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sabato 1 giugno 2013

Vele strappate (prima parte)

Questa è la prima parte di un racconto un più lungo del solito (per gli standard del Coniglio), che prende spunto da un post de "il tredicesimo cavaliere".



L’oscurità rollava, un moto dolce e continuo che induceva al sonno e rendeva difficile concentrarsi sui comandi. La botta giunse violenta e imprevedibile, un’esplosione di vuoto che si spalancò all'istante sotto la navicella, seguita dalla sensazione di precipitare a velocità folle, lo stomaco impazzito, il terrore che gli accapponava la pelle. Poi il buio si riempì di un bagliore iridescente; sorgeva dall'orizzonte, vorticante come un mulinello di fuoco. Istintivamente serrò le palpebre, anche se sapeva che era del tutto inutile.
Puntualmente, come ogni volta, la voce concitata di Butch lacerò il silenzio assoluto di quell'abisso di morte.
“Che stai facendo, Mike? Così ci ammazziamo!”
Un grido stridulo, uno scroscio di cristalli di panico che precipitavano in frantumi.
Strinse i pungi mentre ascoltava la propria voce rispondere, a sua volta distorta da un terrore cieco:
“Il tether di destra si è smagnetizzato! La vela sta collassando.”
“Come può essere?”
Sapeva che l'istante successivo avrebbe provato a chiamare il controllo missione, per dire che stavano andando giù, ma che non ci sarebbe riuscito. Si aggrappò con le dita, aspettando il dolore, e lui giunse puntuale mentre la schiena gli si torceva, piegata dallo strappo della navetta che decelerava di venti g in una frazione di secondo. Annaspò, respirando la colla viscosa della propria saliva, agitando le braccia alla ricerca di un appiglio.

La piccola lampada da lettura sul comodino volò verso la parete e andò in frantumi. Mike si sollevò sul letto, incapace di smettere di urlare e di mulinare le mani davanti al viso, come per strapparsi di dosso gli ultimi brandelli del solito, maledetto incubo.
Come ogni volta, rimase seduto ad ansimare stringendo i denti per contrastare le fitte lancinanti che venivano da quel punto dove c’erano state le gambe, che ormai esistevano solo nella sua mente. Il tubetto delle droghe sintetiche era freddo e liscio come un frammento di cristallo. Rimase immobile finché il buio chimico gli sommerse il cervello. 


La linea d'ombra sul terreno spoglio segnava il passaggio netto fra la luce e buio. Oltre, verso le colline, il gelo iniziava a ricoprire le rocce pochi metri dopo quell'immutabile confine; le vette delle montagne, sepolte sotto tonnellate di strati di atmosfera congelata, si stagliavano come zaffiri nel cielo nero. 
Dal lato opposto, verso la vallata, le aeree guglie della Cupola scintillavano come spruzzi d'acqua bloccati in un fermo immagine. Il veicolo cingolato avanzava lentamente sul terreno accidentato, trascinando senza apparente fatica il vagoncino hovercraft agganciato alla parte posteriore.
La pista era una semplice traccia in rilievo che serpeggiava nella polvere chiara di Medusa; partiva dalla colonia e proseguiva dipanandosi verso l'interno di quel piccolo mondo roccioso dove l'umanità stava giocando la più ambiziosa delle sue partite.
Mike guidava in silenzio, concentrandosi sugli strumenti. Per quell'ultimo tratto aveva spento persino il lettore musicale: nell'ultima rivoluzione aveva rotto la trasmissione tre volte e in officina gli avevano detto chiaramente che il cattivo whisky non era più sufficiente a garantirgli altro credito.
La concentrazione non gli impediva di fischiettare. Nel tender aveva caricato almeno tre tonnellate di ammoniaca e metano, spalandoli dagli immensi cumuli di gas solidi che tutti chiamavano "la granita". Chilometri cubi di elementi rari che attendavano soltanto di essere spalati, sparsi su tutta la superficie del planetoide: una vera miniera a cielo aperto, che avrebbe dato lavoro alle mille famiglie di coloni per intere generazioni. Ma tutti quelli che avevano firmato il contratto con la Compagnia speravano nel colpo grosso:  un deposito di gas nobile, una bolla di xenon o argon, guadagnare abbastanza da passare il resto della vita nel Sistema Interno.
Il cicalino del comunicatore interruppe i suoi pensieri. La Cupola era a meno di mezzo chilometro e le guardie della Compagnia segnalavano la loro ispezione. Si rilassò contro lo schienale: stavolta tutto era andato per il verso giusto.
Togliersi la tuta gli dava sempre una sensazione strana. La Cupola ricopriva la colonia, proteggendo un ambiente terraformato di un chilometro di raggio, e sebbene fosse a tutti gli effetti indistruttibile, Mike continuava a sentirsi nudo là sotto.
L'ufficiale di guardia che gli venne incontro aveva la pelle liscia e rosa di quelli appena giunti da terra, non ancora bruciati dalle radiazioni che non si era mai riusciti a schermare del tutto. Gli chiese di mostrare i suoi documenti, lanciando una lunga occhiata ai moncherini che ondeggiavano subito sotto la linea della cintura.
"Vuoi vedere anche il pacco, mister?" domandò Mike a bruciapelo.
L'altro distolse lo sguardo e per un attimo sul viso gli si dipinse un'espressione colpevole. Poi si scosse e chiese bruscamente la sua autorizzazione.
Mike gli lanciò una lunga occhiata torva, prima di chinarsi sul cassetto porta documenti ed estrarne un mazzetto di vecchi fogli stretti da un elastico.
"Attenda qui, prego" disse il soldato prendendoli e allontanandosi dal cingolato.
Mike sbuffò e gettò un'occhiata al quadrante della pressione del tender. Appena fuori dalla zona d'ombra, la temperatura era salita di colpo di un paio di centinaia di gradi e la poltiglia di gas solido aveva iniziato a sublimare. Se non l'avesse scaricato nel giro di poche ore, la pressione di vapore avrebbe spezzato il serbatoio come un frutto troppo maturo.
 L'ufficiale tornò dopo pochi minuti. Alle sue spalle camminava un uomo più anziano, vestito con un elegante completo blu e una cravatta turchese.
"Ci sono problemi?" domandò Mike rivolgendosi all'uomo elegante.
"E' suo questo mezzo?" replicò quello.
"Non ha visto i documenti?"
"Le domande le faccio io, signore."
"E allora non faccia domande idiote. La proprietà del mezzo è chiaramente indicata nei documenti."
L'uomo in giacca e cravatta fissò negli occhi Mike con uno sguardo freddo e duro, ma lui non abbassò gli occhi.
"Questo mezzo risulta rubato."
"Che cosa?"
"Il proprietario ne ha denunciato la scomparsa."
"L'ho comparto alla fiera di Moses cinque anni fa. Ho il certificato di acquisto insieme ai documenti di proprietà."
Appena ebbe pronunciata la frase, notò un guizzo nello sguardo del soldato. Durò solo un attimo, ma fu sufficiente perché lui lo notasse: aveva passato troppo tempo a giocare a Poker per non accorgersi delle sfumature. Un brivido gli percorse la schiena mentre realizzava che aveva consegnato a quel pivello le uniche copie dei suoi documenti.
"Esamineremo le sue carte al comando. Fino ad allora il suo mezzo e sequestrato e lei è in arresto."
Guardò il soldato: non riusciva a tener ferme le mani e gli angoli della bocca gli tremavano leggermente. Lentamente sganciò la cintura di sicurezza, cercando di mantenersi calmo: stavano cercando di incastrarlo, ma non l'avevano ancora preso.
*             *             *

Ginevra non faceva più caso alla gente che la sfotteva per il nome. Ci sono cose peggiori da affrontare, per un’orfana dello spazio adottata da una Compagnia mineraria.
Dopo l’incidente sul cargo metalli pesanti, quando i suoi erano morti avvelenati per salvare un carico di un miliardo di crediti, la Compagnia era stata condannata a pagare un vitalizio per il suo mantenimento, o ad occuparsi direttamente di lei. Avevano scelto la strada meno costosa e da allora la sua vita era trascorsa sugli asteroidi.
Le famiglie di Coloni erano felici di occuparsi degli orfani, in cambio degli incentivi, e la Compagnia non faceva troppe domande ai colloqui di affidamento. Ginevra comunque era stata fortunata; anche se non aveva potuto studiare, non poteva lamentarsi della propria vita. A vent’anni aveva trovato un buon lavoro manuale su Medusa e viveva da sola in modulo abitativo piccolo ma dignitoso.
“Perché non Houston, o Beirut?” domandò di nuovo il più ubriaco dei due operai, facendo sganasciare l’altro.
La ragazza sorrise, contando mentalmente le fermate che mancavano fino alla fabbrica. Purtroppo la monorotaia aveva un solo vagone.
“Perché altrimenti nessun idiota potrebbe farmi questa domanda.” Rispose con il più affabile dei modi.
L’uomo la guardò con l’aria perplessa per un secondo, mentre lei continuava a sorridergli, poi scoppiò in un’altra fragorosa risata, cui fece subito eco il compagno.
Lei si concentrò sul paesaggio. Stavano entrando sotto la Cupola: in quel punto la rotaia passava in mezzo ad un grumo di costruzioni affollate e sporche, quartieri dormitorio spuntati come escrescenze biancastre, un cancro di cemento solcato dalle vie di terra e dai cavi energetici. La fabbrica sorgeva al centro del quartiere, al quinto livello sotterraneo.
Il treno rallentò e la ragazza si alzò per avvicinarsi alla porta. Sapeva che ci avrebbero provato quindi fu lesta a respingere le manacce dell’operaio. Questi biascicò qualcosa sul vedersi più tardi, poi cadde di colpo addormentato sul pavimento del vagone.
Le risate del suo compagno si sentivano ancora quando lei scese dal vagone.
La stazione della monorotaia era poco più di un garage sotterraneo, dall’aspetto claustrofobico. Dal lato opposto ai binari iniziava una stretta scala in salita che conduceva in superficie. Era umida e male illuminata.
Ginevra iniziò a percorrerla di buon passo, dominando l’inquietudine che le dava quel luogo. Era circa a metà della salita quando si sentì afferrare alle spalle e serrare una mano davanti alla bocca. Qualcosa di freddo e rigido le spingeva con forza contro il fianco.
Prima che potesse reagire, la voce di un uomo sussurrò al suo orecchio le ultime parole che si sarebbe aspettata di sentire:
“Ti prego non gridare. Ho bisogno d’aiuto.”
“E’ per questo che mi punti un fulminatore alla schiena?” rispose lei con la voce dura.
“Quello è solo una precauzione. Non ho intenzione di farti del male. Per favore, voltati”.
Malgrado tutto Ginevra era sorpresa dai modi dello sconosciuto assalitore: lo stupore aumentò quando, voltandosi, la giovane vide che il suo assalitore era sospeso a mezz’aria, seduto su un cuscino magnetico dal quale penzolava ciò che gli restava delle gambe.
Lui indovinò la direzione del suo sguardo e le piantò in viso due occhi duri.
“Sono rimasto senza energia. Devi portarmi tu.”
Lei fissò l’arma che l’uomo stringeva con noncuranza fra le mani, poi di nuovo  i suoi occhi.”
“Su per le scale?” domandò.
“No.” Con la canna indicò il buco nero dove spariva la rotaia del treno. “Da quella parte.”
“Sei pazzo? Se vuoi suicidarti dovrai farlo da solo, amico.”
“Non sono tuo amico e nemmeno pazzo, ragazza. Non passeranno altri treni per un bel pezzo.”
“Come fai a dirlo?”
Un altro movimento dell’arma indicò un punto sulla parete, vicino alle spalle dell’uomo. Un quadro di comando era aperto e al suo interno si intravedeva una massa di cavi, bruciati e contorti.
“Ho sabotato la rotaia poco dopo il passaggio del tuo treno”. Lo sconosciuto frugò nella sacca che teneva agganciata allo schienale del cuscino. Ne trasse un cavo, se ne legò una estremità alla cintura e gettò l’altro capo alla ragazza.
“Ci metteranno parecchio a trovare il guasto. Ora prendi il cavo e legatelo in vita; dovrai tirarmi.”
“Come un somaro?” Mike ammirò il fatto che lei riuscisse a fare del sarcasmo in quella situazione, ma non lo diede a vedere.
“Pensala come ti pare. Ma voglio averti sotto tiro.”
Lei non rispose e fece come le era stato detto, poi si avviò verso la banchina. Con un leggero strattone il sedile levitante si mise in modo, venendole dietro docilmente.
Ginevra scese cautamente il gradino e poggiò il piede sul fondo levigato dello scavo dove correva la rotaia.
Guardò di nuovo il suo sequestratore, che le restituì un’occhiata gelida e un brusco cenno affermativo del capo. La ragazza si voltò e iniziò ad inoltrarsi nel buio.

Ancora una volta l’oscurità ondeggiava, come nei suoi incubi; l’incedere dei passi stanchi e incerti della ragazza si trasmetteva al sedile con un susseguirsi di strattoni intermittenti che generava un lento dondolio. Mike si rilassò, la schiena poggiata al sedile, scrutando l’oscurità di fronte a sé, debolmente rischiarata dalle luci di servizio della galleria. La sagoma sottile della ragazza ondeggiava come l’albero di un antico veliero.
Scacciò il pensiero che inevitabilmente era scaturito da quel paragone, ma i ricordi riaffioravano alla superficie della coscienza, ribollendo nelle profondità della sua mente stanca, incapace di tenerli a bada.
Lo scafo sottile e affusolato della “Icarus” brillava nella radiazione azzurra di quella stella lontana, intensa e vibrante, come l’atmosfera di quei giorni elettrizzanti. Lui e Butch che camminavano insieme nella spianata del velodromo, circondati da un’aura di eccitazione, pura energia, circondati da leggende viventi; navi, equipaggi, imprese di cui avevano sentito parlare fin da ragazzi e con cui ora dividevano lo spazio della piccola stazione spaziale in orbita intorno al più emozionante campo di volo di quel pezzo di galassia.
I giorni in cui tutto era possibile e in cui invece, in un giorno qualunque, tutto era finito per sempre. Senza che lui si opponesse, subendo il precipitare degli eventi fino all’inevitabile. Fino all’incidente in cui Butch si era polverizzato in un istante, assieme alla metà posteriore della “Icarus”. 
Il rimorso gli stritolò lo stomaco, scuotendolo dal torpore in cui era caduto: la ragazza si era fermata e il sedile, derivando, gli era finito quasi addosso alla schiena.
“Che stai facendo?” domandò bruscamente, spianando la canna dell’arma. “Chi ti ha detto di fermarti?”
“C’è qualcosa davanti a noi. Vedo delle luci.”
Mike infilò gli occhi nel buio. Un vago barlume rischiarava la parte destra della galleria; era un bagliore diverso da quello dell’illuminazione di servizio, un chiarore soffuso che sembrava filtrare fra le pietre umide del tunnel.
I due si avvicinarono al punto da cui sembrava provenire la luce; da vicino, sembrava filtrare direttamente dalla parete, come se ci fosse uno spiraglio socchiuso al di là del grigio rivestimento.
“Sì, deve essere questo il posto” fece Mike alla ragazza. “Avvicina la mano al punto da cui filtra la luce.”
Lei obbedì controvoglia e sotto la minaccia dell’arma tese una mano tremante verso il muro. Appena le sue dita ebbero attraversato il raggio di luce che filtrava, si udì uno scatto secco, poi il rumore di un carrello che scorreva.
La ragazza balzò indietro con un gridolino, mentre un’intera sezione della galleria scivolava di lato, rivelando l’imboccatura di un altro tunnel perpendicolare a quello dove si trovavano.
Nello stesso momento, l’oscurità alle loro spalle esplose in un inferno assordante di esplosioni e fuoco. Raggi mortali, proiettili e frammenti di calcinacci volavano tutto intorno.
“Corri dentro, presto!” urlò Mike, rannicchiandosi contro il proprio schienale. L’esortazione era inutile perché la ragazza era già balzata in avanti, trascinandosi il cavo legato alla cintura. Il seggiolino la seguì con un brusco sobbalzo e si infilò nella galleria sbandando pericolosamente.
Lottando per non perdere l’equilibrio, Mike allungò una mano verso il soffitto, cercando disperatamente di aggrappare il filo rosso che penzolava sopra la propria testa.
Soltanto per un soffio le sue dita riuscirono a stringersi intorno alla cordicella, facendo scattare il meccanismo di emergenza. Un istante dopo il loro passaggio il tetto della galleria crollò, seppellendo l’accesso al tunnel.

*             *             *

Come quasi tutti gli esseri umani, disseminati in quell’angolo di universo, Ginevra era convinta che alberi e fiori ormai esistessero soltanto nelle aree protette sulla vecchia terra, o al di là delle  teche infrangibili, nei palazzi dei potenti.
Mai si sarebbe aspettata di trovare un angolo di foresta, verde e rigogliosa, all’interno di una cavità artificiale scavata nel cuore di un oscuro planetoide. La caverna era sbalorditiva: aveva una forma semisferica, con il soffitto a cupola, e si estendeva per diverse centinaia di metri. Una sorgente d’acqua filtrava dal centro della volta. Precipitava con un’allegra cascata e si raccoglieva in un laghetto, da cui defluiva seguendo la lieve pendenza del suolo e formando un allegro ruscello.
Nel breve spazio della semisfera c’erano anche alcune costruzioni basse e graziose, filari ordinati di viti e  appezzamenti coltivati con cura, delimitati da steccati di legno chiaro.
Nonostante quel piccolo mondo si trovasse all’interno di Medusa, era illuminato a giorno da una la luce calda e dorata, un eterno pomeriggio di primavera.
Erano sbucati dalla galleria, che si affacciava sul bordo esterno della caverna. Incurante degli sguardi sbalorditi della giovane, Mike le intimò di incamminarsi per un viottolo di terra battuta che attraversava tutto quel luogo puntando verso le costruzioni all’estremità opposta.
Mentre camminava, Ginevra notò che la luce dorata proveniva da una serie di venature splendenti nella roccia della caverna. Sembrava una sorta di radiazione naturale e la ragazza si chiese se fosse dannosa.
 “Sono minerali termoluminescenti” spiegò l’uomo intuendo i pensieri di lei “emettono luce se riscaldati. L’interno di Medusa ha una intensa attività geotermica. Qui dentro tutto dipende dal calore.”
“Cos’è questo posto?” azzardò.
“Lo scoprirai presto. Per ora è meglio che tu non faccia domande”.
Lei si rassegnò e continuò a camminare in silenzio, godendosi l’incredibile spettacolo. Quasi subito notò il leggero veicolo di terra che gli stava venendo incontro. Silenzioso e veloce, li raggiunse in pochi minuti, fermandosi a lato del sentiero.
Ne discese una donna di mezz’età, alta e magra. Indossava una tunica da lavoro e aveva un viso che Ginevra trovò contemporaneamente dolce e severo. Sorrise alla ragazza, poi guardò Mike, che teneva ancora in mano la sua arma, e l’espressione cambiò:
“Solo un villano come te può trattare una donna in questo modo. Adesso mi è chiaro perché non troverai mai moglie.”
“Sei tu l’unica che riuscirebbe a sopportarmi, Myra. E sei già sposata. Quindi che senso avrebbe corteggiare le ragazze?”
La donna sorrise e si rivolse a Ginevra.
“E’ sempre stato un idiota, ma in fondo è un brav’uomo.” Si voltò di nuovo verso di lui e gli intimò di mettere via il fulminatore.
“La fanciulla è nostra ospite adesso. Puoi scioglierti quella corda, tesoro. A proposito, come ti chiami?”
Sempre chiacchierando affabilmente, la donna li fece salire sul veicolo e ripartì, raggiungendo in breve la piccola casa che avevano visto da lontano.
Era una costruzione di legno, a due piani, con il tetto a spiovente. Assomigliava alle baite delle antiche favole ed era stata realizzata nello stesso modo.
Sul cortile razzolavano alcuni animali, inseguiti allegramente da un gruppetto di tre bambini. Sulla soglia, un uomo dall’aspetto robusto attendeva in piedi, fumando una pipa.
Si avvicinò, abbracciò Myra e si rivolse ai nuovi venuti.
“Benvenuti nella mia casa. Mike, è sempre una gioia vederti, anche quando mi demolisci un tunnel di sicurezza.”
Si girò verso Ginevra, tendendole una mano forte e calda. “Mi chiamo Roland. Questi tre molestatori di polli sono i nostri bambini. Sei la benvenuta nella mia proprietà.”
“Sono Ginevra. La… la ringrazio. In realtà io…” si bloccò, non sapendo bene come proseguire.
“In realtà quel troglodita l’ha portata qui minacciandola con un fulminatore, legandola come un somaro e facendosi tirare!”
“Mi hanno trovato.” intervenne finalmente l’uomo. Era sceso dalla macchina e si era seduto di nuovo nel proprio sedile, ondeggiando a mezz’aria.
Roland lo guardò duramente “E tu li hai portati qui.”
“Non avevo scelta, Ron.”
“Lo so. Non preoccuparti Mike. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento.”
“Mi dispiace.”
“Ti ho detto di non preoccuparti. Ce l’aspettavamo e siamo preparati.”
“Bene. Non c’è molto tempo, ora che hanno scoperto la galleria.”
“Lo so. Stanno scavando. Non ci metteranno più di un giorno.”
Myra non riuscì a trattenere un singhiozzo. Guardò il marito.
“Questa è la fine di Eden Valley.”
“Temo di sì” ammise lui. Poi fissò l’amico e gli occhi si animarono di una luce intensa. “Ma si tratta anche di un nuovo inizio. Myra, va a preparare i ragazzi e le provviste d’emergenza. Fatti aiutare dalla ragazza. Ginevra, giusto? Datti da fare anche tu. Mike, tu vieni con me.”
“Agli ordini, Capitano” rispose lui con tono allegro.
Ronald si girò, battendogli una pacca sulla spalle: “Ho bisogno di uno skipper che sappia il fatto suo.”

Continua...