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lunedì 13 maggio 2013

Tre cose che insegnano le orchidee


A casa ho delle Phalenopsis. Sono le orchidee più diffuse ed è facile trovarle ovunque, persino come gadget abbinato ad alti regali.
Sono piante ritenute generalmente ardue da coltivare, forse perché è semplicissimo distruggerle; come per la maggior parte delle cose belle, basta continuare a fare la cosa sbagliata per un tempo abbastanza lungo.

E questa è la prima cosa che insegnano. Lo fanno nel modo più crudele, cioè rimanendo fiorite a lungo, stabili nel loro fresco splendore, presenza silenziosa e costante che finisci per dare scontata. Finché un giorno ti accorgi che per terra ci sono dei fiori appassiti, assieme a molti presagi non colti.
La seconda cosa che si può imparare dalle orchidee, io l’ho capita osservando il loro bisogno di un clima orrendamente caldo e umido, accompagnato da una insopportabile qualità di luce crepuscolare, che non assomiglia né al sole né alla notte, ma ad un’indefinita e immota penombra.
Il loro rigoglio sembra accompagnarsi al mio disagio, al punto che le zone della casa dove riescono a svilupparsi al meglio sono quelle in cui difficilmente amo restare. Nel tempo, ho accettato di assecondare le condizioni che trovano favorevoli, rinunciando a rendere più confortevole qualche angolo di salotto, lasciando le imposte nella giusta posizione, astenendomi da benefiche correnti d’aria serotina che le avrebbero malamente investite.
Constando quanto la crescita delle cose belle richieda il personale sacrificio, ho potuto così comprendere che ciò si applica anche e soprattutto alle piccole cose, quelle che più difficilmente crederesti di dover tanto curare, ma che infinitamente di più possono renderti.
Infine l’orchidea Phalenopsis, il cui meritato nome significa “simile ad una farfalla”, parla con la sua notevole capacità di recupero. Basta iniziare a fare le cose giuste e, persino nei casi più disperati, si osserverà ben presto rinascere le larghe foglie verdi, slanciarsi stami verticali e infine schiudersi i primi boccioli.
Ma a differenza di altre piante, nelle quali il gettito di nuovi boccioli segue l’avvizzire dei rami e delle foglie rovinate, esse non si liberano di nulla. Di stagione in stagione portano inalterate le vestigia del proprio passato, sia esso fecondo o arido, rigoglioso o cadente.
Le floride foglie nuove si poggiano vellutate sui relitti, spaccati e cadenti, delle più antiche; gli stami turgidi, traboccanti di vita, crescono rapidamente accanto ai moncherini contorti, che hanno sostenuto i fiori passati.
Solo quei fiori son perduti, caduti a terra e scomparsi, perché guardando la loro assenza possiamo ricordarci di tre piccole cose.