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sabato 17 agosto 2013

Neve sull'argine grande

Per il terzo #carnevaledellaletteratura, deliziosamente ospitato da Maria Cuccaro sul suo Skipblog, il Coniglio propone un racconto, ispirato ad un dipinto di Matteo Pedrali (autoritratto con paesaggio).

Oggi il fiume sembra specchiarsi nel cielo.
L'aria fredda e umida è uno sfondo grigio, dai toni morbidi, disegnato con pennellate frettolose; vi galleggiano densi gli ammassi di nuvole come grumi di bianco sporco e mal steso. Il cielo mi sembra una tavolozza di acquarelli troppo liquidi, che colano sui campi, impregnano le case e infine sgocciolano, lenti, nel grande fiume.
Seduto sulle antiche sponde lascio la corrente scorrere dentro ai miei occhi chiari, che dell'acqua hanno preso la fredda luce.

Ho camminato a lungo prima di quest'alba livida, sedendomi al soglio del giorno che reca la promessa sicura della prima neve.
In questo cantuccio del borgo, che i pioppi silenziosi da secoli sottraggono agli sguardi dei forestieri e alle bizze del vento, noi due amavamo camminare a lungo, mano nella mano, nelle notti di primavera. Eravamo anime lievi che aleggiano nella bruma, pronte a svanire al dardeggiar del sole; le parole più dolci le sussurravamo prima dell'aurora, nel timore di vederle scintillare ai suoi raggi come cristalli preziosi, per poi sciogliersi al troppo violento chiarore diurno.
Allora, quando germogli d'erba fresca e teneri virgulti punteggiavano le rive con macchie di vivido colore, noi ci ritiravamo in silenzio, salutandoci con sguardi loquaci.
Il grande fiume ha accolto i sussurri, i sospiri affrettati, i timorosi gemiti del nostro amore gentile, che sbocciava di notte spandendo profumi di sogno, rilucendo di colori notturni che soltanto la mano sapiente di un grande artista potrebbe riprodurre coi più rari acquerelli.
Di quel fiore indaco, che schiusosi alla luna fredda serrava i suoi petali al primo occhieggiar del giorno, è rimasto soltanto ciò che ora stringo fra le mani.

Tutto il resto giace nel fiume.
Il suo eterno fluire trascina ogni cosa; la vita nasce alla sua sorgente, stillando copiosa preziose gocce di infinito. Confluiscono in rivoli giocosi, scorrono a valle ruscelli di infantili zampilli e poi si addensano in un vivace torrente, straripante di promesse, negli anni tumultuosi della giovinezza. Ma lentamente si allargano le sponde fra cui trascorrono i giorni, relegando su di una opposta, inaccessibile riva le suadenti promesse sussurrate all'orecchio, in dolcissime notti, dal vento caldo d'estate.

Fu alla fine dell'estate che mi scrivesti il tuo addio.
Quella carta, a lungo piegata, oggi riluce fra le mia dita stanche, che a mala pena la stringono; sono incerte se desiderare di trattenerla o, incautamente, allentare la presa, lasciando che il vento bizzarro del nord la sollevi, l'afferri e, involandola, ne porti con sé anche il mesto ricordo.
Nell'altra mano mi preme sui polpastrelli quel piccolo pegno con cui volevi medicare il cuore che avevi trafitto. Un dischetto di ossidiana, nero come la notte che, avvolgendoci, proteggeva i nostri proibiti amplessi, donandoci con l'oscurità uno scuro sipario, al riparo del quale fingerci eterni.
Invece passavano in fretta le notti più dolci, cui seguivano giorni scialbi, inondati di luce cristallina che svelava impietosa la mediocre ipocrisia del mondo degli uomini.

L'autunno in pianura giunge sempre improvviso; ogni volta, sgomento, poso lo sguardo incredulo sulle prime foglie ingiallite. Nel fiume, largo specchio maestoso increspato dal vento, galleggiano lungamente i ricordi. Finché, inabissandosi nel suo ventre grigio, si spengono i violenti fuochi delle più accese passioni, si scolorano le immagini vivide di luminosi affetti, ammutoliscono ingrigendo i toni sgargianti che impreziosivano i volti più cari.
D'autunno ti piansi, con lacrime fredde che si asciugavano al vento. Stormivano i pioppi e le foglie, marezzate di freddi aranci e cupi toni porpora, volteggiando si mescolavano alle stille che le folate mi strappavano dagli occhi.
Rileggevo quell'addio, vergato in fretta, col quale hai scelto la vita del giorno, il lecito abbraccio di un marito che non amavi, cieco al tuo cuore, indifferente al soffio caldo della tua passione.

Lo leggo ancora un'ultima volta, qui seduto sull'argine grande.
Dei pioppi frondosi son rimaste le sagome spoglie. Cadrà la neve oggi, scenderà a coprire ogni cosa di un bianco violento, silenzioso tiranno degli altri colori; si posa sulle cose e sulle anime, entrambe le nasconde.

Giunge infine l'inverno e l'amore, mutata in cinerea tristezza la propria vampa incandescente, anche quell'amore pensato eterno è trascinato insieme al resto nel gorgo dei giorni. Per ultimo insieme a lui, sconfitto e stanco, scendo a dormire in basso, sul fondo del fiume, dove tutto si copre di polverosa fanghiglia.


 Matteo Pedrali: «Autoritratto con paesaggio» (1938)

 Nota: la storia narrata non ha alcuna attinenza, né prende in alcun modo spunto, dalla vita dell'autore del dipinto, trattandosi di una libera interpretazione del quadro frutto di pura fantasia.