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martedì 21 maggio 2013

Sovrapposizione



Un racconto scritto per il Carnevale della Fisica #43 che sarà ospitato sul blog di Abbey-Travel   e per il quale è stato scelto l'affascinante tema della Creatività.

L'uomo armato era in piedi davanti alla porta rossa e teneva una mano poggiata al cinturone della tuta mimetica. Il suo atteggiamento minaccioso non sembrava impressionare il bambino seduto per terra davanti a lui, che rimaneva tranquillo, assorto nel contemplare la parete liscia della torre.
Il soldato respirò a fondo, cercando di dominare la tensione, e si concentrò nel tentativo di capire perché mai fosse toccato a lui accompagnarlo là dentro. Naturalmente non si trattava di un errore, non erano possibili.

Le sue istruzioni erano composte da un laconico foglio di meno di dieci righe. Seguendole, si era presentato in divisa e con l'arma di ordinanza al centro di ricerche.
Le due attendenti che li avevano accompagnati in automobile per molti chilometri fuori città, fra le colline, erano giovani e graziose; sorridevano in continuazione ma non parlavano mai.
Lui si era sgolato a furia di chiedere informazioni sul luogo dove erano diretti, sostenendo che gli erano indispensabili per proteggere il ragazzino, seduto impassibile sul sedile posteriore insieme una delle due ragazze; ma non ne aveva ricavato niente.
Alla fine l'auto si era fermata poco dopo l'imboccatura di una graziosa valletta, in cui un piccolo ruscello scorreva fra i declivi di prati rigogliosi, al limitare di un bosco di faggi. Avevano proseguito a piedi lungo un sentiero di terra scura, fino ad una piccola baita in legno. Davanti alla porta le giovani si erano fermate, indicandogli il battente socchiuso.

"Qui?" aveva chiesto lui.
Una delle due aveva annuito, con un sorriso gli  era sembrato triste; erano rimaste a guardare mentre apriva la porta e veniva investito da un forte odore familiare che non era riuscito a riconoscere.
Dentro la baita faceva buio. Aveva estratto la pistola, respirando affannosamente, frugando l'oscurità con gli occhi senza riuscire ad individuare la minima fonte di luce. Dietro di sé sentiva il ragazzino muoversi inquieto. Ad un tratto aveva domandato cosa dovessero fare.
Prima che avesse potuto rispondere qualsiasi cosa si era accesa una luce violenta, rivelando una piccola scala a chiocciola che saliva verso il soffitto.  
L’apertura era stretta. Appena fuori, il soldato si era tirato su con fatica, l’arma ben stretta in pugno; anche in quel posto era quasi buio. Affondando le mani e i piedi in qualcosa di cedevole e soffice, aveva compreso che stava respirando a pieni polmoni l'aria, pungente e salmastra, di una spiaggia di mare.

Gli occhi si erano abituati gradualmente alla penombra, lasciando scorgere il cielo stellato e alcune luci tremule in lontananza, come di un porto al di là della foschia. L'uomo e il ragazzino erano rimasti per un po’ immobili, ascoltando le onde. Bassa sul mare scuro sorgeva rapidamente una falce di luna, che rischiarava la scena svelando altri particolari. La spiaggia era solo una breve striscia, umida di rugiada, che formava un lungomare battuto da una lenta risacca. Le onde si frangevano contro le punte affioranti di scogli bassi e discontinui, generando un tappeto di schiuma che rifletteva scintille argentate. Il luogo era deserto e spoglio. Soltanto alla loro sinistra biancheggiava la sagoma affusolata e lontana di un piccolo faro.

“Sai cosa devi fare, qui?” aveva chiesto l’uomo al ragazzino.
Lui era sembrato all’improvviso molto piccolo e molto impaurito. Una scintilla di tenerezza si era affacciata alla coscienza vigile del soldato, per esserne subito scacciata.
"Vieni" aveva detto riponendo la pistola nella fondina.

Avevano camminato in silenzio, lasciando dondolare la mente al rumore ipnotico delle onde, sprofondando gradualmente nel sogno desto di una completa assenza di pensiero.

Il tempo, scandito dal ritmo costante della risacca, sembrava avvolgersi su sé stesso, rotolando avanti e indietro come un pezzetto di legno sul bagnasciuga.
Quando ebbero raggiunto la base della torre, poteva essere passato un minuto o mille anni.
Il faro era fatto di pietra bianca che, seppur levigata da un’eternità di spruzzi e di salsedine, aveva una consistenza lievemente porosa.
Dal lato della spiaggia c’era la porta rossa, alta poco più di un uomo, assicelle di legno dipinte con cura e fermate con piccoli chiodi.
Il soldato avvicinò la mano alla porta per spingerla, ma il bambino gli gridò di fermarsi.
Si voltò verso di lui, sbalordito.
“Che stai facendo?” gli disse con tono brusco.
“Non devi toccare la porta.” rispose.
“E perché mai? Dobbiamo entrare là dentro, no?”
“Non potremmo farlo se la porta è chiusa.”
“Come sai se è chiusa finché non provi ad aprirla?”

Il ragazzino lo guardò con aria smarrita. Sembrava sinceramente stupito della semplice domanda.
“Se provi ad aprirla” disse scandendo bene le parole “la farai essere aperta o chiusa.”
“E allora?”
Sbuffò con l’aria da saputello, recitando la spiegazione come se fosse un’incredibile ovvietà:
“Finché non provi, lei non è né aperta né chiusa. E’ entrambe le cose; e lo rimane fin quando non faccio collassare la sua funzione di probabilità definendo per lei un solo stato possibile.”
“Vuoi dire” rispose il soldato sforzandosi di capire “che sei tu a decidere se la porta è aperta o chiusa?”
Il piccolo rimase in silenzio. Lo guardò dritto negli occhi con profonda serietà, poi annuì solennemente mentre il viso gli si apriva in un largo sorriso.
“E’ questo il mio segreto.” disse alla fine. “Prova di nuovo, adesso.”
Il soldato lo scrutò con aria dubbiosa, poi avanzò e ruotò la maniglia con decisione.
La porta si aprì.



Non si era nemmeno troppo stupito, quando avevano attraversato la porta del faro e si erano trovati nel bel mezzo di una palude, con tanto di liane e sabbie mobili. Camminare in quel pantano era incredibilmente scomodo, con gli anfibi che gli sprofondavano fino a metà gamba. Il ragazzino invece avanzava senza apparente sforzo sulle sue scarpe di tela leggera e il soldato doveva sempre dirgli di aspettare.
In quel posto da incubo l’aria era satura di vapori e umidità; strisce di nebbia densa serpeggiavano in banchi densi e intricati che rendevano impossibile orientarsi; problema relativo, dato che non avevano alcuna meta.
Il ragazzino camminava e parlava allegramente ad alta voce, rivolgendosi al soldato che arrancava per seguirlo.
“E’ sempre stato così. Fin da piccolissimo riuscivo a far essere le cose come volevo io. Sono sempre stato imbattibile a testa o croce, mi bastava scegliere mentre la monetina era in aria.”
“Ma come fai? Sei capace di prevedere il futuro?”
“No, è una cosa differente. Cioè, per esempio, non posso dirti che tempo farà domani, o qual è il biglietto vincente della lotteria. Ma se qualcosa è ancora indefinito, io posso decidere come sarà quando fai la prova.”
“Che vuoi dire con indefinito?”
Il ragazzino si era formato voltandosi verso il soldato. Erano in mezzo ad una radura erbosa intrisa d’acqua stagnante e i passi dell’uomo facevano un rumore di risucchio melmoso.
“Come la porta di prima. Noi non sapevamo se sarebbe stata aperta o chiusa, perché nessuno ha provato ad aprirla. Quindi ho potuto decidere che era aperta.”
L’uomo lo guardò perplesso.
“Mi sembra una cosa incredibile.”
“Ok. Ti faccio vedere.” Nel luogo dove si trovavano c’erano molti sassolini, che affioravano dal fango fra l’erba. Il ragazzino chiese al soldato di prenderne uno bianco e uno scuro.
“Mescolali dietro la schiena, poi prendine uno a caso e chiudilo nel pugno della mano destra.”
Lui lo fece e porse la mano al ragazzino.
“Ora ascolta bene: non so indovinare quale sasso tieni in mano. Se tu sapessi di avere ad esempio il sasso bianco, io avrei una probabilità su due di indovinare. E se giocassimo all’infinito, indovinerei esattamente una volta su due come chiunque altro.”
L’uomo annuì.
“Ma in questo modo, mescolando i sassi dietro la schiena” continuò il ragazzino “nessuno di noi due sa quale sasso c’è nella tua mano. Perciò, dal nostro punto di osservazione, tu stai stringendo un sasso che è contemporaneamente quello bianco e quello nero.”

“E quindi” interloquì il soldato, che cominciava a capire la faccenda “tu puoi decidere quale sasso troveremo quando aprirò la mano.”
“Ancora meglio: posso decidere quale sarà stato il sasso che hai sempre tenuto in mano”.
“Roba da matti.”
“Proviamo, vuoi? Decidi tu il colore.”
“Nero.”
“Apri la mano”.

Andarono avanti abbastanza a lungo perché non ci fossero più dubbi. Il soldato sceglieva una pietruzza a caso mescolandole dietro la schiena, poi indicava il colore desiderato. Le pietruzze erano troppo simili e irregolari perché potesse riconoscerle al tatto e non aveva idea di cosa stringesse nel pugno chiuso. Il sassolino era ogni volta quello giusto.

L’attacco arrivò senza alcun preavviso. Vent’anni di addestramento scattarono automaticamente, presero il controllo dei muscoli del soldato facendo flettere i muscoli del dorso e gettandolo a terra mentre gli artigli aguzzi del giaguaro sferzavano l’aria ad un palmo dalla sua giugulare.
Rotolò nel fango due volte. Al secondo giro la pistola gli era comparsa in mano, come in un gioco di magia, e vomitava fuoco contro la sagoma della belva in movimento.
Aveva sparato quasi alla cieca, indirizzando la canna soltanto con l’istinto, due colpi in rapida successione.
Ci fu un grido assordante e furioso, un miagolio acuto di rabbia e dolore lancinante, poi l’animale si accasciò al suolo.
Il soldato si avvicinò mentre il corpo era ancora scosso da spasmi di agonia, e ne scostò il muso con lo stivale inzaccherato. Al centro di una maschera sanguinolenta, entrambi gli occhi del giaguaro erano stati spappolati dai proiettili, che avevano colpito con incredibile precisione.  

L’uomo fissò il ragazzino.
“Ho sparato quasi alla cieca” disse, con aria accusatoria.
“Quindi” fece l’altro con tono divertito “non sapevi se avresti colpito o meno il bersaglio, giusto?”
“Cominci a farmi paura” disse il soldato, rivoltando la carcassa con un il collo del piede.


Il lago, al centro della radura, era di una bellezza selvaggia e inquietante. Acque livide e immobili riflettevano i brandelli argentati delle nuvole in fuga come uno specchio di ossidiana. C’era qualcosa in quel corpo d’acqua stagnante che incuteva un reverenziale timore.
La presenza si avvertiva nell’aria; impercettibile ai sensi, sussurrava ai confini della coscienza, reclamando l’attenzione dei due viandanti.
Le parole si materializzarono al centro della mente del soldato, concetti senza voce, fantasmi di pensiero.
Sei arrivato.
“Sono qui, come puoi vedere” rispose la voce argentea del ragazzo. Il suo viso si era fatto mortalmente pallido, ma parlava con tono sicuro.

Al soldato fu improvvisamente chiaro come il misterioso ragazzino che stava scortando dentro il labirinto stesse aspettando questo momento fin dall’inizio. Doveva sapere molte cose su quel posto, nonostante tutto.
Nella sua testa la spettrale presenza senza voce si fece nuovamente sentire
Non era facile arrivare fino a me. Sei il primo in venticinque anni.
“Io sono diverso” rispose tranquillo.
Lo vedo. Tu puoi creare la realtà.
“Posso solo definire ciò che non lo è ancora. Questo è creare?”
L’essere fece una lunga pausa.
Dipende dai punti di vista. Dal mio lo è.
“Ho capito.”

Passarono lunghi istanti senza tempo, scanditi dal rincorrersi delle nuvole nel cielo carico di elettricità, nell’eterna sospensione di un temporale imminente che non sarebbe mai arrivato.
Il ragazzino continuava a guardarlo in silenziosa attesa, mentre la presenza si manteneva ai confini delle sue percezioni, trasmettendo a sua volta un forte senso di impellente aspettativa.
Alla fine il soldato si decise a domandare al suo compagno cosa diavolo stessero aspettando.
“Non hai ancora capito?” domandò lui in risposta.
“Capito cosa?”
“Lui sta aspettando la scelta.”
“Di che cosa parli?”

Il soldato si bloccò, colpito da una sensazione di violento disagio. All’improvviso le sue sensazioni si acuirono, come se il lembo di un denso velo fosse stato sollevato dalla propria coscienza. L’erba verde, il vento che soffiava impetuoso, le nuvole gonfie di pioggia, il fango, il freddo… Tutto quel che vedeva era chiaramente reale, eppure c’era nell’insieme qualcosa di profondamente sbagliato.

Guardò di nuovo il ragazzino; colpito da un lampo di rivelazione, si rese conto che non lo aveva mai sfiorato. Non lo aveva visto toccare qualcosa o compiere alcuna azione. Lui aveva aperto la porta, lui aveva manipolato i sassolini, lui…
Balzò indietro ed estrasse la pistola con un movimento fluido che l’occhio non avrebbe colto, e la puntò contro la figura infantile che gli stava davanti. Il suo sguardo era rimasto impassibile, il volto solcato da un sorriso triste, di una saggezza antica e senza tempo.
Il soldato abbassò l’arma e scosse la testa.
“Non servirebbe a niente se ti sparassi, vero?” domandò con tono rassegnato.
“Temo di no, Mark.”
“Così sai anche il mio nome.”
“Tu lo ricordi.”
“Sei… sei un fantasma?”
“Un fantasma? Oh che idiozia, pensavo che ormai avessi capito. Io sono semplicemente l’altra possibilità.”
“L’altra possibilità rispetto a cosa?”
“Mark” disse il ragazzino avvicinandosi. La sua voce si era fusa con la presenza che aleggiava nell’aria. “Sforzati di ricordare.”

Lentamente, come in un profondissimo sogno, il soldato Mark allungò una mano verso il proprio petto. Si era come aspettato quella sensazione, la scoperta di qualcosa di caldo e appiccicoso fra le dita. Mentre guardava la mano imbrattata comprese finalmente che non era l’odore del mare, ad impregnargli le narici fin dall’inizio, ma quello acre e pungente del proprio sangue.
I ricordi fluivano sempre più in fretta. La missione di peacekeeping, l’agguato. Il rumore sordo dei mortai, il crepitio secco delle mitragliatrici leggere. Le urla dei suoi compagni e poi, improvviso e abbagliante, quel dolore assoluto, inconfondibile, totale. E poi… No, non c’era ancora stato un poi.
Lui era lì, sospeso sotto un cielo livido dove le nuvole attendevano di poter continuare a scorrere veloci. Era lì, ferito al petto, nascosto agli sguardi di tutti dal fianco di un blindato. Nessuno dei suoi compagni era in grado di dire se fosse ancora vivo, finché non avesse voltato l’angolo per controllare.
E per tanto, in quel momento...
Finalmente hai capito – disse la voce del ragazzino.

“Sono vivo. E tu sei… ehm, l’altra possibilità, giusto. Sei morto.”
In realtà io e te siamo contemporaneamente la stessa cosa. Una sovrapposizione di stati. Sei vivo e sei morto, Mark. Finché qualcuno non controllerà.

Il soldato deglutì.
“Quando succederà?”
Non ha importanza. In questo stato non c’è il tempo come sei abituato a concepirlo.
L’uomo si sedette a terra, fissando il lago e le nuvole.
“Dunque posso solo aspettare per un intervallo infinito?”
La figura del ragazzino scosse il capo.
La sovrapposizione dei nostri stati è destinata a collassare in uno solo dei due. Non sappiamo quale, né quando, ma succederà in un tempo finito.
“Ma quando qualcuno deciderà, uno di noi due svanirà?”
Non proprio. Saremo una cosa sola. Ma avverrà dopo un intervallo che potresti trovare davvero molto, molto lungo, Mark. .

“Dunque” disse l’uomo “questa cosa sarebbe? Una specie di limbo? Una vita dopo la morte?”
Qualcosa del genere. Anche se a me piace definirla la vita al posto della morte. Suona meglio, non trovi?
L’uomo chiamato Mark, quello che sarebbe stato se fosse risultato ancora in vita, sorrise tristemente al ragazzo; e questi, ciò che sarebbe diventato nel caso opposto, gli ricambiò il sorriso.
“Ma tutte quelle cose che mi hai detto? Il gioco dei sassolini, la storia del testa o croce?”
“Era per farti familiarizzare con l’idea. Aiutarti a capire.”

Mark non rispose e per un po’ nessuno dei due disse niente.

“Beh” fece improvvisamente il soldato, stendendosi sull’erba umida “stavolta non lo sai nemmeno tu cosa desiderare, non è vero marmocchio?”
L’altro non rispose. Si stese al suo fianco, incrociando le mani dietro la nuca, e insieme fissarono le nuvole scure.