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mercoledì 12 giugno 2013

Indaco dei sepolcri


Nel silenzio della chiesa vuota qualcosa riempiva il buio. Non era abbastanza per definirla una presenza, ma l’avvertiva; anche al di là del sudario di quel torpore che l’aveva invaso, i sensi storditi la percepivano comunque.
Lorenzo annaspava, affondando nella tenebra più fitta che aveva dentro. I pensieri vorticavano confusi, tutto gli sembrava farsi vago, come il ricordo di un sogno, struggente e dolcissimo, in cui ogni particolare è perduto e delle sensazioni, ormai lontane, rimane soltanto un impronta lieve sull’anima.
La porta si aprì lentamente e la sensazione si dissolse. La figura ammantata scivolò silenziosamente dentro, richiuse la porta e si avviò a passo lento verso il punto in cui si trovava il novizio, raggiungendolo.
Padre Filippo si sedette accanto a lui e con semplicità gli sorrise.



Le dita delicate di lei erano separate dal pezzo da un intervallo minuscolo. Vibravano intensamente nell’aria con sussulti rapidi, quasi impercettibili, come il fremito d’ali di una farfalla che impara a volare.
Quando la sua mano finalmente si decise, rompendo l’incanto di quell’istante sospeso, lo fece con un gesto risoluto, privo di ogni traccia della precedente incertezza. Le falangi si chiusero sul piccolo cilindro di pietra fredda e lo spinsero decisamente; Eleonora si muoveva con studiata lentezza, curando con gusto teatrale l’avanzata dell’alabastro lavorato sul morbido legno, che incrociava i confini alternati di chiaroscuri percorrendo lo spazio libero davanti a sé.
Sul finale rallentò; il pezzo ne urtò un altro, che si inclinò progressivamente fino a scivolare di lato, adagiandosi sul quadrato scuro, sbilenco. La sua sommità, irta di punte sottili, dondolava graffiando il legno con un rumore stridulo.
La ragazza lasciò che il sorriso le inondasse il volto, poi alzò i suoi occhi verdi fissandoli in quelli scuri del frate, che fissava la scacchiera con aria confusa.
“Scacco matto, padre Lorenzo” annunciò.
Non gli sfuggì la punta di ironia con cui aveva pronunciato la parola “padre”. Ancora una volta, non riuscì ad evitare di pensare a quanto fosse bella.
Mentre giocavano, la luce dolce del tramonto era virata lentamente in un indaco freddo che sgocciolava dall’alto del cielo verso il mare; lacrime di notte salutavano il sole che si spegneva affogando nell’orizzonte.  Il vento si era levato all’improvviso, come obbedendo ad un segnale prestabilito, quando il disco infuocato aveva toccato la superficie dell’acqua. Lei si era avvicinata, muovendosi sinuosamente sulla sabbia bagnata, e gli si era stretta addosso, cercando un contatto con il suo corpo.
Era calda e morbida, appena al di là delle stoffe sottili che indossavano. Un brivido gli scosse i muscoli della schiena e serpeggiò fra loro a lungo.
“E’ come una canzone” disse lei immergendo lo sguardo al di là del mare.
“Che cosa dice?”
“Dice tutto. Basterebbe ascoltare attentamente.”
Il vento sollevava delicati mulinelli di sabbia, mentre le stelle e le luci del porto spuntavano dall’oscurità crescente come gemme su un cuscino nero. La coscienza scemava, cullata dal rumore dolce della risacca.
Le sensazioni si susseguivano come le battute lente di una sinfonia. Il tocco pungente dell’aria fresca. Il calore crescente che l’avvolgeva. Il suono delle onde, lontano, e quello di piccoli dolci gemiti, infinitamente vicini. La vampa di desiderio, l’oceano di piacere in cui confluivano i flutti dei loro corpi, fondendosi goccia a goccia in quell’immensità. Il grido di lei, il lamento rauco che usciva dalla sua stessa gola.
Poi la risacca schiumosa, che inesorabile e lenta si ritraeva, lasciando dietro di sé brandelli di rimorso, taglienti come cocci di vetro.
Dopo l’amore, Eleonora amava restare a guardarlo negli occhi, fissandolo da una distanza piccolissima, le punte dei nasi che si sfioravano ad ogni respiro, ad ogni ondeggiare dei loro corpi abbandonati sul piccolo letto di lei.
Lo fissava intensamente, e lui non riusciva a ricambiare a lungo quello sguardo, il viso di lei sdoppiava, poi si decomponeva in un caleidoscopio di lineamenti chiari ed occhi verdemare.
Era in quei momenti che anche i suoi pensieri si sfrangiavano, diventavano sfuocati. Ondate fredde di consapevolezza e colpa penetravano il calore che, fino ad un momento prima, l’aveva inebriato di dolcissimo oblio.
Lei se ne accorgeva subito. Spostava il capo all’indietro e il suo viso si faceva improvvisamente cupo.
Era quasi sempre lei ad affrontare l’argomento a viso aperto.
“Quando parlerai con loro?” diceva. “Non possiamo continuare a vivere in una menzogna!”
Lui le restituiva parole cave, al cui interno rimbombavano i suoni falsi delle promesse, delle rassicurazioni, delle scuse, dei mille modi con cui lui le chiedeva tempo, comprensione, sostegno per affrontare nel modo migliore quel passo difficile, complicato, scandaloso.
Il tempo trascorreva mentre la vita di Lorenzo si sdoppiava, tesa in un doloroso spasimo di contraddizione che di giorno in giorno lacerava la sua anima.
Le parole non dette si accumulavano, si consolidavano in una muraglia che lo chiudeva in una prigione dorata. La luce dentro di lui si affievoliva, il buio offuscava pensieri e chiarezza, addormentava i sensi dell’anima, cullando l’illusione che alla fine la soluzione migliore sarebbe giunta da sola.
 Fino a quel lunedì di pioggia.


Lorenzo aveva freddo, anche sotto gli strati di lana grezza della tonaca. L’aria di quel luogo sembrava capace di assorbire il calore in pochi istanti, ovunque si trovasse, adeguando ogni cosa alla temperatura senza speranza che vi regnava.
La voce brusca dell’uomo al suo fianco lo fece trasalire.
“La riconosce?”
Lorenzo distolse lo sguardo, ma gli occhi rimasero immobili, fuori controllo, fissando la sua pelle bianca, solcata dai graffi profondi inzozzati di sangue che indicavano dove era avvenuto l’impatto.
Il medico aveva scoperto soltanto la metà superiore del cadavere. Anche in quell’estremo pallore i piccoli seni di Eleonora conservavano nitida la riga dell’abbronzatura.
Stavolta gli occhi obbedirono e il frate rispose di sì, con il capo chino.
“Può dire il nome della persona che riconosce?”
La voce del medico, monotona e inespressiva, tradiva la malcelata irritazione per essere stato costretto ad alzarsi nel cuore della notte ed accompagnare all’obitorio il frate, che ci stava mettendo un sacco di tempo.
Lui cercò di parlare ma le parole non venivano, erano arrotolate dietro la lingua, incastrate nella gola e ad ogni suo tentativo di spingerle fuori, sprofondavano più giù, spingendo, torcendo, bucandogli il petto e bloccando il respiro.
Annaspò, barcollando, lottando per aspirare l’aria.
“Ehi, che succede? Si sente male?”
Le luci giallognole vorticavano sul soffitto come scie di comete elettriche. Un fiotto caldo risalì la gola di Lorenzo e gli riempì la bocca di un gusto acido e doloroso. La aprì e rovesciò lo stomaco sul pavimento lucido e irrimediabilmente sporco.
“Merda!” disse il medico, affrettandosi a sorreggerlo. “Santino! Santino! Venga qui con la scopa e la segatura.”
Il lenzuolo si era spostato dal petto di Eleonora, scoprendole parte dell’addome e il fianco destro, dove il suo piccolo tatuaggio si stagliava nettamente sulla carne morta.
Lui pensò che anche così gli sembrava bellissimo; e vomitò di nuovo.


Padre Filippo non parlava quasi mai, amava aspettare le parole degli altri, per cui Lorenzo non si stupì di quel suo silenzio. Rimasero a lungo Il vecchio frate osservava il grande Crocefisso, sospeso da fili invisibili fra il cielo e la terra. Il suo sguardo carico di dolcezza graffiava l’anima di Lorenzo di stridente nostalgia.
Si girò verso il ragazzo e gli sorrise con affetto, poggiandogli una mano sul ginocchio. Lui cominciò a piangere in silenzio, scosso da singhiozzi sempre più violenti, sempre più cupi.
Rimasero così a lungo, finché Lorenzo sollevò il capo che teneva chino fra le mani, il suo sguardo proveniva da un abisso infinitamente profondo, che Filippo poteva soltanto immaginare.
“L’ho uccisa io.”
Le parole uscivano come schiuma viscida dagli angoli delle labbra.
“E’ come se l’avessi spinta io, sotto quel treno. L’ho trascinata nel buio.”
Il silenzio ora era totale, ma a Lorenzo non ne sentiva il peso.
“Non ho avuto il coraggio.”
“E di cosa avevi paura, Lorenzo?”
Frate Filippo era un vuoto che risucchiava fuori dalla sua anima il veleno di cui era inondata. E gli usciva di dentro, come l’acqua da una diga che va in frantumi.
“Dello scandalo. Avevo paura  anche per i fratelli, una cosa del genere, avrebbe potuto gettare un’ombra su tutto il convento. E poi temevo… il giudizio. E’ terribile l’idea di deludere Dio”
Il vecchio frate sorrise e indicando con la mano il suo Crocefisso e disse:
“Ma lo sai quanti scandali ha fatto Lui, ai suoi tempi? Credi davvero, tu, di poter deludere un Dio che si è fatto ammazzare per te?”
Poi si fece improvvisamente serio e fissò il confratello negli occhi.
“E’ una tua scelta, ragazzo mio. Puoi restarci quanto vuoi, in quel sepolcro dove ti sei chiuso. Qualunque cosa tu abbia fatto, non è Dio che deve perdonarla; sei tu.”


Il caffè dell’obitorio faceva schifo,  ma era caldo, zuccherato e denso. Si posò sullo stomaco attorcigliato di Lorenzo, schiacciandolo al suo posto e facendolo sentire meglio.
Il giovane frate si puliva la propria tonaca da novizio con le salviette che gli aveva dato Santino. Il medico era seduto davanti a lui, all’altro capo di una scrivania dall’aria dimessa.
“Succede spesso, sa?”
A lui diede fastidio quel tono condiscendente, ma si sforzò di sorridere.
“Mi… mi dispiace.”
“Non si preoccupi, padre. Dev’essere dura anche per voi, giusto?”
Lorenzo lo guardò in silenzio
“Voglio dire, non è che perché uno crede in certe cose… insomma, va bene la fede ma davanti a… dico bene?”
Il frate si sforzò di annuire. Lo stomaco riprese ad agitarsi, scuotendo il grumo liquido del caffè.
“Ecco, ho ragione, no? Sa, nel mio mestiere capita di vederne, di cose brutte. Ma non ci si abitua mai, ogni volta è come la prima volta.”
“Deve essere difficile” mormorò Lorenzo.
“Lo è, lo è. Ma è il nostro lavoro, si cerca di farlo al meglio.”
Il medico sorrise compiaciuto e spinse davanti a sé un modulo. 

“Se se la sente di firmare il verbale di riconoscimento della madre, possiamo procedere con l’autopsia del feto.”