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martedì 6 agosto 2013

In quella pallida estate

Noi non ricordiamo molto, di quella pallida estate; i nostri ricordi sono indistinti; bolle di sapone, come sogni dentro ad un altro sogno, che brillano alla luna e svaniscono quando la luce si fa più intensa.
Ma c'è stato un singolo tempo in cui i pensieri erano più limpidi, anche se tenui come il riflesso delle stelle su un lago.
E' nitida l'immagine della collina; sulla sommità c'era un piccolo spazio erboso, chiuso da quattro vecchie mura e da un boschetto di querce, a cui salivamo dai campi come la bruma, nell'ora del tramonto; giungevamo in cima insieme alle prime lucciole, fiammelle timide ed eteree che ai nostri occhi splendevamo come mille soli. A volte, quando il buio era soave e i campi si impregnavano di dolcissima nostalgia, restavamo là anche oltre la notte.

Sfidando i primi raggi del mattino, cercavamo di stringerci agli altri, seduti sulle zolle umide che si preparavano a scaldarsi nel sole. Crollavamo dal sonno, ma ci piaceva resistere fino all'ultimo istante, un attimo prima che il tempo proibito ci sorprendesse.
Rischiavamo, ma eravamo giovani e persino in noi era rimasto qualcosa di simile ad un avvizzito e insoddisfatto desiderio. Se avessimo potuto, avremmo respirato l'odore della rugiada.
Non eravamo in molti ad averlo visto, ma lui si era fatto notare. Crediamo che fosse per il suo atteggiamento insolito, nel quale si percepiva chiaramente qualcosa di sbagliato, una vaga familiarità che ciascuno di noi gli riconosceva, pur percependo chiaramente la distanza che ci separava.
Noi urlavamo di rabbia e disperazione, alzavamo al cielo nero lugubri lamenti senza risposta, scagliando allo stesso tempo maledizioni e suppliche contro quella notte che era il nostro rifugio e la nostra condanna.
Ci guardava restando in disparte; a volte piangeva, altre sembrava del tutto indifferente a ciò che facevamo. Cosa cercasse, vicino a noi, non lo capivamo; tuttavia dividevamo volentieri con lui la stessa notte, che era grande a sufficienza per chiunque desiderasse sprofondare nel suo oblio.
Veniva spesso e restava a lungo. L'alba, che non potevamo attendere, lo trovava quasi sempre accucciato al limitare del bosco, vinto dal sonno. Restavamo a spiarlo dal chiuso dei nostri ripari, in qualche modo consapevoli dell'importanza dalla sua presenza.

La figura scarna scintillava nella luce dell'aurora e noi coglievamo, sebbene a fatica, ogni dettaglio del volto magro e scavato.
V'era un momento in cui il suo sguardo pareva animarsi della scintilla di una lontana beatitudine, una forza interiore sembrava accenderglisi nel petto, ma si capiva che non avrebbe potuto ardere da sola, senza l'innesco di quei primi vagiti di luce del giorno neonato.
Vedevamo che per lui quel minuscolo bene, come un seme di luce, era possibile trovarlo soltanto nel grembo della notte, dentro la polpa di un frutto oscuro e amaro da gustare.
Distoglievamo ben presto lo sguardo, perché il chiarore era insopportabile.

Noi ricordiamo poco. I nostri pensieri si sciolgono nella luce e, nel buio, rimangono oscuri. Il giorno è chiarissimo dolore, la notte dolcissima stempera ogni memoria e ci conforta con la sua vaga tristezza.
Ma alcune cose restano, fissate come la trama di una ragnatela su cui splendono gemme argentate e gocce di pioggia inzuppate di luna.
Avvenne quell'estate, sotto un pallido cielo, che un'improvvisa bruma assai densa ci avvolgesse subito prima dell'alba.
In quel tempo sospeso, lontano dall'incedere del sole, noi lo vedemmo. Varcò il cancello, entrò nel nostro confine e si chinò su di noi. Lo vedemmo restare, lo sentimmo carezzarci l'anima con le sue roventi lacrime e una morbida rosa, posata con cura sulla terra fresca. 

Allora nuovamente divampò nel petto una gelida fiamma, guizzanti le lingue del passato dolore lambirono violente il nostro eterno presente, donandoci il tormento di un unico, vero e inestinguibile ricordo.
E mentre lui scende dalla collina, per dirigere i propri passi verso le terre viventi, noi gli diciamo ancora addio, ripetendogli in eterno le parole con cui l'amammo, marito e padre, al di là di un passato infinito.