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domenica 2 giugno 2013

Un flauto spezzato

Questo breve racconto è dedicato al Suonatore Jones dell'Antologia di Spoon River. Ne da occasione l'imminenza del primo Carnevale della Letteratura, che generosamente ospita Il Gloglottatore
E che chiama tutti voi, uomini e donne di penna!

Stanotte lacrime di luna, come cristalli d’argento, galleggiano mollemente posati sul tuo dolce seno e tu,  generoso mistero di frescura e di vita, li doni ai miei occhi nel gioco di un riflesso vivace.
Mi seduci in un istante e io mi immergo in te, nudo e libero; fluisco liquido nel tuo immenso ventre fresco. Le tue acque asciugano il sudore dei fianchi e le lacrime del viso, lavano via la polvere di questa terra ipocrita; così  è di notte, nascosti al mondo da un’illecita veglia, che io te ci amiamo, o mio fiume, mio Spoon.
Anche quel giorno l’alba ci sorprese uniti. Perso in te, goccia di te, il mio sonno era lieve. Vagavo cullato dalle tue onde verso un altro punto delle tue sponde. Presi terra fra morbide sabbie, mi svegliò la carezza del primo sole.
Venni dal fiume e non ho altra memoria di me stesso. Giaceva al mio fianco un flauto di canna, simbolo e dono del mio retaggio. Mi alzai dalla riva ristorato e lieto. Quel giorno, nella luce crescente dell’aurora, iniziai a camminare e suonare, ed entrambe le cose feci per tutta la vita.


Il carro ondeggiava nella polvere mentre il giorno, ebbro di luce, ne sfumava i contorni nel brancolante tremolio di un miraggio. Le stoffe scure garrivano al vento, nere come le gualdrappe ed il manto dei cavalli. L’oscuro cocchiere, tetro nel volto e austero nel vestito, stringeva salde le redini a guida di quel tristo convoglio, menando il carro funebre ad un passo solenne e lento.
Adombrati nel volto e nel portamento, cupi dalla pelle all’anima, i cittadini di Spoon River seguivano il feretro all’incedere di un salmodiare rassegnato e stanco, una nenia che della morte era insieme ossequio e anticipo.
Non v’era altra luce che quella violenta del sole e nulla, né speranza né sollievo, ardeva nei canti e nelle invocazioni che si levavano dal mesto corteo.
La salma del Maggiore giaceva composta, rigida, inerte ai sobbalzi del carro come lo era stata alla vita. Solida quercia ed arida steppa, incapace di debolezze e di affetti.
Miss Rose, seduta a lato del feretro, osservava con i grandi occhi verdi il volto del padre, contemplando per l’ultima volta quella maschera di pietra. E le fessure chiuse dei suoi occhi, per le quali non aveva mai visto passare né lacrime, né quello sguardo di affettuoso orgoglio, bramato e non giunto, che lei sognava di leggere nelle pupille di un padre.
Distolse gli occhi, carezzando con le dita le palpebre, perché tutti potessero imputare le lacrime alle sabbiose rive su cui si era levato il vento.
Dov’erano andati i chiari di luna e i cieli stellati, sotto i quali sognava che lui si beasse dei suoi silenziosi sguardi di figlia adorante? O le giornate luminose, piene di vita e di semplici affetti, nelle quali condividere i segreti semplici di un cuore di padre?
Nulla del genere era venuto a riempire i suoi giorni, scivolati fra le sue dita uno dopo l’altro, scanditi dalle cure materne, riempiti di muliebri incombenze e sempre, sempre più vuoti di lui.
E ora suo padre avrebbe dormito sulla collina, ignaro di lei e del suo struggente desiderio reciso. Lo Spoon scorreva indifferente a fianco del cocchio, raccogliendo in silenzio anche quelle lacrime.

Giunse da nord l’eco di un trillo. Fu un refolo di vento a portar la prima nota, a cui presto seguirono le altre, un lieto motivo che scompigliava le figure luttuose più di un vento festoso.
Veniva avanti, incontro al corteo, la musica baldanzosa di un flauto suonato con passione violenta, ribelle e sfacciato. L’armonia solleticava i sensi, blandiva le sagome compassate e inerti, sollevava maliziosa il coperchio di pensieri malevoli e mondani.
Il suonatore  comparve dietro una svolta, con passo svelto e leggero avanzò verso il cocchio, in mezzo di strada e completamente nudo, del tutto indifferente ad ogni cosa che non fosse l’armonia su cui andava veleggiando.
I cavalli scalpitarono, il cocchiere imprecò, le donne gridarono, incitandosi l’una con l’altra a distoglier lo sguardo, mentre si accapigliavano e spintonavano per veder meglio.
Ridevano gli uomini, lanciando lazzi e grida di scherno, deridendo e maldicendo quell’oscena e inattesa figura, che balzando dal nulla aveva levato il velo sui più inconfessabili desideri.
Subito avanzò il dr. Trainor,  gridando allo scandalo, reclamando decenza per i vivi o, non fosse questo abbastanza per quel pazzo scostumato, rispetto per la morte.
Il suonatore fissò in volto il farmacista e questi vide i suoi occhi.
Dentro mulinavano i venti senza briglia di un’arcana tempesta che, squassando cieli di cristallo, precipitava dal cielo immense greggi di nubi incendiate di sole. Si abbatteva su arditi pinnacoli di rocciose cattedrali, assediate dal mare in tempesta, frustate dalle colate di fuoco di mille soli al tramonto.
E schiantandosi sulla terra, quella tempesta liberava melodie senza tempo, sfrenate passioni, gloriose battaglie, ridicole risa immotivate. L’eco di un canto primitivo agitava il cuore di quell’uomo al ritmo stesso della vita. Ingovernabile irragionevolezza e furiosa libertà tracimavano dal suo sguardo come le onde di una piena che poteva travolgere ogni argine, insieme a tutto il filo spinato dell’Illinois.
Il farmacista barcollò due passi indietro, mentre il suonatore gli passava accanto, superandolo come fa l’acqua del fiume incontrando un fuscello di canna.
Nudo nel vento si fermò il suonatore sotto il carro, fissando lo sguardo sul volto infuocato della dolce Rose. Sfrontatamente posò le mani sui propri fianchi scoperti e le parlò.
“Onoro a mio modo la morte, signora, celebrando piuttosto la vita che splende nel vostro florido seno, o arde nella delizia della vostra bocca che si spalanca meravigliosa;  e questa vita in un solo istante fa più luce di tutte le fiaccole accese per i morti che popolano i sepolcri di tutta la terra.”
Ciò detto si chinò con garbo, portandosi un braccio di traverso sul petto abbronzato, per poi rizzarsi e proseguire il cammino, riprendendo a soffiare nel flauto la melodia che gli sgorgava dal petto.
Avanzava verso il paese di Spoon River come il vento gagliardo che nasce dal fiume, indifferente, inarrestabile e del tutto ignaro di ciò che volessero da lui il cielo, l’amore o il denaro.


Poco lontano, alle sue spalle, la Collina custodiva in silenzio il suo mondo addormentato, levando al cielo azzurro un giardino di croci.