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venerdì 3 maggio 2013

Ritratto in chiaroscuro


Nei miei ricordi, l'immagine più viva è quella del grande prato. Una distesa morbida di erba grassa, che seguendo le curve sinuose del paesaggio avvolge come un manto una valletta nascosta a mezza costa, nelle pieghe del colle, riparata da due modeste alture. Al centro del pianoro sorge l'antica casa di famiglia, un luogo che mi sforzo inutilmente di dimenticare.

Ogni volta che ci tornavo, mentre la macchina scivolava lungo il viale incrociando le ombre nette dei cipressi che lo costeggiavano, guardavo le onde che le folate di vento disegnavano lungo la pianura. L'erba si inchinava, alternando il verde brillante degli steli dritti ai toni più scuri, smeraldini, di quelli piegati.
Ci si fermava sotto il maestoso platano al centro del piazzale e io, dal momento in cui aprivo la portiera e posavo il piede sulla ghiaia polverosa, sentivo salirmi alla gola un nodo soffocante.

Di solito quel malessere me lo portavo sospeso al centro del petto, presenza costante e discreta dei miei giorni, ma cresceva sino a formare un groviglio doloroso mentre il mio passo scricchiolava sulle pietruzze del cortile. La dimora incombeva con la sua mole austera, una facciata di pietre bianche e regolari, arricchita soltanto da pochi fregi in ferro battuto. 
Giunto al portone d'ingresso sospingevo i battenti, schiudendo lentamente l’accesso ad un cupo androne da cui un corridoio in penombra conduceva al salone grande.