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sabato 1 giugno 2013

Vele strappate (seconda parte)

Leggi la prima parte

Dentro la baita fermentava un caos controllato. Myra era bravissima a coordinare gli sforzi eccitati dei tre bambini, che partecipavano entusiasti al “gioco della fuga”, rivaleggiando per dimostrarsi efficienti. Il più piccolino aveva tolto tutti gli abiti contenuti in un grosso baule, stando in bilico sul bordo e rischiando di sprofondarvi. La mamma gli corse in aiuto.
“Mattew, prendi soltanto quello che ti serve. Non possiamo portare tutto quanto.”
Il piccolo annuì con aria seria. La donna gli arruffò i capelli e tornò di corsa al suo lavoro. Passando davanti a Ginevra le disse:
“Ho un cassapanca con alcuni vestiti di quando ero ragazza” abbassò lo sguardo sul suo corpo e aggiunse “penso che andranno benissimo per te.”
Ginevra la fissò, seria.
“Io non ho fatto niente. Non ho niente da temere.”
“Credi che a loro questo importi? Sei qui, conosci questo posto. E’ abbastanza per fare di te una criminale.”
“Ma perché? Di cosa vi accusano?”
“Di vivere. O almeno, di vivere a modo nostro.”

La donna tornò a chinarsi sull’enorme valigia aperta sul letto al centro della stanza. Ginevra la seguì e iniziò ad aiutarla, passandole mucchi di vestiti piegati da dentro un grande armadio.
“Non capisco” riprese la ragazza dopo un po’ “Siete abusivi?”
“Non è solo questo. E’ vero, la Compagnia ha diritti di sfruttamento per tutti i corpi celesti su cui riesce a mettere le mani. Ma il motivo per cui vogliono ucciderci è il fatto che in questo posto siamo liberi. Non dipendiamo dalla loro energia, dai loro gas, dalle loro materie prime. Sfruttiamo il calore, la radiazione naturale.”
“Ma perché vogliono uccidervi? Non possono semplicemente obbligarvi a vendere tutto, o pagare una tassa?”
 “Non si tratta di prendere quello che abbiamo: noi siamo l’alternativa al monopolio, Ginevra. Dimostriamo di poter vivere senza la Compagnia. La maggior parte degli uomini non immagina nemmeno che sia possibile sfruttare altre forme di energia.”
“Com’è possibile?”
Myra si fermò e sollevò lo sguardo verso la ragazza.
“Sei mai stata a scuola?”
Lei arrossì visibilmente e abbassò gli occhi.
“Perdonami” disse Myra rendendosi conto del proprio errore. “Ma non serve aver studiato per capire: qualunque cosa tu legga, in ogni  informazione che riesci a reperire, tutta la letteratura scientifica esclude completamente ogni riferimento a forme di energia che non siano controllate dalla Compagnia.”
 “Com’è possibile? Parlano tutti di crisi energetica, di ricerca di nuove fonti.”
“Ne parlano come di utopie, di speculazioni teoriche. I laboratori scientifici non fanno veramente ricerca da almeno sessant’anni, Ginevra: le università formano generazioni di scienziati abituati a ragionare  in cerchio, ripetere gli stessi esperimenti, approfondire le misure. Nessuno di loro è capace di pensare liberamente e rimanere fermi girando intorno alle cose è un ottimo metodo per renderle impossibili.”
La voce del marito la interruppe.
“Siamo pronti a caricare.”
“Bene” rispose lei. Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma sapevano entrambi che non avrebbe pianto.


Fino a pochi minuti prima lì davanti  c’era solo uno spiazzo vuoto.
Adesso, affacciandosi alla porta di casa tutta la visuale era occupata dallo scafo di una nave stellare; un’onda affusolata di acciaio ultraleggero, lungo più della baita davanti al quale era improvvisamente comparso. Poggiava su un gigantesco carrello, a sua volta posato su una rotaia che partiva dall’aia e proseguiva rettilinea verso il bordo della caverna.
“Abbiamo un hangar sotto la casa” spiegò brevemente Roland vedendo la faccia della ragazza “e un piano mobile su cui poggia la rotaia.”
Mike era dall’altra parte della nave. Li raggiunse fluttuando velocemente sul proprio seggiolino. Doveva essere riuscito a ricaricarlo nell’hangar.
“Da questa parte è tutto a posto. La vela è carica.”
“Molto bene, ragazzo. Vedo che la mancanza di esercizio non ti ha arrugginito troppo.”
Mike fece un sorriso triste.
“Bambini, presto, carichiamo i bagagli” fece Myra. Le sue parole furono salutate da un coro festoso di evviva, poi i ragazzini scomparvero dentro casa, facendo risuonare i loro passi di corsa su per le scale. La donna si lanciò dietro ai figli per evitare un disastro.
Ginevra era rimasta a guardare la scena, incapace di trattenere un sorriso di tenerezza. Mike le si avvicinò.
“Mi dispiace di averti coinvolta in questa cosa” le disse. Malgrado tutto, la ragazza fu felice di sentirselo dire.
“Li conosci da tanto?” chiese.
“Da sempre. Sono la cosa più vicina ad una famiglia che possiedo.”
“Devono volerti molto bene.”
 A quelle parole, Mike sembrò improvvisamente molto triste e lei capì che non avrebbe più parlato. Si voltò verso lo scafo e iniziò ad armeggiare con uno sportello.
“Meglio dare un’occhiata anche a questa parte della vela” disse “Roland è sempre stato un pasticcione.”


Dentro, la nave assomigliava ad una piccola casa. Lo spazio era stato sfruttato con intelligenza, ricavando stanzette piccole ma confortevoli per i bambini e i coniugi, oltre ad una stanza per gli ospiti. Ginevra fu solo in parte sorpresa di scoprire che non gli dispiaceva dividere il suo alloggio con Mike.
Sistemati rapidamente i bagagli, le donne e i bambini si sistemarono nella sala comune. La ragazza aiutò Myra ad allacciare le cinture ai piccoli, che scalciavano tutti eccitati sui sedili anti-accelerazione e sporcavano di ditate i piccoli oblò sulla paratia.
Fuori gli altri stavano aprendo i portelli della vela elettronica. Un lungo reticolato di fili così sottili da essere quasi invisibili. Una volta dispiegata, nello spazio esterno, quella ragnatela composta da chilometri e chilometri di cavo caricato elettricamente avrebbe interagito con le invisibili correnti magnetiche generate dal sole e dalle altre stelle, trainando la nave fino a velocità impensabili.
Un boato alle loro spalle fece trasalire Myra; afferrò subito il piccolo comunicatore che portava alla vita e gridò.
“Arrivano!”
Ma anche gli uomini avevano sentito l’esplosione: una parte della grotta era stata fatta saltare, vicino al punto da dove erano giunti Mike e Ginevra. Fra la polvere rossastra si intravedevano uomini e mezzi da guerra che irrompevano nella vallata, vomitando fuoco e morte. Prima ancora di individuare la nave, i soldati della Compagnia avevano iniziato a distruggere la vita di quel luogo, colpevole di esistere al di fuori dal loro controllo. 
Mike era già a bordo. Roland si era attardato vicino ad piccolo pannello di comando, sul fianco della casa.
“Che stai facendo?” gridò all’amico, curvo sulla plancia di comando. Con un ronzio che saliva rapidamente di tono,  i motori del carrello si attivarono. La nave fu attraversata da uno scossone, che fece urlare di gioia i bambini, poi iniziò lentamente a scorrere in avanti, trattenuta a malapena dal freno.
“Sbrigati Ron!” gridò Myra.
Le mani di Mike tremavano. I colpi di artiglieria iniziarono a martellare la spianata, sollevando alti spruzzi di terra che ricadevano sulla nave con una gragnola di tonfi cupi.
“Non ce la faremo mai” pensò Mike. Poi tutto divenne buio.

Le luci pulsavano lentamente, come stelle lontane che cercassero di esplodere. C’era un dolore lontano, come il ricordo di uno spasimo, punte di metallo trattenute, pronte a colpire di nuovo.
Si sollevò lentamente, mille spilli gli trapanavano le gambe; avrebbe scoperto solo dopo alcune ore cos’era quel dolore, quel simulacro di sofferenza che chiamavano, appropriatamente, “fantasma”.
La faccia di Roland era china sopra di lui. Era pallido, il volto rigato di lacrime.
Lo chiamò e Mike sorrise, malgrado tutto.
“Non speravo più di rivederti sorridere, ragazzo mio!”
Le parole uscivano come melassa da un barile. Riuscì a pronunciare solo un nome, e Roland si scurì.
“Mi dispiace ragazzo. La metà posteriore della Icarus è andata in pezzi.”
Il sudario di silenzio era punteggiato dei rumori dei monitor. Roland lo lacerò dicendo ciò che gli marciva dentro da tre giorni, da quando era avvenuto il disastro. Il Campionato era stato interrotto e tutti gli equipaggi aspettavano, attoniti e sgomenti, gli sviluppi di quell’inconcepibile tragedia.
“Non è stato un incidente, vero?”
Mike non riusciva a parlare, ma il suo sguardo fu sufficiente.
“Ero sicuro. Una vela elettronica non si smagnetizza, punto e basta. E’ stato un sabotaggio. Maledetti assassini della Compagnia. Te la senti di scrivere la denuncia? Altrimenti, posso prepararla io e poi…”
Di nuovo, gli occhi di Mike parlavano. Un linguaggio muto, ma esplicito, che esprimeva  puro terrore. Roland capì quello che doveva provare l’amico. Aveva visto la morte negli occhi, perso il suo compagno, tutto per mano di quella gente senza scrupoli, capace di uccidere barbaramente solo per screditare agli occhi del mondo un sistema di propulsione a costo zero.
Non avrebbe avuto il coraggio di denunciarli, così come non aveva detto niente quando aveva sorpreso due emissari della Compagnia a curiosare nel suo hangar. Anche in quel caso Roland aveva provato a convincerlo, inutilmente.
“Non vorrai lasciargliela vinta, vero?” chiese al ferito.
Nel silenzio della risposta che non venne, la voce di Roland gridò:
“Per Dio, fallo almeno per Butch!”
E finalmente Mike parlò, con la voce spezzata, sconfitta.
“Hanno già vinto, Ron.”

 Ron si allontanò dal pannello e iniziò a correre verso la nave. Schivò per miracolo le pallottole e i frammenti di mortaio, balzò agilmente sul predellino della cabina di comando e si issò dentro.
“Dai, Mike. Falla volare!” urlò mentre si allacciava la cintura.
L’altro rimase immobile. Il pulsante di sgancio del carrello era davanti a lui, irraggiungibile per Roland, bloccato dall’altra parte della plancia di comando.
“Mike, per il demonio, che ti prende?”
Si girò. Aveva gli occhi vitrei, lo sguardo vuoto. Lo fissò da una distanza infinita e disse di nuovo quella terribile frase:
“Hanno già vinto, Ron.”
I colpi secchi dei proiettili che si schiantavano sull’acciaio corazzato rimbombavano nella cabina con un’eco assordante. I bambini cominciarono a piangere. Lontanissima giunse la voce di Myra che tentava di calmarli. Era solo questione di tempo.
Roland fissò l’amico, lo guardò dritto negli occhi, due abissi di dolore.
“Non deve essere per forza così, Mike. Non devi lottare da solo, stavolta.”
Il sorriso di Roland si spalancò come un cielo stellato; non gli importava se fra un minuto sarebbero stati tutti morti, li dentro. Gli bastava che Mike capisse. Che si sentisse di nuovo come un tempo, libero da tutto quel maledetto dolore.
“Dài ragazzo. Schiaccia quel pulsante”

Dopo un lunghissimo istante, Mike sorrise di rimando.
“Agli ordini, capitano.”
Un attimo dopo i passeggeri furono schiacciati contro i sedili da una spinta possente. Mentre il carrello prendeva velocità, un’intera sezione della grotta davanti a loro iniziò a scorrere, rivelando una grossa apertura che dava sullo spazio esterno.
Con un furioso sibilo l’aria della caverna si incanalò nell’apertura che si allargava, piegando e poi sradicando gli alberi della vallata. I soldati della Compagnia si gettarono a terra, cercando disperatamente di non essere travolti dall’uragano. Un blindato iniziò a slittare, trascinato dall’enorme forza della depressione che stava devastando Eden Valley, e poi fu alzato in volo come un fuscello.
Fra urla terrorizzate e imprecazioni gli assalitori tentavano di rientrare nel varco da cui erano penetrati nella valle, con la forza della tempesta che cresceva di intensità di secondo in secondo, mentre l’apertura si allargava completamente.
Il vento spingeva anche la nave; insieme all’accelerazione del carrello forniva una parte della spinta necessaria a superare l’attrazione gravitazionale del planetoide. Schizzarono fuori dall’apertura come un proiettile, e nello stesso istante il propulsore a razzo si accese, sollevando la sagoma slanciata verso l’orbita equatoriale.
In pochi minuti la navicella si raddrizzò e iniziò ad orbitare intorno a Medusa. Dall’alto, il deserto di roccia e montagne gelate si stendeva sotto di loro come un gigantesco mosaico. La Cupola era visibile come un cerchio splendente, ai confini della zona d’ombra. Poco lontano, le installazioni industriali della Compagnia si ramificavano in un cancro di tubazioni, pannelli e torri evaporative, occupando una superficie venti volte maggiore di quella destinata alle abitazioni degli uomini.
Gli impianti erano alternati da almeno una dozzina di piccole cupole: anche da quell’altezza era ben visibile il verde della vegetazione, l’azzurro dei laghetti, il bianco chiaro delle lussuose unità abitative dei dirigenti della Compagnia.
Ginevra era sconvolta: come tutti su Medusa aveva sempre creduto che fosse impossibile occupare uno spazio maggiore, accettando quella vita soffocante fatta di pertugi, buchi stretti e umidi, grumi di stanze e costruzioni abbarbicate l’una all’altra. Inconsapevole del lusso che esisteva a poche decine di chilometri di distanza, sopportava con gli altri un livello di affollamento che l’umanità, nella sua storia millenaria, non aveva mai conosciuto prima.
Dalla plancia, Mike osservava in silenzio un altro spettacolo, ben più maestoso. Il theter della vela si stava lentamente dipanando, centinaia di chilometri di filo invisibile, che rilevava la propria presenza scintillando di piccole scariche di statica, vibrazioni di un’energia impossibile da controllare, libera e immensa.
Uno strappo deciso annunciò che la vela era entrata in tensione.
“Ci siamo!” gridò Roland dalla cabina. “Abbiamo preso la corrente. Questa ci porterà dritti verso lo spazio esterno, ragazzi.”
“Cosa?” domandò Ginevra improvvisamente allarmata. “Ma dove stiamo andando?”
“Cerchiamo di raggiungere le colonie indipendenti, al limitare dalla Fascia di Kuiper” rispose Myra, sorridendo.
“E dove si trova?”
“Oltre l’orbita di Nettuno. Se acceleriamo bene ci arriveremo in un paio di mesi”
“Abbiamo una vela da mille chilometri al secondo, ragazza!” le fece eco Roland, incapace di contenere la propria eccitazione.
Ginevra si rilassò contro il sedile, stordita dagli eventi. Non riusciva ancora a comprendere il significato di tutto ciò che stava vivendo, ma sentiva un calore nel petto, il fremito di una eccitazione nuova che accompagnava la sensazione di essere finalmente viva, artefice del proprio destino.
Sorrise, mentre fuori dall’oblo la falce illuminata di Medusa si allontanava sempre di più.
Invisibili a tutti, le maestose folate di vento siderale si libravano nei cieli neri, come il soffio di divinità maggiori rispetto agli zefiri e ai libecci, seguendo i quali molte generazioni di uomini avevano solcato i primi mari, imparando a governare la forza della natura, cavalcando le onde verso terre lontane.
Nei secoli, l’umanità non aveva mai smesso di cercare il proprio cammino verso la libertà. Anche là, dove le mura e il grigio sembravano aver avuto definitivamente la meglio, arrivava sempre il momento in cui qualcuno spiegava di nuovo le vele.