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lunedì 1 luglio 2013

Nel profondo dei cieli

Ero certo di conoscere già la Porta del Cielo, quando ci arrivai; la sua esistenza faceva parte del mio bagaglio culturale, come la Grande Piramide di Giza, o le cascate di metano liquido su Europa.
Fin dal mio primo passo in quel mondo seppi che mi ero illuso. Il mio arrivo coincise in maniera straordinariamente precisa al sorgere del giorno. Si tratta di un evento talmente improbabile da non essere stato nemmeno considerato nel mio periodo di preparazione; la cosa turbò alquanto la mia anima per un tempo considerevole, prima di capire che non esisteva alcun modo di prepararsi al Suo volere.  
In un attimo il buio che avvolgeva il paesaggio fu squarciato dall'abbacinante fiamma di un sole trasfigurato, di indescrivibile potenza. Il cielo ribolliva sotto il soffio rabbioso del vento solare, fondendo il terreno come un ghiacciolo gettato in una padella d’olio bollente. Uscendo dal trasporto, mentre la violenza di quel fenomeno schiantava a terra me e la mia tuta corazzata, ho pensato che quello era lo sguardo di Dio.

Cinquantatrè secondi dopo scese, misericordioso, un crepuscolo livido e cupo. Subito pensai che il Sole mi avesse accecato, tuttavia anche il calore che mi aveva invaso si andava dissolvendo e la pressione del vento furioso era cessata. I meccanismi della tuta mi rimisero in piedi, impedendo alle mie gambe incerte di lasciarmi cadere nuovamente.
Nella penombra sentii le dita sinistre di un gelo sconosciuto frugare il mio corpo, penetrando rapidamente sotto gli impenetrabili strati protettivi che indossavo. Mi guardai intorno per la prima volta, frugando l'oscurità crescente. Sulla Porta, di notte il breve orizzonte era una linea sfumata, arcuata e incombente, un solco nero nel fioco chiarore brunastro che dominava in quel luogo. Lo vidi punteggiato di spettrali bagliori, tremuli e verdastri, che pensai essere il frutto della mia mente allucinata.
Erano invece i miei fratelli, che non conoscevo ancora, i quali venivano a prendermi rischiarando il cammino con le loro torce. Sei figure si fermarono a pochi passi da me, formando un semicerchio di spettri. Stavano al mio cospetto, immobili nella lunga notte; solo i mantelli tradizionali dell'Ordine ondeggiavano lentamente sopra le tute pressurizzate, mossi da quel simulacro di atmosfera che si ostinava a circondare la Porta.
Uno di loro avanzò. Nella mano libera dalla torcia stringeva un medaglione istoriato, che pendeva da una lunga catena. Me lo porse, affinché compissi il gesto che tutti aspettavano.  Lentamente, avvicinai il viso a quel simbolo sacro e mi chinai, toccando il metallo con il vetro della visiera. Udii, io solo, il rumore del contatto, trasmesso dall'aria all'interno del mio casco. Nelle mie orecchie rimbombò a lungo, come il tonfo di un immane cancello che si chiudeva alle spalle.