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mercoledì 5 giugno 2013

Il buio del giorno

Lisa viveva nel pieno delle stagioni impossibili, un susseguirsi di giorni segnati da caotiche contraddizioni e dal ritmo sincopato di sempre nuovi mutamenti. 
Sono gli anni difficili, convenivano tutti parlando di lei, spettatore occasionale di conversazioni di cui era solo l'oggetto inanimato.
Lei registrava passivamente quella condiscendenza presuntuosa e ottusa che invariabilmente farciva il mondo degli adulti, impregnandolo ai suoi occhi della luce satura di un nauseabondo faro viola. 
Il suo universo invece restava sospeso fra successivi stadi larvali, in cui lei e i suoi simili erano costantemente travolti dal cambiamento. 

Vivevano soli, nonostante le repentine e violente aggregazioni casuali che continuamente si formavano e si dissolvevano senza apparente finalità. Anime sbattute in un colossale moto Browniano, originato dalle stesse emozioni che tracimavano e vibravano in risonanze incontrollate, generando quel totale stato di caos di cui erano insieme artefici e vittime. 
Nei loro ritrovi occasionali ne condividevano le sfumature, le conseguenze, l'inevitabile mancanza di appigli, la costante sensazione di caduta libera che accompagnava l'incessante turbinio di sensazioni fuori controllo.

Si facevano delle domande, questioni che non avrebbero mai trovato voce altrove, mancando del tutto la simbologia elementare per esprimerle. Erano invocazioni mute, che esistevano soltanto grazie all'energia di quel primordiale brodo indefinito in cui tutti erano immersi, e che si sarebbero seccate, svanendo, al di fuori di esso.

Era meglio vivere al di sopra o al di sotto della morale corrente? O trascinare i giorni come se essa non esistesse, disorientando i pensanti, aggirando i parametri di giudizio, le pietre di paragone, disincarnando stereotipi e paradigmi?
Con una parte della mente, rincasando per i percorsi indefiniti dell'immensa periferia, Lisa pensava alla conversazione di quel pomeriggio. Come sarebbe suonata, alle orecchie delle eleganti morte viventi che ogni sabato incartapecorivano ulteriormente nel salotto buono di sua madre?
Probabilmente come un rumore di fondo, intervallato da parole incomprensibili, concetti fraintesi, riferimenti sconosciuti e irraggiungibili. C'era come un filtro fra le generazioni, traversando il quale le frequenze di ogni forma comunicativa deviavano, si incasinavano, si frammentavano in un caleidoscopio di concetti sconnessi e impossibili da ricomporre. 

Oltre la soglia di casa la tensione l'assalì come uno spruzzo di vapore acido. L'odore palpabile della paura impregnava ogni cosa. Il segnale di un istinto animale la raggiunse allo stomaco, costringendola a strappare via le cuffie del lettore musicale; il panico si diffondeva con lunghe ondate, cerchi concentrici che si allargavano dal petto. 
Lisa costrinse la gola ad aprirsi, le corde vocali a districarsi per emettere un richiamo stridulo.
Le giunse in risposta il suo nome, strillato ad un volume ed un tono innaturale; frequenze aguzze, nello spettro del terrore puro, che conservavano una grottesca traccia della voce di sua madre.  
La donna le venne incontro. Più del viso, paonazzo e sconvolto, Lisa notò con uno spasmo di orrore il suo trucco, sempre impeccabile, devastato dal fiotto incontrollato delle lacrime.
Avanzò mentre la figlia retrocedeva, osservando la madre isterica che gesticolava, incespicava caracollandole incontro e disarticolava frasi sconnesse. 
Era una statua di ottusa sicurezza che andava in frantumi, si sbriciolava come una fortezza di sabbia.
Senza comprendere niente di ciò che era accaduto, Lisa seppe che la scenografia posticcia della loro vita perfetta era stata spazzata via da un uragano di realtà. E che qualcosa di orribilmente ignoto stava per essere messo al suo posto.  

La madre la raggiunse, costringendola contro la parete fredda del corridoio. Le si avvinghiò, artigliandole le spalle, la schiena. Era fredda e goffa, portava in sé un abisso di vuoto che risucchiava dall'anima ogni energia.
Cercò di allontanarla ma lei si stringeva con violenza, ficcandole il viso fradicio di lacrime e sudore nell'incavo della spalla. Lisa rabbrividì mentre il corpo della madre veniva scosso da una convulsa serie di osceni singulti. 
Fra un sussulto e l'altro la donna emetteva un rumore stridulo, una specie di fischio che variava di tonalità, mutandosi a tratti in un rantolo liquido.
Lisa pensò che potesse vomitare e la spinse indietro con più forza, facendola barcollare. Le gambe incontrarono il duro spigolo del tavolino e lei si rovesciò all'indietro con un movimento fluido, come una marionetta di stracci a cui si fossero spezzati ad un tratto tutti i fili.
Il volto di sua madre era una maschera di stupore incosciente, mentre il suo corpo si accartocciava lentamente in un angolo del corridoio, lasciando libera alle sue spalle la visuale del soggiorno.

E finalmente Lisa le vide. Impeccabili, perfettamente lucidate, le scarpe nere di suo padre spuntavano da un angolo del tappeto. 
Una foglia di frassino marrone e rossa, quasi del tutto schiacciata, era appiccicata alla suola del piede destro, scompostamente piegato in quell'angolo di inconfondibile abbandono che assumono solo le cose morte. Indossava i calzini di tutti i giorni, tessuto di raso, colore grigio ardesia. 
Alle sue spalle, la madre si rialzò, riprese a barcollare verso la figlia, emettendo di nuovo quei suoni incomprensibili, rantoli e gorgoglii.
La mano di Lisa si alzò, le colpì il viso, duramente, ripetutamente. Lo sguardo della figlia era una lama gelida che si infilava dolorosamente nell'anima, iniettando un veleno di indifferente disprezzo.
"Lisa!" gridò afferrandole il polso. Il grido salì di tono mentre dalla bocca finalmente le uscivano le parole che aleggiavano nell'aria come nuvole gonfie di pioggia.
"Tuo... tuo padre è morto!"

Anche la bocca della ragazza si aprì, lasciando traboccare le mortali stille di ciò che le marciva dentro. Mentre parlava, sentiva la propria voce giungere da una distanza infinita.
"E allora? Hai chiamato qualcuno, invece di star lì a grugnire come una scema?"

Subito Lisa si voltò verso il telefono e compose il numero del pronto soccorso, attendendo per un tempo infinito che i toni del ricevitore fossero sostituiti da una qualunque voce, che riempisse quel silenzio impossibile.
Una voce rispose e lei parlò senza incertezze, comunicando con gelida efficienza i dati richiesti, l'indirizzo, la situazione, le inconfutabili evidenze della tragedia irrimediabile.

Riattaccò il telefono e piroettò su se stessa con un movimento fulmineo, imprevedibile, piantando i suoi occhi bui in quelli di sua madre: erano questi svuotati e persi, la loro luce estirpata da quelle sue parole mortali. 
"L'ambulanza sta arrivando" disse. "Vado a cambiarmi."

Nitida davanti a sé, aleggiava l'immagine di quella foglia di frassino, appiccicata alla scarpa di suo padre, anch'essa screziata dei colori delle cose morte. 
L'autunno era arrivato.