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mercoledì 8 maggio 2013

Rondine di mare

Questo post è stato scritto per il Carnevale della matematica numero 61 che sarà ospitato sul blog notiziole di Mau, 
È ispirato alla figura di Leonardo Fibonacci, alla sua famosa sequenza, che nasconde la costante del rapporto aureo, ma più di tutto al suo grande amore per la libertà. 

L’uomo camminava a testa alta, lo sguardo perduto nel limpido tramonto che incendiava il cielo sopra la Darsena di festosi drappeggi arancio e cremisi.
Percorreva con passo spedito, reso sicuro dalla consuetudine, lo stretto viottolo che costeggiava l’argine di mezzogiorno, a ridosso della graziosa mole del tempietto di Pontenuovo.
Dall’altro lato del fiume le rondini saettavano improvvise, sbucando dal chiuso delle viuzze del borgo di tramontana, lanciandosi in traiettorie imprevedibili che le conducevano a capofitto verso le acque dell’Arno. Giungevano intrepide a lambirle, per poi risalire più dolcemente, lasciando sulla superficie sottili ed effimeri solchi.

C’era qualcosa, nel volo degli uccelli, che aveva sempre affascinato Leonardo.
Li adorava fin da ragazzo, quando al seguito di suo padre di quelle rondini aveva seguito per mare le misteriose rotte celesti, scoprendo per la prima volta le meraviglie di una terra generosa e calda, straripante di vita, in cui non esisteva il tempo.

Al ricordo dell’Africa la mano gli corse d’istinto al petto, per stringere i lembi del mantello con cui affrontava gli insoliti rigori, in quell’aprile di mancata primavera. La brezza di terra si era levata ancor prima del calar del sole, fischiando nella spianata del Campo dei Miracoli, mulinando fra il duomo nuovo e l’abbozzo sbilenco della torre, penduto moncherino di cui, fra discussioni infinite, in città non si decideva il destino.

Dopo il ponte, il corso del fiume faceva un’ampia curva, prima di allargarsi nell’ultimo tratto rettilineo della propria foce, verso il mare. In quella parte della città erano sorti negli ultimi anni una stupefacente quantità di nuovi palazzi.
Le famiglie dei mercanti si arricchivano e desideravano far sfoggio delle loro nuove, immense possibilità. I monumenti si moltiplicavano, le mura venivano abbattute per far spazio a cortili, torri, piazze e colonnati. Le arti fiorivano, v’erano ovunque uomini facoltosi che desideravano ospitare nella propria magione dotti e sapienti, promettendo alloggi lussuosi e lauti compensi.

Vicino al mare il vento aumentava. Le folate sollevavano spruzzi che impregnavano l’aria di un odore pungente e salmastro. Leonardo si strinse ancor più nelle vesti e allungò il passo. Il sole era calato e le luci della darsena guidavano il suo cammino brillando come un faro lontano, specchiandosi nella superficie della foce increspata dal vento.

Trovò la nave già pronta. La fiamma di alcune torce, piegate dal vento, rischiaravano di una luce guizzante le pietre del molo. Il carro carico delle sue cose era là, come aveva convenuto con il mercante.
Si avvicinò al capannello di uomini in attesa, salutandoli da lontano, per non destare allarme.
“Messer Leonardo?” domandò uno di loro. Anche nella penombra, non gli sfuggì il movimento con cui l’uomo aveva portato la mano destra alla cintura, avvicinandola probabilmente all’impugnatura di una lama.
Erano tempi di pace, in cui la prospera Repubblica di Pisa dominava incontrastata sui mari, ma la prudenza non era mai troppa.
“In persona” rispose con voce ferma. “E’ tutto pronto?”

L’uomo sul molo si rilassò visibilmente. Allontanò la mano dal fianco e la sollevò in un gesto amichevole.
“Ogni cosa è preparata come avete comandato, messere. Quando avrete controllato le vostre cose, finiremo di caricare la stiva. Il vento è buono e possiamo salpare appena sarete pronto.”

Leonardo lo ringraziò e si avvicinò al carro. Controllò una per una le casse e i bauli che aveva finito di sigillare poche ore prima; non erano molte le cose che partivano con lui, ma in quel modesto bagaglio era racchiusa tutta la sua esistenza, o almeno ciò che lui considerava la sua parte più importante.

Inaspettatamente, il passeggero prese in mano una cassetta più piccola delle altre, la sollevò dal carro e la depositò delicatamente vicino a sé.
“Vorrei portare questa cassa nella mia cabina, se è concesso.” Disse ad alta voce. I marinai lo guardarono insospettiti, temendo che insieme a quel ricco studioso qualcosa di insolito giungesse a turbare l’abitudinaria vita di bordo, attirando sventura.
“Vi sono contenuti i miei strumenti di lavoro” aggiunse. “Il viaggio è lungo e ne approfitterò per scrivere alcune pagine del mio libro”.
Il comandante si strinse nelle spalle. “Ma certamente, messere. Portate pure a bordo ciò che vi aggrada, purché non metta in pericolo la mia nave o il mio equipaggio.”
Leonardo ringraziò e si avviò per il molo, raggiungendo la passerella, con la sua cassetta sottobraccio.

La cabina era davvero minuscola e per di più era situata a prua, dove sapeva che avrebbe sentito molto di più i sobbalzi del vascello in mare aperto.
Non gli importava molto. Aprì la cassetta e ne trasse un pesante libro rilegato in cuoio, iniziando a sfogliarne le pagine con amorevole cura. La sua grafia, ordinata e minuta, riempiva ogni spazio dei larghi fogli che il tempo cominciava ad già ad ingiallire.

Da fuori giungevano i secchi richiami dei marinai, poi Leonardo sentì qualcuno che ordinava di levare gli ormeggi e sciogliere le vele.
Di lì a poco, la nave scivolò in avanti e lui avvertì nel petto il morso di una famigliare, antica eccitazione.
Dunque tornava a prendere il mare, dopo tanti anni.
Ne erano passate di stagioni, da quel primo viaggio a Bugia, al seguito di suo padre. Molti altri poi ne erano seguiti, in Egitto, in Siria, in Grecia, e verso il nord, nella dolce terra di Provenza. Ogni volta che i suoi passi avevano calpestato la terra di un altro popolo, il suo cuore si era aperto e la mente arricchita.
La curiosità, l’apertura, la determinazione a capire, unite ad un carattere allegro e bonario, gli erano state compagne in quegli anni di continui spostamenti e gli avevano permesso di apprendere i tesori di culture lontane e sconosciute.

Ne aveva tratto le fondamenta della sua arte, i pilastri portanti su cui, tornato in patria, aveva saputo edificare con pazienza le solide mura di una scienza nuova, sebbene fondata su un sapere antico.
Aveva penetrato il segreto delle cifre indiane, un elegante e sconosciuto metodo per rappresentare i numeri, che permetteva di svolgere i calcoli più complessi attraverso l’ausilio di pochi, elementari segni che si potevano tracciare ovunque, sulla carta, sulla sabbia, su una tavoletta di cera.

Il lavoro di suo padre e degli altri mercanti ne era stato enormemente avvantaggiato e la sua dote di straordinario calcolatore gli aveva procurato non poca notorietà a Pisa.
Ogni giorno, per anni, alla sua casa avevano bussato una processione ininterrotta di contabili, scrivani, amministratori, notai, ma anche ricchi mercanti, armatori, membri del Consiglio e notabili della Repubblica.
Persino i sapienti della Corte Imperiale, e più tardi Federico in persona, sceso in Toscana, avevano desiderato conoscerlo.
Era amato e rispettato, conduceva una vita agiata e di recente gli era stato concesso persino un vitalizio, omaggio che la città offriva con gratitudine al più grande dei propri matematici, per i servigi resi alla Repubblica.

La luna sorgeva dai colli, illuminando di un argenteo chiarore le acque calme del Tirreno. Scivolando verso sud, la nave incrociava ora la sagoma scura dell’isola di Capraia, silenziosa e tozza come un gatto.
Affacciato alla piccola finestrella della sua cabina, il vecchio matematico guardava la superficie del mare che ondeggiava sotto la prora, sollevando piccoli spruzzi con uno sciabordio dolce e ipnotico.

L’odore del mare era forte, sapeva di libertà.
Pregustava già altri profumi, i colori intensi, i suoni vividi il calore di quell’Africa che finalmente aveva deciso di riscoprire. Era tempo, infine, di cercare un altro cammino; come una rondine di mare, sentiva l’impulso a seguire la rotta verso un luogo dove la vita continuava a fiorire.

Deludente erano quell’epoca tronfia, quegli uomini assopiti, quelle menti impigrite dalla sicumera derivante dall’abbondanza.
Certo, lo avevano osannato, gli avevano offerto per lunghi anni agi e conforti, mostrato rispetto e riconoscenza. Ma avevano compreso appena la superficie di quel che lui poteva offrirgli.
Cercavano, nella sua arte, soltanto un vantaggio per i loro affari, un modo veloce di affinar la tecnica, la possibilità di far quadrare i bilanci a proprio tornaconto.
Quando aveva desiderato condividere la vera anima del proprio lavoro, mostrando una scintilla di quel fuoco che gli ardeva in petto, tutti si erano tirati indietro, spaventati dalla forza delle novità, scoraggiati dallo sforzo necessario a mutar prospettiva.
Avevano ricusato i concetti che non si conciliavano con i limitati orizzonti a cui erano avvezzi e, pur senza contraddirlo apertamente, si eran fatti in disparte, lasciandolo solo a discorrere della nuova matematica e dei suoi concetti.

A che serve una nave veloce e un bravo nocchiero, senza un motivo che spinga a prendere il largo? La Repubblica aveva già quel che gli era necessario e non v’era nessuno che sentiva davvero il desiderio di allargarlo, quell’orizzonte azzurro di cielo e mare.
Sospirò, sfogliando ancora qualche pagina. Sorrise, ritrovando uno dei punti che più lo affascinavano, in mezzo alla raccolta dei problemi che aveva descritto per mostrare le potenzialità di quel nuovo modo di calcolare.
Lesse per l’ennesima volta. “Un certo uomo mette una coppia di conigli in un posto circondato su tutti i lati da un muro. Quante coppie di conigli possono essere prodotte da quella coppia in un anno, se si suppone che ogni mese ogni coppia genera una nuova coppia, che dal secondo mese in avanti diventa produttiva?”
Le cifre indiane sotto la figura con cui rappresentava il progressivo proliferare dei roditori erano vergate con cura e precisione. 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13… e proseguivano a lungo.
Il disegno recava la sua firma: “Leonardo, il figlio di Bonacci”.
La data di quell’anno, il 1240, era parimenti scritta con le nuove cifre.

Chiuse dolcemente la pesante copertura di cuoio e ripose il suo Liber Abaci nella cassetta. Era tardi, la luna era alta nel cielo.
Si stese nella cuccetta, lasciandosi cullare dal dondolio della nave. Era bello aver portato una copia del libro con sé; la sua compagnia gli ripagava tutta l’immensa fatica che aveva fatto nel copiarlo, prima di lasciare al notaio l’originale, da diffondere alla notizia della propria morte.

Si rilassò, chiudendo gli occhi. Le cifre della Sequentia danzavano nella sua mente stanca. C’era qualcosa nel loro susseguirsi che attirava da tempo l’attenzione del vecchio studioso, come il suono di una voce lontana, familiare ma indistinta, che continuava a sfuggirgli. Un senso di armonia e di concordanza le legava, qualcosa di profondamente irrazionale, eppure definito, che non poteva essere casuale.
Il figlio di Bonacci si girò su un fianco, scivolando in un sonno profondo.
C’era ancora molto, molto tempo per pensarci.