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mercoledì 26 giugno 2013

Le mura di Anperion

Le mura di Anperion, comunque le si guardasse, si estendevano fino a perdersi nella foschia buia. Erano scure, levigate e fredde. In alcuni punti trasudavano un'abbondante umidità, ma non c'erano in esse pertugi, né porte, o feritoie. Sembravano fatte di un'unica, ininterrotta pietra liscia.  
Sorgevano in mezzo alla pianura erbosa, chiudendo la valle da un capo all'altro, arrampicandosi sulle pendici dei colli alle estremità, facendosi basamento dei fianchi scoscesi delle montagne, fin quasi all'apice.
Là, dove l'altitudine e il terreno sbarravano ogni passo, il fianco del baluardo si continuava con la roccia viva della vetta, divenendo esso stesso limite della terra e confine al cielo. 
Lo sguardo non giungeva ad esplorarne la cima, pertanto non si sapeva se vi fossero spalti, merlature, qualcuno che montasse la guardia. 
Erano fiorite leggende che gli abitanti della valle si tramandavano, narrandole intorno ai fuochi la sera o nei bivacchi estivi sulla pianura. In esse, le mura di Anperion erano guardate da uomini alati armati di archi che scagliavano saette. Torri di cristallo sorgevano sulla sommità, slanciandosi fino a bucare il cielo; in spazi oscuri, ad altezze inconcepibili, le loro bandiere garrivano fra le stesse dita di Dio.
  
Nella valle, nelle case assiepate in villaggi di contadini e di pescatori lungo il fiume, tutti sapevano che le mura erano lì da sempre e mai si era pensato di chiedersi chi le avesse innalzate, o per quale scopo. 
Inviolabili e incommensurabili, impedivano ogni comunicazione con il mondo esterno. Né eserciti in guerra, né carovane di mercanti potevano giungere a turbare la quiete. Non giungevano notizie a scuotere gli animi, né venti di ribellione, o ideologie ad interrogare le coscienze. Da secoli ciarlatani, profeti, santi e tagliagole, scienziati ed eroi, pellegrini e saggi viandanti menavano altrove il proprio cammino. Non fermento di rivoluzione, non alito di cambiamento, non barlume di sviluppo varcavano il silenzioso e impassibile confine di quella pietra liscia e ininterrotta, umida e fredda come un sepolcro, immobile come l'eternità.

Nella valle scorreva il fiume insieme ad una vita modesta e sicura, che assicurava abbastanza per tutti, mai di più per alcuno.  Con essa fluivano le stagioni e componevano anni che nessuno aveva mai contato. Vigeva un tempo senza memoria, che appariva contemporaneamente fermo e in divenire, girava in cerchio senza fretta all'ombra delle mura. I figli degli uomini nascevano, crescevano, generavano a loro volta altri figli, e infine scomparivano nell'erba grassa e umida, divenendo frumento per altra vita.
Nel suo quieto e uniforme divenire, la ruota dell'esistenza faceva perno sulle mura, centro immobile del moto. Eppure mani e occhi, innumerevoli, da generazioni vi cercavano invano un qualunque segno di discontinuità. Una crepa da cui spiccasse un filo d'erba, un rigo, un simbolo di cambiamento.
In silenzio, senza proferir parola o pensiero, istintivamente ognuno scrutava le mura, spiando l'avvento di un tal segno.
V'era in ognuno non già memoria, ma una qualche più remota, ancestrale coscienza, di un mondo al di là del confine, di cui era impossibile non sospettare l'esistenza. 
Un mondo altrove, da dove sorgeva il sole, dove le nuvole scure si dirigevano rabbiose, o giungevano turbinando furiose le rovinose tempeste.
Pensavano tutti che un giorno qualcosa di quel mondo sarebbe penetrato nella valle.

Fu lei la prima a pensare che qualcosa, da altrove, doveva già essere arrivato. Magari un solo fiocco di neve, portato fra miriadi dal vento oltre le cime dei monti e la sommità invisibile del muro. Forse aveva vorticato nel turbine impetuoso soltanto per pochi istanti, per sciogliersi subito insieme allo stuolo dei suoi simili. O forse, sulle ali di più timida brezza, aveva a lungo fluttuato sopra i campi curati, gli ordinati filari di aceri, le viuzze dei borghi. Aveva spiato le facciate modeste delle case, intravisto i volti stanchi, le lunghe lacrime, i fugaci sorrisi? Si era soffermato, ne aveva avuto il tempo, a considerare la condizione di quella vita chiusa, esclusa e protetta dal cielo e dall'inferno?
Di sicuro si era sciolto, quel fiocco, magari su un volto qualunque, nel silenzio di una dolce sera, o di una livida alba. Quanto era probabile che fosse accaduto proprio al suo viso? Quanti fiocchi le erano caduti fra le labbra nei suoi inverni? Innumerevoli, poiché gli anni nessuno li aveva contati, né alcuno dei suoi inverni si distingueva da quelli di un altro, o da un diverso inverno.
Se innumerevoli erano i fiocchi, per quanto raro fosse che uno di loro giungesse da altrove fin sul suo viso, esso di sicuro era giunto, si era posato sciogliendosi in una sottile lacrima, seminando in lei la nostalgia di un luogo che non conosceva.
Per questo ora era là. 
Le mura splendevano sotto la luna. Erano lisce, e fredde, e grondanti di acqua morta. Era giusto così perché ai suoi occhi, ora lo capiva, erano tutta una cosa morta. Era difficile arrampicarsi su quella superficie, ma non impossibile. Appigli si potevano trovare, a cercare bene, con pazienza. Non fessure, ma escrescenze di polvere, cristalli di sabbia lasciati dal vento, accumulati in quell'interminata era senza tempo. 
Saliva la ragazza e la luna con lei, più agile e più svelta; da infinitamente lontano, mentre sorgeva veloce, restava sospesa, come a vegliare quell'ascesa.

Poi la luna fu alta nel cielo e rimase immobile, osservando curiosa l'ombra sconfinata delle mura di Anperion sulla pianura. Copriva strade e città, fiumi e paesi, montagne e colline, tanto alta e larga da stendersi sopra ogni cosa; così che, per mancanza di un punto luminoso che le facesse contrasto, era come se fosse assente.
Nella notte senza tempo, alla luce magica della luna, sul fianco di quell'ombra un minuscolo puntino saliva. 
Era poco più di una macchia scura nel buio, una goccia di consapevolezza e di vita, che sfidando le correnti di un oceano di nulla, percorreva la sua strada infinita verso la superficie.