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giovedì 23 maggio 2013

Pensiero fisso



Si era svegliata all’alba con quell’assurda idea in testa. Una follia completa, che aveva subito bollata come tale, stupendosi di averla pensata. Ma invece di svanire nelle pieghe della coscienza, l’abnorme pensiero gli tornava in mente mentre si lavava e faceva colazione. Per strada, era ricomparso ammiccando fra i titoli delle civette, o nei brandelli di conversazioni che volteggiavano nell’affollato marciapiedi. Anche dopo, mentre andava al lavoro, continuava suo malgrado a coglierne allusioni velate nella segnaletica della metro, fra gli ammiccamenti dei cartelloni pubblicitari, persino nel ritmo ovattato che filtrava dagli auricolari degli altri passeggeri.

Entrò in ufficio con un senso crescente di inquietudine. L’ambiente familiare sembrava in qualche modo trasformato, impregnato di una diversa tonalità di luce. Qualcosa nell’aria, impercettibile ai sensi ma presente alla coscienza, che orientava il ragionamento in un’unica direzione obbligata.

Il tempo trascorse lentamente, scandito dal moltiplicarsi di evidenti riferimenti a quel concetto, che era ormai inutile pensare di accantonare. Impensabile concentrarsi su qualcos’altro: se provava a lavorare, l’ossessione spuntava violentemente nelle telefonate, nelle e-mail, fra le righe delle note protocollate. Contemporaneamente cresceva il suo senso di disagio, una stretta allo stomaco che minacciava di aggredire la gola, strozzandola in un groppo di panico.

Era troppo spaventata per badare agli altri ed accorgersi di come la guardavano. Intorno a lei proliferavano cenni discreti, colpetti di gomito, bisbigli. I compagni di stanza le gettavano occhiate fugaci, che lampeggiavano su di lei per un istante e poi balzavano a congiungersi con quelle degli altri, in un gioco di allusivi ammiccamenti.

A mezzogiorno era ovunque. Arredi, suppellettili, abbigliamento dei colleghi, persino le piante grasse che lussureggiavano nella pacchiana scrivania del capufficio, ogni elemento che componeva il mondo si coordinava in una pazzesca scenografia, sipario aperto sul proscenio in cui troneggiava il Pensiero.
Ormai se lo immaginava come un’entità precisa, con la lettera maiuscola, una sorta di principio pantocratore a cui tutto si stava vorticosamente ricongiungendo, avvitandosi in un vortice di simbolismi, un buco nero concettuale in cui la realtà si annichilava.

Il ritmo aumentava, opprimendola con un’energia potenziale statica, vibrante, che trasudava intorno a lei, pronta ad essere rilasciata con violenza. Non riusciva a distaccarsi da quell’oscuro baratro nemmeno per una frazione di secondo. Un’assordante voce interiore la spingeva sull’orlo, ripetendosi all’infinito con accenti di crescente intensità, soffocandole la coscienza e prevaricando ogni altro barlume di coscienza.
Si alzò in piedi, incapace di trattenersi oltre: era vero, era tutto vero. Una realtà lampante, fulgida sebbene gelidamente inconcepibile, alienante.
Il velo si era squarciato. Il tempo si dilatava, gli istanti scorrevano lenti come onde viscose, scandendo il ritmo interiore di un oceano nero di consapevolezza.
I gesti degli altri erano incredibilmente lenti, drammatici nel contrasto fra la statica plasticità dei corpi, sospesi in quel tempo dilatato, e la tensione dell’urgenza che li precipitava verso di lei, gli arti protesi,  le facce contorte nelle smorfie di terribili grida d’orrore.
Le onde sonore vibrarono nell’aria senza raggiungerla, non prima che lei scavalcasse del tutto il davanzale, l’orizzonte degli eventi al di là del quale poteva finalmente precipitare nel vuoto, liberarsi di tutto, lasciarsi risucchiare.

Emendare il mondo della propria oscurità. E forse ritornare luce.