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domenica 25 agosto 2013

Notti d'inverno

Michele guidava con attenzione spasmodica lungo la strada stretta e insidiosa. Per diversi chilometri, mentre saliva verso il valico con secchi tornanti, il nastro d’asfalto si restringeva paurosamente, seguendo una traccia tortuosa fra enormi macigni.  

La luna occhieggiava a tratti fra la trama degli alberi, illuminando i rami spogliati dal precoce inverno, che si piegavano alle dure sferzate del vento. Le folate afferravano la vettura imprevedibili, e la spingevano verso il ciglio del baratro. 

Se non fosse stato in fuga, Michele avrebbe viaggiato a ben altra andatura su quella strada, in una notte del genere. Sullo specchietto retrovisore occhieggiava minacciosa, comparendo puntuale ogni volta che il tragitto si faceva rettilineo, la luce azzurrognola dei fari inseguitori.
Lui si sforzava di non guardarla, di concentrarsi sulla guida.
Le gomme stridevano sull’asfalto umido mentre affrontava le curve a denti serrati, costringendosi a non toccasse il freno, irrigidendo i muscoli della gamba perché non allentasse la pressione sul gas. 

La sagoma balzò dal bosco senza il minimo preavviso. Il cerchio dei fari illuminò la mole tozza del tronco e le setole ispide, poi la luce venne catturata dagli occhi gialli, dilatati, immensi, pazzi di terrore. Ci fu la botta tremenda, un rumore sordo che si stagliò sorprendentemente nitido sopra al rombo furioso del motore.

La macchina sbandò, Michele mollò pedale dell’acceleratore, girò lo sterzo, diede gas di nuovo. Le gomme, travolte dalla violenza del motore, sbranavano l’asfalto lottando per riportare in assetto la pesante vettura.
La carcassa del cinghiale fu scagliata verso l’alto, accompagnata da una poltiglia di ossa, pelo e sangue che schizzò il cofano e il parabrezza. Rotolò in aria come un grottesco pupazzo di stoffa e per un lungo istante sembrò fluttuare, immobile, prima di precipitare verso il basso e schiantarsi in mezzo alla strada con il tonfo di un macigno. 

Pochi metri più avanti con un lunghissimo, violento stridore, l’auto di Michele sbandò lungo la carreggiata, urtò un paio di volte il guardrail e infine si fermò a pochi centimetri dal nulla sottostante. 

Lui era già balzato fuori dell’abitacolo, il fiato corto, i muscoli pronti a scattare. Ansimava, le pupille dilatate come quelle di un animale, guardando la strada che aveva appena percorso. Sapeva che era questione di pochi secondi, erano vicinissimi.
L’auto sopraggiunse e i sensi sovreccitati di Michele registrarono ogni particolare della vettura scura che lo stava inseguendo: modello, colore, la piccola ammaccatura sul parafango destro.
Piombò sulla carcassa del cinghiale, che non aveva la minima possibilità di evitare, senza rallentare, investendola in pieno.
L’urto accartocciò la metà anteriore dell’auto come se fosse stata un sacchetto di plastica. I fari, prima di spegnersi, si rovesciarono all’indietro illuminando la testa dell’autista che si spappolava sul parabrezza, trasformandolo in un orribile mosaico di sangue e schegge di vetro. 
Poi la vettura si impennò, la parte posteriore volò in avanti, trascinando il resto in un’assurda capriola oltre la curva, verso il burrone. 

Michele ascoltava, trattenendo il fiato, i colpi sordi del rottame che precipitava a valle, maciullandosi sulle rocce e sfracellando alberi. 
Quando fu sceso il silenzio, si scosse. Barcollando giunse allo sportello e si rimise alla guida. Piangeva, imprecando, mentre cercava di ingranare la retromarcia. Ci riuscì, si allontanò dal ciglio del burrone, lottando con il suo diaframma per riuscire a respirare; ingranò la prima e partì. 

La vettura avanzò, dapprima a singhiozzo, poi sempre più regolarmente, mentre il suo guidatore riprendeva gradualmente il controllo di sé. Nel punto in cui l’animale l’aveva colpita, di striscio sulla parte anteriore della fiancata, la lamiera era contorta e intrisa di brandelli di carne. Aveva un faro a ciondoloni, che si staccò dopo pochi chilometri.  

* * *

La casa di Michele era vuota, triste e pulita. C’era tornato poco prima dell’alba e, appena al sicuro, lo stomaco gli si era rovesciato, lasciandogli appena il tempo di raggiungere il bagno. 
Dopo si sentì meglio, lo sfogo lo aveva calmato abbastanza da consentirgli di fare una doccia. Si sdraiò sul letto, i capelli neri bagnati che si seccavano sul cuscino come i tentacoli di un polpo scuro. 
Il cinguettio del telefono lo svegliò da un sonno senza sogni. 

“6 sveglio? Pranziamo insieme?”

Le parole galleggiarono a lungo sul display, spegnendosi lentamente dopo che lui ebbe gettato il cellulare sulla poltrona. Si girò su un fianco: gli faceva male una spalla, doveva averla sforzata lottando per non precipitare nel burrone.
Sbuffò, sforzandosi di scacciare i pensieri che lo assediavano. Aveva il turno di pomeriggio in reparto, c'era il tempo di pranzare con Laura. Forse gli avrebbe fatto bene.

Il piccolo caffè era nascosto in una piazzetta in pendenza, chiuso fra le viuzze del borgo che declinavano dal lato vecchio dell’ospedale. Lo avevano scoperto insieme, in una delle loro prime uscite. Era frequentato quasi soltanto da personale sanitario, pochi clienti abituali che, gelosi della tranquillità di quel rifugio, si guardavano bene dal pubblicizzarne l’esistenza fra amici e colleghi. 
Medici e infermieri si salutavano cortesemente per subito ignorarsi a vicenda, rispettando con tacito accordo il comune desiderio di solitudine.
Quel giorno di pallido inverno Laura e Michele erano l’unica coppia nel locale. Lei stava finendo l’arrosto e osservava il compagno, intento a disegnare tracce contorte con il sugo del piatto. 
“Sono io che ho fatto il turno di notte, vero?” lo provocò
“Scusa?” fece lui, fissandola colpevolmente negli occhi chiari.
“Hai l’aria di chi ha passato la notte in bianco. Cosa combina il dottorino quando la sua fidanzata lavora?”
“Niente di interessante, credimi.”
“Impegnativo però, a giudicare dalla cera” insisté lei. 
Poi gli prese la mano e divenne improvvisamente molto seria.

“Chi è, Michele?”
“Di che parli?” si schernì lui. “Che diavolo ti sei messa in testa?”
“E cosa dovrei pensare? Non dormiamo insieme da  tre settimane, di giorno sei uno zombie, non ti va di parlare e ti chiamo sempre io. Se c’è qualcosa che devi dirmi, fallo e basta, va bene?”
“Non è come pensi.”
“Oh, e allora dimmelo tu, di che si tratta. Guarda, tu mi piaci parecchio, ma non ho intenzione di farmi prendere per i fondelli.”
“E’ complicato.”
“Tu provaci.”

* * *


Sebbene fosse immerso nell’oscurità, Michele percepiva chiaramente che il terrazzo era sospeso ad un’altezza spaventosa. Sotto, le acque della cascata precipitavano nel buio con un fragore continuo che rendeva impossibile percepire qualsiasi altro suono.
L’aria fredda portava con sé una miriade di goccioline ghiacciate, capocchie di spillo che gli si conficcavano nella pelle del viso e delle mani, facendolo rabbrividire.

Seppe in qualche modo che stavano arrivando. Si guardò intorno, mentre dal basso, sul ripido sentiero che scendeva lungo il burrone, una serie di luci guizzavano nel buio, annunciando molti uomini. 
Sulla destra una porta di lamiera socchiusa dava l’accesso ad un corridoio buio. Michele la varcò d’istinto e si trovò all’interno di una galleria di servizio, stretta e bassa, rischiarata da una serie di lampade giallognole. Le pareti e la volta rotonda erano di mattoni, da cui trasudavano grosse gocce d’umidità. Il pavimento in cemento, in lieve pendenza, era coperto da un velo d’acqua che ruscellava lungo le profondità del tunnel, perdendosi nell’oscurità.

Iniziò a camminare, dapprima con prudenza, poi sempre più in fretta. Inoltrandosi nel tunnel il suono della cascata si attutiva, consentendogli di avvertire i rumori e le voci degli uomini che lo inseguivano.
Michele iniziò a correre, tralasciando ogni prudenza, con i piedi che slittavano sul fondo sdrucciolevole, rischiando mille volte di perdere l’equilibrio.
Le lampade di servizio ora erano più diradate e fra una e l’altra l’oscurità si faceva quasi completa, costringendolo a procedere a tentoni. Sapeva che gli altri avevano il vantaggio delle torce, che rischiarando il cammino gli consentivano di procedere molto più in fretta. Li sentiva sempre più chiaramente, percepiva il riverbero delle luci sulle pareti e l’eco dei secchi richiami con cui si incitavano.
Era solo questione di tempo.

Ad un tratto la mano con cui si appoggiava alla parete incontrò un oggetto freddo e liscio. 
Con un palpito di speranza, Michele riconobbe un gradino di metallo. Vi si aggrappò, si sollevo e poi spinse in alto il braccio alla ricerca del successivo. Lo trovò e iniziò a muoversi, in silenzio e a tentoni, spingendosi sempre più in alto lungo la provvidenziale scala.
Il cunicolo verticale con i gradini era stretto e incredibilmente umido. Dall’alto gocciolavano rivoli di un liquido sporco e freddo, che gli infradiciava i capelli.

Mentre saliva, sotto di lui comparvero le luci degli inseguitori. Michele si bloccò, immobile nel buio, evitando anche di respirare. Attese per lunghissimi istanti che gli uomini passassero oltre, pregando che non scorgessero l’apertura da cui era salito. 
Il bagliore delle torce aumentò, altri uomini si erano fermati in corrispondenza del tunnel. Sentiva le loro voci mentre discutevano sul da farsi.
Riconobbe quell’accento rauco che avevano e le loro parole incomprensibili, che ormai gli erano diventate familiari. Qualcuno dal basso strillò un ordine secco e gli uomini con le torce elettriche iniziarono ad avanzare verso di lui, risalendo la scala in ferro. Sentiva il rumore dei loro stivali che sbattevano sul metallo, procedendo di buona lena laddove lui era riuscito ad avanzare con pesante lentezza.

Riprese a salire, abbandonando ogni cautela, agitando freneticamente le braccia e le gambe, ansimando come un animale braccato. 
Le mani artigliavano il metallo gelido, le suole delle scarpe slittavano sui gradini fradici, scalciavano disperatamente per non perdere la presa mentre i muscoli, tesi allo spasimo, lo spingevano su, centimetro dopo centimetro.
Gli altri erano sempre più vicini. Il ritmo dei loro passi veloci era incalzante, colpi secchi sul metallo. Poteva avvertire l'odore delle divise che portavano, il puzzo del sudore degli uomini. Il riverbero delle torce sulla parete del cunicolo lo abbagliava, rendendogli ancora più difficile trovare i gradini sopra di sé. 

Ad un tratto la sua mano urtò dolorosamente contro qualcosa di solido e freddo. La ritrasse, impaurito, poi si costrinse ad esplorare la superficie sopra di sé. Sembrava uno sportello metallico, che si estendeva ad occupare tutta la larghezza del cunicolo. 
Con le dita si mosse alla ricerca  di una maniglia. Afferrò qualcosa di solido e cilindrico. Nello stesso istante, una mano dalla presa di ferro gli si avvinghiò alla caviglia, mentre sotto di lui qualcuno gridò una parola incomprensibile con tono di selvaggia esultanza.
Pazzo di terrore, Michele si afferrò con tutte e due le mani alla maniglia del portellone, mentre con la gamba libera menava tremendi calci verso il basso.
La punta della sua scarpa sbatté con violenza contro qualcosa di solido. Ritrasse il piede e poi scalciò ancora, come una molla, ripetutamente, incontrando ogni volta qualcosa da colpire. Urla di rabbia e di dolore si levarono dal basso. Ci fu il rumore di qualcosa di metallico che cadeva, sbattendo ripetutamente, poi altre urla.
All’improvviso la mano che gli stringeva il piede mollò la presa. Michele appoggiò le gambe ai gradini e tirò con tutte le sue forze la maniglia dello sportello.
A poco a poco il congegno cedette. Dal bordo dell'apertura intravide un chiarore, poi un fiotto d’acqua gelida vi si insinuò, spalancandola di botto, mentre l’intero cunicolo si trasformava in una fragorosa cascata.
Gli uomini vennero spazzati via come turaccioli di sughero in un vortice, mentre lui, disperatamente aggrappato al portello, lottava contro la forza immane delle corrente.
Gradualmente il flusso d’acqua sembrò interrompersi, per poi riprendere con ancor più violenza nella direzione opposta.
Un gorgo lo sollevò verso l’alto, strappandogli di mano ogni appiglio. Michele si trovò trascinato ad una velocità pazzesca; incapace di orientarsi, chiuse gli occhi e si sforzò di assecondare la corrente che lo aveva catturato.
Qualcosa lo urtò sulla nuca, accendendo nei suoi occhi una costellazione di abbaglianti stelle viola, che si spensero subito, lasciandolo solo e svenuto nel buio.


* * *

“Dottoressa, lei è la compagna?”
Il poliziotto era alto e magro, aveva gli occhi scuri e il viso stanco. Teneva una mano aperta sul tavolo, il palmo verso l’alto, come se attendesse che la ragazza seduta davanti a lui la stringesse.
Laura era visibilmente a disagio. Si torceva le dita delle mani, interrompendosi solo per giocare nervosamente con il bordo del camice verde. Era uscita immediatamente dalla rianimazione quando l’avevano informata del ricovero Michele. Il poliziotto la stava già aspettando. 

Ripeté la domanda e lei annuì, chiudendo gli occhi. 
“Quando è l’ultima volta che l’ha visto?”
“Oggi, a pranzo. Abbiamo... discusso” aggiunse, sentendosi subito in colpa per quella precisazione non richiesta.
“Posso chiederle di cosa?”
“Di noi due. Gli ho detto che ultimamente lo trovavo assente, distratto come se…” non riuscì a continuare. Guardò il poliziotto con aria stanca e frustrata.
“Come se avesse qualche problema?”
“Una cosa del genere” concluse lei.
“Sa se il suo fidanzato fa uso di droghe?”
“Non ho mai avuto modo di sospettare una cosa del genere.”
Lui la guardò con aria assente.
“Va bene. La ringrazio per l’aiuto.”
“Non mi pare di essere stata molto d’aiuto, agente. Ad ogni modo” aggiunse con enfasi “può dirmi esattamente cosa gli è successo?”
Il poliziotto sembrò incerto. Si sollevò dalla sedia, guardandola dall’alto, mentre lei restava seduta, le spalle lievemente curve, le mani in grembo. Aveva un aspetto infinitamente fragile.
“Non posso dirle molto, dottoressa. L’abbiamo ripescato nel fiume all’alba, dopo che alcuni ragazzi avevano chiamato il pronto intervento. Era svenuto ma respirava ancora. Abbiamo chiamato un’ambulanza e lo abbiamo accompagnato qui. Abbiamo scoperto che ci lavora soltanto dopo, dai documenti che aveva addosso.”
“Nel fiume?” domandò Laura.
“Nel fiume” ripeté il poliziotto. “Ha idea di cosa possa essere accaduto, signorina?”
Laura notò che non l’aveva chiamata dottoressa. Per qualche motivo, la cosa la indispettì e, quando rispose, la sua voce tradiva la propria irritazione.
“Come le ho detto, agente, io stessa non so spiegarmi il suo recente comportamento; men che meno riesco a immaginarmi cosa possa aver fatto stanotte.”
“Capisco. Se le viene in mente qualcosa, non esiti a farmi cercare.”
Laura annuì, poi reclinò il capo sulle mani, poggiate sul tavolo. Rimase così mentre l'altro si alzava e usciva dalla porta.
Udì lo scatto ovattato della serratura e iniziò a piangere, con lenti e lunghi singhiozzi. 


* * *


La fasciatura sulla nuca dava a Michele un’aria vagamente comica. Ma l’espressione di lui, il modo in cui parlava, che le impedivano di incurvare le labbra in un sorriso. 
Incapace di guardarlo negli occhi, Laura ascoltava il suo racconto, osservando la neve che fioccava copiosa fuori della finestra della piccola stanza di degenza.
“La prima volta che è successo ero un bambino. Non so esattamente quanti anni fa, ho ricordi confusi. Nevicava, come oggi. Loro avevano dei cani. Non ricordo come mi salvai.”

Lei attese in silenzio altre parole.
“Vengono d’inverno, nelle notti più fredde. A volte mi sorprendono nel sonno, altre volte mi accorgo di loro mentre torno dal lavoro, o quando esco dal ristorante. Una volta mi accorsi che mi inseguivano mentre facevo l’amore. Finora ho sempre avuto fortuna”

C’era qualcosa, in quell’assurdità, che le impediva di replicare e lui se ne accorse.
“Prima che tu dica quello che direi io, se qualcuno mi raccontasse una cosa del genere, devi sapere alcune cose. Per i primi anni della mia vita i miei genitori mi hanno sottoposto ad ogni genere di cura psichiatrica che la medicina era in grado di proporre. Ho preso sedativi, antipsicotici, anticonvulsivanti e persino stimolanti, tanto per non lasciare niente di intentato. Sono passato dall’elettroshock all’ipnosi ed ho provato persino la dieta iperchetogenica. Credo di aver scelto medicina, da grande, soprattutto perché nessuno era riuscito ad aiutarmi.”

Si girò, costringendola a guardarlo negli occhi. Erano calmi e sicuri e le fecero venire in mente un lago di montagna.
“Avevo dodici anni quando mio padre fu ucciso. Accadde una notte, in cui mi aveva seguito. Fino a quel momento non sapevo che lui mi credeva; balzò fuori dal nulla, mentre mi inseguivano, e cercò di rallentarli. Corsi a perdifiato, pensando che lui avrebbe sistemato tutto. Dopo che l’ebbero trovato, la giugulare squarciata da un profondo morso sul collo, mia madre mi portò da un esorcista. Ma questa parte te la risparmio, Laura.”

Fuori la neve aveva preso a cadere fitta, mentre la luce vivida del giorno andava lentamente scolorando verso un bigio crepuscolo.
Laura ascoltava con le labbra serrata, il volto teso. A tratti Michele sembrava parlare a sé stesso; il suo racconto ripercorreva gli anni più recenti della sua vita, quelli di cui non le aveva mai voluto parlare, evitando ogni volta l’argomento con una nuova scusa. 
Dopo la morte del padre si era chiuso sempre di più in sé stesso. Faceva di tutto per allontanare da sé le persone che amava; affrontava da solo quella realtà da incubo, temendo ogni nuovo inverno e ogni crepuscolo. 
Sua madre era sprofondata in una gravissima depressione; quando la trovarono, in fondo alla scarpata del castello, lui era l’unico a sapere che non era stato un suicidio. 
“Non mi ero mai accorto che lei aveva preso a seguirmi, la sera; finché non fu troppo tardi. “
La sua voce, che sembrava venire da una distanza infinita, si fece all’improvviso più forte, tanto che Laura trasalì.
Lui se ne accorse e le prese la mano, stringendola fra le sue sopra le coperte del letto. Quando parlò di nuovo, emise poco più di un cupo sussurro. 
“Dopo la morte di mia madre, non ho subito altri attacchi, per diversi anni. Ero arrivato a convincermi che in qualche modo il suo sacrificio non fosse stato vano.”

Con uno sforzo, Michele si sollevò sul letto, mettendosi seduto. Fissava Laura dritto negli occhi e il suo sguardo le faceva paura.
“Ma quest’inverno è diverso. C’è uno strano freddo, che entra nell’anima. Le giornate non sono mai del tutto luminose ed è come se la notte assediasse le ore di luce. Posso sentire le ombre, si spingono ai margini del giorno, in attesa del buio.”  

Lei chiuse gli occhi, stringendosi la testa fra le mani; era stremata dalla notte di lavoro, sconvolta per quell’assurda situazione. Lui smise di parlare e iniziò ad accarezzarle dolcemente i capelli. Continuò finché non fu sicuro che la ragazza si fosse addormentata. 


* * *


La luce del tramonto filtrava dalle veneziane abbassate, disegnando strisce di fuoco nella stanza. Laura si svegliò abbagliata dall’improvviso chiarore. Faceva freddo  nella camera e lei si strinse addosso il camice che ancora indossava. 
Alzò la testa e trasalì: il letto davanti a sé era vuoto. 
Confusa, si precipitò nel corridoio. Trovò quasi subito un infermiere che conosceva. Fece la domanda, ma sapeva già cosa le avrebbe detto. Aveva compreso, guardando quel giaciglio disfatto e il pigiama piegato in un angolo, che non l’avrebbe rivisto mai più.

L’infermiere le disse che Michele aveva firmato per la dimissione volontaria già da un paio d’ore, allontanandosi dall’ospedale non appena lei si era addormentata. Aveva anche raccomandato di non disturbarla, che aveva bisogno di riposo. 
Mentre scendeva verso l’uscita, dal grande ascensore panoramico sulla facciata dell’ospedale Laura poteva scorgere la città, un intricato mosaico di tetti e di strade. Più lontano, i boschi ombrosi si stendevano come un placido oceano fino al profilo scuro dei monti. Su quel vasto mare inesplorato scendeva rapido il disco del sole; alle sue spalle, il velo della notte calava in silenzio, cupo e solenne.

Rabbrividì leggermente. Lacrime dense, pesanti, le rotolarono lungo le guance. In qualche modo sapeva anche lei che c’erano più cose, in quel buio incombente, di quante lei aveva mai osato temere. 

Fissò lo sguardo sull’ultimo guizzo di luce che si spegneva dietro le cime degli alberi, mentre camminava lungo il parcheggio deserto per raggiungere la propria automobile.

Di lì a poco, per la prima volta in vita sua, incominciò a voltarsi per guardarsi alle spalle.