."
"Turno duro?"
"Era un bestione dannatamente accidentato, ho dovuto faticare per trovare un passaggio."

C'era qualcosa di strano nel viso di Mike, un'emozione trattenuta a stento che la mente stanca di Ted aveva tardato a registrare.
Ma adesso la vedeva chiaramente, conosceva troppo bene l'amico per sbagliarsi.
Decise di affrontarlo direttamente.
"Cosa c'è?"
"Come dici?"
"Non fare il finto tonto. E' da quando hai aperto quel portello che hai la faccia tirata e parli del più e del meno. A cosa stai girando intorno?"
"Ted..." iniziò l'altro, senza riuscire a proseguire.
Lui fece un balzo in avanti, precipitando addosso all'amico e mandandolo a sbattere contro la paratia. In assenza di gravità, i due corpi avvinghiati vi rimbalzarono contro e continuarono a fluttuare verso la parete opposta.
"Che diavolo le è successo?"
"Mi dispiace..."

Lasciò andare l'amico e si avventò sullo schermo del terminale. Compose il numero delle chiamate di emergenza, attendendo i pochi secondi necessari per la risposta combattendo contro il panico.
Alle sue spalle Mike teneva la testa bassa, incapace di dire qualsiasi cosa.
Una voce femminile sconosciuta rispose alla chiamata, chiedendogli di identificarsi. Lui lo fece, domandando immediatamente notizie della moglie. Quando ebbe udito il nome, sul volto dell'operatrice passò un'ombra, che fu sostituita immediatamente da un odioso sorriso di compassione.
"Le passo la Direzione. Il sovrintendente alle operazioni minerarie ha chiesto di conferire con lei urgentemente."
"Volete dirmi che cosa è successo a Laura? Come sta la bambina?" Urlò senza ritegno.
"Un istante, per favore" disse ancora la ragazza, poi il suo volto scomparì e fu sostituito dal logo della Compagnia. Lui gridò di nuovo e lanciò un pugno contro il monitor.
"Ti prego..." mormorò Mike alle sue spalle. Ted si voltò di scatto, il viso paonazzo e i pugni chiusi. Stava per rispondergli quando una voce profonda e pacata alle sue spalle lo costringe a girarsi di nuovo verso il comunicatore.
"Sono il Sovrintendente Reginald, capo delle operazioni a bordo del Ginevra. Purtroppo ho il compito di darle una notizia terribile."



Nella piccola stanza comune del modulo orbitale si erano stretti tutti i ragazzi. Erano confluiti lì uno ad uno, senza un accordo preciso, come se all'improvviso gli spazi striminziti della nave fossero diventati invece insopportabilmente grandi.
Il silenzio che era sceso, quando finalmente l'iniezione aveva fatto effetto, era ancor più doloroso delle sue terribili grida, dei pungi ciechi con cui aveva minacciato di distruggere uno degli oblò, mettendo a rischio la vita di tutti loro.
All'inizio, mentre parlava con il Sovraintendente, la sua reazione era stata una completa ed innaturale rassegnazione. Mike aveva raccontato come le parole del dirigente esprimessero dolore autentico e un profondo rispetto. Sembrava veramente scosso, dovevano esserlo tutto a bordo.
Non c'era molto da raccontare, così come nulla si era potuto fare per salvarla. L'emorragia era stata improvvisa e violenta, l'aveva colpita senza alcun preavviso. Le colleghe avevano dato l'allarme ai soccorsi senza perdere un istante e quelli erano arrivati subito. Non era servito a niente.

Ted aveva chiuso la comunicazione senza dire assolutamente niente. Aveva guardato in faccia Mike e aveva chiesto soltanto: "quando è stato?"
"Pochi secondi dopo che avevi chiamato il Ginevra. Ted, io..."
Ma lui aveva alzato la mano, troncando sul nascere le sue parole. Si era diretto verso l'oblò, poggiando la testa contro il vetro pressurizzato. Poi aveva iniziato a prenderlo a pungi, spaccandosi letteralmente le dita nel tentativo di frantumarlo.
Mike aveva urlato, i ragazzi erano corsi di là perché se l’aspettavano. Erano riusciti a fargli il sedativo tenendolo in quattro.

Nella sala comune la radio ad alta portata ruppe quel maledetto silenzio, ma tutti sapevano che l’avrebbe solo scacciato un poco più in la, come l’onda di una scura risacca.
Assieme alle domande di rito sulla salute di Ted, giunse la notizia delle analisi che la “girandola” aveva fatto sull’asteroide appena catturato. Lo schermo mostrava numeri che, in qualunque altro momento, avrebbero scatenato selvagge urla di gioia. Era quasi incredibile che ci fossero davvero tutti quei metalli preziosi, in quel coso.

“So che non è un buon momento, lassù” aveva detto l’ufficiale del Ginevra “ma ho pensato che vi avrebbe fatto comunque piacere saperlo. Con la vostra percentuale siete a posto per il resto della vita, ragazzi. Ciascuno di voi.”

Poiché nessuno diceva niente, Mike si sentì in dovere di rispondere.
“Accidenti signore, è una grande notizia.”
“Lo credo. Vi rendete conto che come minimo siete tutti milionari?”
“E’… fantastico, signore. Grazie di averci informato.”
“Naturalmente” continuò l’ufficiale, “un premio più ricco spetta a chi ha materialmente catturato l’asteroide, come da regolamento, quindi vi prego di informare il vostro collega della bella notizia non appena sarà in condizioni di riceverla.”
“Senz’altro, signore.”
“Bene. Allora vi lascio tornare al lavoro” gli occhi dell’uomo brillarono di un’improvvisa felicità mentre sul volto gli si dipingeva un’espressione stupida e soddisfatta. “Magari c’è un altro boccone come questo che vi sta passando sotto il naso proprio ora!”.

Mike sentì lo stomaco rivoltarsi. Riuscì a dire solo: “Passo e chiudo, signore”.

Il silenzio tornò di nuovo a riempire ogni spazio vuoto dentro la piccola sala. Nessuno trovava il coraggio di guardare negli occhi i propri compagni, nel timore che gli sguardi potessero tradire i propri pensieri, far trasparire all’esterno un riverbero dell’eccitazione che li aveva invasi.

Si vergognavano di quella sporca felicità, di essere incapaci di maledire quella ricchezza, tanto agognata e finalmente giunta, che adesso tutti avrebbero voluto non aver mai desiderato.

Sopra di loro, nella cabina del piccolo scarabeo, attorno all’oblò che Ted aveva colpito fluttuava una costellazione di gocce di sangue. Conservando il proprio momento angolare, ruotavano intorno al proprio asse, indifferenti, così come facevano gli uomini.