Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

mercoledì 24 luglio 2013

Scritte sulle onde

C'era stata burrasca, con la risacca che flagellava la spiaggia per tutta la notte; poi il vento di terra, soffiando deciso, aveva imposto una docile calma. Rami e tronchi bianchissimi, spellati dal mare, giacevano sul bagnasciuga là dove la tempesta li aveva rovesciati. Luccicavano nella luce cupa di quell’alba uggiosa, immobili come le colonne spezzate di antiche rovine.

L’uomo con la giacca scura stava in piedi vicino ad uno dei relitti più imponenti, che emergeva inclinato dalla sabbia come una torre pendente.
Teneva lo sguardo fisso verso l’orizzonte e il vento alle spalle gli gonfiava le vesti, facendone volteggiare i lembi con rapidi, violenti schiocchi. Respirava l’immensità di quell’aria di confine, fra terra e oceano, assaporando sulle labbra il gusto salmastro degli spruzzi.

Stava immobile, con le scarpe sprofondate nella sabbia. Guardava l’azzurro sfumare fino a perdersi all’infinito e aspettava. Lo stava facendo da tempo.

La traccia di piccole orme si snodava serpeggiando sul bagnasciuga, interrotta per ampi tratti dove la risacca, accarezzando la riva, ne aveva levigato l’impronta e cancellato il ricordo.
La ragazza camminava leggera, il viso rivolto al chiarore crescente che, dietro la coltre uniforme di nuvole basse, preannunciava un sole velato. Il mare scuro si dondolava con riflessi lucidi, ondate di velluto blu sconfinavano sui suoi piedi eleganti, marmorei per quelle carezze gelide.

Un vestito leggero drappeggiava sulla figura sottile, assecondando i movimenti agili del corpo sinuoso e le improvvise folate di un vento bizzarro. Emanava forza e grazia in un equilibrio incantevole di armoniosa bellezza.
Camminava veloce e aveva già percorso molta strada.



Il villaggio non era sempre stato così.
Fino a pochi anni prima le casupole di legno avevano facciate dipinte a colori vivaci, giardini curati custoditi da graziose recinzioni, verniciate con cura.
Fra le case, sulle pendici della collinetta a ridosso del mare, si srotolavano al sole i viottoli lastricati di ardesia, ombreggiati dagli oleandri. Sul terrazzino in cima al colle le antiche mura del castello si scaldavano al sole, chiudendo come una conchiglia quel piccolo spazio. La brezza vi giungeva impregnata di aromi pungenti, di mirto e di piccoli frutti maturi.

Fin da bambina amava restare a lungo su un vecchio sedile in pietra, le braccia posate in grembo; chiudendo gli occhi i profumi e le voci del borgo le giungevano a tratti, tracce di vita portate dal vento. Un mondo invisibile che si esplorava chiudendo gli occhi, seguendo l’aroma del pane sfornato, lasciandosi cullare ora dal chiacchiericcio delle donne per le vie, ora dal tintinnare operoso degli artigiani.
E prima dell’alba, l’odore pungente di mare e di pesce si mescolava ai richiami lamentosi dei pescatori che prendevano il largo, inondando l’anima di una struggente nostalgia, come se già da allora vi fosse in quei suoni il ricordo di un mondo perduto.

Era arrivata dalla parte della spiaggia, seguendo un sentierino ripido al termine della lunga passeggiata sulla riva, mentre il sole saliva lentamente nel cielo trascinandosi dietro un sudario di nuvole.
Osservava in silenzio le case diroccate con le assi di legno spezzate, le facciate scrostate dai colori smorti; vedeva, senza guardarli, i giardini incolti invasi dalle erbacce, pieni delle pietre cadute dai muriccioli che un tempo li contornavano.

Sulla sommità del borgo le mura in rovina avevano riempito di detriti l’angusta piazzetta, seppellendo lo spazio che aveva amato, soffocando voci e profumi in un silenzioso sepolcro.
Solo il mare non era cambiato; sconfinato ed immemore, continuava il suo eterno divenire, ed onda dopo onda scandiva un tempo indefinito con i suoi  battiti senza numero.
Sulle rive biancheggiavano i sassi e i tronchi. Giacevano scomposti, come le ossa spolpate dal tempo di qualcosa che era morto in silenzio.
Solo quella figura, scura e silenziosa, sembrava animare la scena che si stendeva sotto di lei.

Anche rimanendo immobile l’uomo che la stava aspettando le trasmetteva un richiamo imperioso a cui non poteva sottrarsi.
Si scosse e si avviò verso la baia. Sapeva di essere in ritardo, non aveva una scusa e non le importava.

Lui non si era spostato; appena l’aveva vista arrivare si era girato con il capo, tenendo fissi sul suo corpo quegli occhi vacui. Il suo sguardo viscido lei se lo sentiva addosso, come una mano sudata e repellente. Lo avvertiva strisciare, seguire le pieghe del suo vestito come dita sudate, invadenti e calde.

Si fermò e lui le sorrise, prima di parlare con tono petulante, facendole notare il ritardo. Lei non rispose, non si scusò, inespressiva come una statua di pietra.
Lui allungò una mano verso il basso, raccolse una cartellina di cuoio, che si sollevò lasciando cadere una piccola pioggia di granelli di sabbia.
Frugò fino a trovare i fogli che cercava e li inclinò verso di lei. Le pagine bianche riempite di righe fitte sbattevano al vento, uno stormo di uccelli prigionieri, legati per le zampe.

Lei li prese, fece scivolare lo sguardo su quell’oceano nero di parole senza senso, come scritte sulle onde; le sembrò l'epitaffio incomprensibile del suo piccolo mondo. Prese anche la penna elegante, pesante e barocca stilografica che la mano grassoccia dell’uomo le porgeva.
Firmò le carte con un gesto secco. La sigla era semplice, aveva qualcosa di nobile, che forse lui notò, ma senza dire niente.
Sorrise ancora, compiaciuto, piegò con cura i fogli ribelli e li chiuse nella cartellina. Si udì lo scatto ovattato della serratura.
Tese una mano, che lei non strinse, pronunciando poche parole di circostanza, che rimasero inascoltate.

Lei aveva fatto la scelta giusta; vendendo la collina aveva messo al sicuro il proprio avvenire, assicurando nel contempo a quel luogo che amava la valorizzazione che meritava.

Il mare fluiva lento, lambiva la baia, circondava il borgo che era stato della sua famiglia. L'aveva sempre fatto; le onde avevano cullato quel luogo come un bambino addormentato, inconsapevole del proprio passato, indifferente all’incomprensibile futuro.

Si rese conto di essere di nuovo sola.

Camminando leggera strinse fra le mani il vestito leggero e se lo tirò sopra la testa. Il vento la spogliò dolcemente, carezzandole la pelle, sollevando intorno a lei spruzzi gioiosi, finché il mare l'accolse.