Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

lunedì 10 giugno 2013

Il paradosso del "rettibondo"

Per il Carnevale della Matematica #62, sul fantastico blog Popinga, un raccontino dedicato ad uno sconosciuto genio molto particolare.

Che cos’è il genio?
A cosa ci riferiamo esattamente, quando usiamo la parola per descrivere qualcuno, o qualcosa, di straordinariamente unico?
Mi sono posto questa domanda molte volte nel corso della mia esistenza, ed ora che sto per lasciarla sento di non essere mai stato così vicino ad una risposta definiva.
Mi trovo qui perché ho avuto il coraggio di seguire fino in fondo la scintilla di rivelazione che mi abbaglia e mi ossessiona da sempre. Ed anche se ciò mi costerà la vita, non sono pentito del mio cammino. E’ unico e irripetibile e io ne sono giustamente orgoglioso.
Nessun percorso in questo mondo può vantare le straordinarie caratteristiche di quello che ho scelto io: lo so perché fin da giovanissimo ho dedicato la vita ad osservare gli spostamenti degli altri.

Troppo piccolo per imitarli, guardavo gli adulti viaggiare, percorrendo lunghe distanze fra un punto e l’altro, impiegando tempi considerevoli per compiere tragitti complicati e lunghissimi.

Ben presto notai che quasi mai gli spostamenti avvengono in linea retta, come sarebbe logico, ma seguendo alternativamente percorsi curvi e rettilinei. A volte questo comportamento è riconducibile  alla necessità di aggirare ostacoli, o affrontare gradualmente dislivelli eccessivi; tuttavia alla fine mi fu evidente come in molte circostanze i miei simili si comportino in modo irrazionale; seguendo senza ragionare i vagabondaggi di un individuo vicino si ammassano in branchi disorientati, che vagano inconcludenti da un punto all’altro del percorso, talvolta giungendo persino ad allontanarsi dalla destinazione prescelta.

Nei miei primi inverni, da quando fui in grado di occuparmene, meditai sul problema e mi ci appassionai. Appena l'età me lo consentì e potei viaggiare liberamente, presi a studiare sistematicamente i vagabondaggi dei miei simili, analizzando con metodo ogni tipo di viaggio, che si trattasse casuali passeggiate, o degli esodi migratori di un intera popolazione.
Via via che accumulavo informazioni, mi curai di apprendere il metodo per interpretarle, affinando gli strumenti della mia mente necessari a misurare, calcolare, confrontare e criticare.
Ben presto ho compreso che il successo di un viaggio sta tutto nel programmare accuratamente la traiettoria, ottimizzando la distanza percorsa sulle tre dimensioni dello spazio.

Può sembrare complicato ma in realtà è semplicissimo.
Durante la fase di preparazione del cammino, questo va diviso in un numero considerevole di tratti intermedi, ognuno dei quali rappresenta la distanza più breve possibile per quel singolo pezzo di strada. In questo modo il tragitto è composto da una linea spezzata di segmenti rettilinei contigui, in modo che all’interno di ogni tappa non vi sia alcuna necessità di deviare da una linea retta in nessuna direzione, comprese salite e discese. Tutte tappe rettilinee, rotta costante.
Poi bisogna fare in modo che l’angolo di intersezione fra ogni segmento sia il più piccolo possibile in qualunque dimensione dello spazio.
Si potrebbe pensare, in parole povere, che due segmenti accostati costituiscano a loro volta un segmento rettilineo. Tuttavia l’obiettivo finale, è far sì che la somma complessiva di tutte le svolte all’intersezione dei vari segmenti del percorso sia la minore possibile.
Non importa quindi se ad un certo punto del si dovrà compiere una gran deviazione a destra, a sinistra, in alto o in basso, purché questa contribuisca a raddrizzare, per così dire, l’intero cammino. Magari evitando una serie di deviazioni più avanti che, sommandosi, avrebbero portato ancora di più fuori strada.

Ora mentre il vento batteva le bianche scogliere dove sorgeva la mia casa, quando i miei fratelli e sorelle si lamentavano, il capo chino e lo sguardo triste, spaventati dalla furia degli elementi che si abbattevano su queste nostre antiche pietre, io tenevo impegnata la mente, sognando il mio viaggio.
E calcolavo. Teorizzavo le mie idee traducendole in un linguaggio universale, privo di personalismi e riferimenti al mio mondo, al nostro modo di vivere.
Le mie esplorazioni mi portavano sempre più lontano, sempre più a lungo. Partivo sempre senza preavviso, nessuna spiegazione, né agli amici, né ai familiari, nemmeno a chi amavo.
Una scelta dura, che si potrebbe forse definire cinica. Ma provate, provate voi, a immaginare come mi sentivo,  schiacciato fra l’enormità della luna e l’immensità del mare.
Andavo in cerca di un sogno, di cui nessuno, fra la mia gente, avrebbe potuto lontanamente comprendere non dico le implicazioni e la portata, ma nemmeno un’idea di fondo. Ero completamente solo, perduto sotto il cielo nero che mandava i suoi dardi argentati ad inondarmi di fredda luce.
Vivevo da schiavo dei miei pensieri inarrivabili, del potere della mia mente calcolatrice. Ciò mi aveva innalzato sopra i miei simili ad una distanza tale per cui ogni contatto era impossibile, ogni comunicazione interrotta.
Notte dopo notte, nascosto agli sguardi e del tutto libero di scegliere il mio cammino, il mio rettilineo vagabondare, affinai la mia capacità di definire ciò che stavo facendo. Divenni consapevole dell’orizzonte, delle altezze sterminate dei cieli, della direttrice che mi attraeva in avanti e che in ogni momento, invertendosi, poteva respingermi indietro.

Incappando nella tempesta, un maglio di nubi compatte che si ergeva dinanzi a me come il piede sollevato di un gigante, pronte a schiantarmi al suolo, ho capito subito che, per aggirarla, avrei dovuto rinunciare alla direzione corretta.
Ma ora ditemi: dopo che le ali della ragione mi avevano sollevato tanto in alto da consentire alla mia mente di dischiudere lo sguardo sull’intero orizzonte della verità, posso piegare il mio cammino alle cieche forze della natura? Potrei poi vivere, con la consapevolezza che, dopo aver faticosamente levato il capo dalla polvere, volutamente ve l’ho ficcato di nuovo per salvarmi la vita?

No. Non potrei mai. Ne sono certo e la saldezza del mio animo cresce di minuto in minuto, mentre mi avvento contro la tempesta, mantenendo salda la rotta di questo pezzo di cammino, secondo il tragitto che ho calcolato subito prima di levarmi nuovamente in volo.
Non so se vivrò per misurare l’esito del mio tentativo, o morirò provando.
Le raffiche sono violente, le ali mi fanno male.
Dalle scogliere immacolate, distesi al sicuro ad una profondità vertiginosa nel vuoto sotto di me, gli altri gabbiani mi chiamano, mi invocano, maledicono la mia natura testarda e ribelle.
So come ragionano, loro: la sicurezza di ogni individuo è la salvezza dell’intero branco. Non è la mia vita, a preoccuparli, ma ciò che rappresenta questo mio volo verso una fine certa, il concetto del sacrificio estremo per un’idea astratta. Una cosa inconcepibile e folle.
Il vento si è fatto uragano, è il mio canto di morte, mentre le piume vanno in pezzi, le membrane si lacerano scoccando nella mia mente saette di dolore.

Che cos’è il genio? Mi domando ancora mentre perdo il controllo. E’ intuizione e ricerca, trasparenza e segreto, disciplina ed estro. L’unione totale, armonica e risonante, di tutte le dimensioni infinite. In esse, vagando diritto, ho cercato invano l’assoluto.
Costretto in un angolo sempre più acuto, il mio moto rettilineo si scompone, diviene vorticoso e discendente. I segmenti si contraggono e si frantumano, precipitano in una spirale dissennata che dall’apice della perfezione mi trascina nella totale erraticità dello stallo, l’anticamera caotica della fine.
E io sono privo di tempo, consapevolezza pura, comprensione totale. Troppo tardi ho capito che la perfezione era già in me, in quel pensiero che, spingendomi a cercarla, la generava.
Fra un attimo il mare mi accoglierà, spalancando le sue braccia perché possa sprofondare nell’abisso infinito e farne parte.


E il rettilineo vagabondare, il lungo viaggio rettibondo, ritorna beffardo al suo punto di partenza.