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venerdì 9 agosto 2013

Posizione di Fortezza



“Non farò mai ciò che volete. La questione è chiusa.”

L’uomo legato alla sedia aveva parlato con calma, scandendo bene le parole; nonostante i denti spezzati gli conferissero un buffo accento strascicato, la sua voce trasmetteva sicurezza e autorità. I due scagnozzi in piedi lo fissarono brevemente.

Per diversi minuti il suono sordo dei pugni e dei calci riempì l’aria stantia del vecchio magazzino. L’uomo sulla sedia gemeva piano, tenendo la testa il più possibile piegata sul collo per proteggersi il viso.
Gli altri due si davano da fare con metodo, alternando i colpi, mantenendo un buon ritmo. Ansimavano, fradici di sudore; ogni tanto si passavano sulla fronte grondante una mano sporca di sangue.
Per terra tutto si mescolava in una poltiglia calda su cui era difficile non scivolare.


L’uomo era svenuto e quelli si erano spostati di qualche metro. Seduti ad un tavolaccio in legno, mescolavano cattivo whisky e ghiaccio in bicchieri sporchi che svuotavano uno dopo l’altro. Sopra le loro teste, le pale luride del un ventilatore cigolavano mescolando una brodaglia calda e viziata.
Da fuori giungevano i rumori del traffico. Un grosso camion passò accelerando, il motore fece vibrare le pareti del capannone e i bicchieri tintinnarono.
Il più giovane dei picchiatori mandò giù una lunga sorsata e disse:
“Quanto dobbiamo andare avanti?”        
L’altro si strinse nelle spalle e gli piantò in viso due occhi vacui in cui ondeggiava il whisky.

Una porta si aprì con uno scatto secco. Una ragazza prosperosa avanzò ancheggiando verso i due e si appoggiò mollemente al piano sudicio, prendendo un bicchiere a caso. Aveva il viso carico di trucco, le labbra rosse che contrastavano con la tinta corvina dei capelli, portati a caschetto. Socchiuse la bocca e ne lasciò uscire un lungo sbuffo di fumo, prima di spegnere la sigaretta sulle assi del tavolo.
“Ne avete ancora per molto?” chiese con voce lasciva.
Il vecchio si alzò con un sorriso idiota. Le poggiò una mano vicino all’orlo degli shorts, carezzandole con le dita la pelle delle gambe.
“Possiamo sempre fare una pausa” ghignò.
                                                                                          
*             *             *

Le onde si susseguivano con un ritmo gentile; sottili, brevi fremiti che scuotevano appena il manto lucido dell’oceano. L’orizzonte dondolava ipnotico, lambiva i confini del cielo come se volesse accarezzarlo.
Intorno a Marco l’universo era azzurro.  
In alto il disco del sole fiammeggiava, spaccandogli la pelle, allargando le mille ferite che si riempivano di sudore e sale; minuscole stille di dolore gli trafiggevano i nervi. Deglutì un grumo quasi solido di saliva e per l’ennesima volta si sciacquò la faccia con una manciata di quell’immenso mare che lo stava uccidendo.

Lo stridio dei gabbiani gli annebbiava il cervello, gli entrava nelle orecchie come un canto di sirene. Portava folli speranze, nel suo caso la certezza di una terra vicina, ma irraggiungibile nelle sue condizioni. Con uno sforzo penoso si sforzò di issarsi sulla tavola mezza marcia a cui era aggrappato da due giorni, sprecando altre preziose energie. L’orizzonte traballò, scatenando l’inferno nel suo stomaco vuoto, poi si innalzò lentamente. Ovunque intorno a lui si estendeva la sua tomba azzurra.

Marika.

Il nome gli comparve davanti, improvviso come un dardo; trafisse la mente stanca e terminò la sua corsa conficcandosi a metà del petto, all’imboccatura dello stomaco. I ricordi si mescolavano all’angoscia; la mano bianca di lei che si levava a tratti, guizzando fra le onde; le fiamme sul ponte dell’Odessa, i loro bagliori che illuminavano la scialuppa. La barca solcava i flutti impazziti e si allontanava da lui, per dirigersi verso il punto in cui sua figlia stava scomparendo in mare.
Aggrappato ad un pezzo di legno – ciò che restava della porta del bagno in cui si trovava al momento dell’esplosione – Marco annaspava per dirigersi verso quell’unica salvezza, trattenendo tuttavia l’impulso di lanciare un grido di aiuto, nel timore che i marinai, per soccorrere lui, abbandonassero la ragazza al suo destino.

A quel punto un’ondata, forte e violenta, rovesciava l’orizzonte e interrompeva il flusso dei ricordi, lasciando un vuoto oscuro che andava fino alla mattina successiva, quando il sorgere del sole e le strida dei gabbiani l’avevano nuovamente strappato all’incoscienza.
Non c’era più traccia del relitto dell’Odessa, né del gasolio in fiamme che aveva rischiarato la notte. Soltanto il mare si stendeva a perdita d’occhio, calmo e limpido. E lui ci aveva dormito sopra, con la sua porta smembrata come cuscino.

*             *             *

Per prima cosa vide le mani. Forti, sporche, ruvide. Mani di marinaio, con le dita rese rugose dal sole e dalla salsedine, l’odore di pesce che aveva impregnato ogni strato di pelle, penetrando fino alla carne viva.
Le braccia lo sollevarono e lui, sull’orlo della completa incoscienza, lottava per rimanere attaccato al relitto che minacciava ormai di affondare, sbriciolandosi fra le onde.
Le dita dell'uomo gli aprirono le mani a viva forza, poi fu trascinato in alto. Sentì il proprio corpo martoriato che cozzava contro il legno della murata, poi altre braccia che lo sostenevano. Il cielo, visto dallo stretto spiraglio delle sue palpebre gonfie, era striato dei toni indaco del tardo tramonto.
Un dolcissimo rigagnolo di acqua fresca gli penetrò le labbra, scese nella gola incartapecorita, facendolo annaspare.
Dolore lancinante e immenso sollievo lo travolsero. Si rizzò a sedere di scatto, mentre un crampo gli serrava i fianchi anchilosati, e vomitò.  Gli bloccarono la testa, con gesti bruschi lo ripulirono, poi di nuovo gli accostarono alle labbra il beccuccio umido della borraccia.
Lo trasse a sé con desiderio e, più del bacio di un voluttuoso amante, a lungo ne godette il sollievo.


Lo svegliò l’orribile sensazione di cadere. Mulinò le braccia e le gambe alla ricerca di un appiglio; avvinghiato alle coltri, si accorse gradualmente del solido assito su cui era adagiato e si sdraiò di nuovo, lottando per riprendere a respirare.
La notte era fonda, al di là del bordo della nave nessuna luce rischiarava la fitta oscurità, mentre lo scafo filava sulle acque calme. Il rullio dell’imbarcazione era appena percettibile, le vele mandavano schiocchi discreti al vento calmo e costante.

Attorno a sé, alla fioca luce di poche lampade a bassa intensità, si muovevano le sagome dei marinai, osservando un silenzio assoluto.
Qualcosa, nell’aspetto e nei modi dell’equipaggio, gli metteva inquietudine; rimase sdraiato, il capo reclinato su un fianco, osservando e tendendo l’orecchio per cogliere almeno un brandello di conversazione.

Due mozzi dall’aspetto erculeo trascinavano una grossa cassa lungo il ponte, dirigendosi verso l’imboccatura della stiva. Con sforzo evidente uno dei due, scesi alcuni dei gradini che conducevano sottocoperta, ne sollevò il bordo inferiore. Senza riuscire a trattenere un grugnito, il marinaio iniziò a percorrere all’indietro la scala, mentre la cassa, sostenuta dal suo compagno, lo seguiva ondeggiando paurosamente e sbattendo più volte contro il legno del ponte.

Un raggio fioco di luce illuminò le assi del fardello. Riconobbe facilmente il nome dell’Odessa, del cui carico aveva fatto parte, e il logo della sua Compagnia.  
Attanagliato da un senso crescente di panico, si sforzò di respirare normalmente, compiendo ogni sforzo per apparire profondamente addormentato.
Alcuni marinai, passando, gli gettavano lunghe occhiate. Con estrema prudenza tentò di muovere una gamba: ci riuscì soltanto per pochi centimetri, prima di venir bloccato dai lacci con cui i pirati l’avevano legato al ponte.

*             *             *

Stare in piedi gli provocava ancora un leggero senso di instabilità, che si sforzò di controllare. Per il resto, il suo corpo sembrava non aver subito danni irreparabili dal naufragio. Fino a quel momento, i pirati lo avevano trattato bene;  nel giro di una settimana, il cibo e l’acqua che gli passavano in abbondanza gli erano bastati per rimettersi in forze.
Dopo la prima sera, di notte lo rinchiudevano in una cabina, striminzita ma pulita. Di giorno era libero di camminare sul ponte, ma aveva quasi sempre le mani legate ed era sorvegliato a vista.
La nave su cui si trovava era una grossa goletta di più di quaranta metri. Marco non era una esperto, ma doveva trattarsi di un modello da turismo degli anni sessanta, modificato per ben altri scopi.

L’equipaggio, secondo quello che aveva potuto osservare nei primi giorni di prigionia, era composta da almeno trenta persone, quasi tutti asiatici. Non parlavano in italiano o in inglese, si esprimevano poco e quasi mai davanti a lui. In ogni caso, fino a quel momento nessuno dei suoi carcerieri gli aveva ancora rivolto la parola.

Erano venuti a prenderlo poco dopo l’alba; Marco era già sveglio, destato malamente dal consueto tramestio che indicava l’inizio delle attività a bordo. L’avevano fatto alzare, indicandogli a gesti di vestirsi. Erano rimasti a guardare con impazienza mentre lui si infilava un paio dei pantaloni da lavoro e una delle maglie scolorite che costituivano il suo nuovo guardaroba.
Poi due marinai, taciturni e dallo sguardo inespressivo, l’avevano scortato su per gli stretti passaggi interni della nave, fino ad una piccola cabina ricavata a poppa.

La stanza, seppure arredata in modo sommario, tradiva un certo gusto classico. Un tappeto raffinato copriva le assi del pavimento, spingendosi fin sotto una massiccia scrivania in mogano di aspetto pregiato. Nell’angolo opposto dell’ambiente, sotto un’ampia vetrata con i riquadri in ferro battuto, era ricavato un salottino.
Un uomo alto, bianco, ma con la pelle lucida e abbronzata, era comodamente seduto su un divanetto barocco. Con una mano, curata e sottile, stringeva un bicchiere da cognac, pieno a metà di liquore ambrato che sembrava intonarsi al colore della sua tintarella. Indossava un abito chiaro, aperto sopra una camicia di lino dall’aria costosa.
Con un gesto congedò i due marinai, che uscirono silenziosamente dalla cabina, lasciando Marco solo davanti a quell’uomo.
Il prigioniero arrischiò un passo in avanti; notò un guizzo negli occhi del suo ospite, un velo di nervosismo che scomparve subito, come se l’altro non si fosse aspettato da parte sua alcuna iniziativa.
Decise di sfruttare il momentaneo vantaggio e, con tono pacato ma fermo, domandò:
“Sono stati i suoi uomini a provocare l’affondamento della mia nave?”

L’uomo, apparentemente libero da ogni traccia di incertezza, rispose con un mezzo sorriso:
“Vedo che non le piacciono le presentazioni. Accetta almeno un sorso di Armagnac?”
“Non ho ancora fatto colazione”

Il sorriso sul volto dell’altro si allargò.
“Apprezzo il sarcasmo, ma cerchi di non abusarne. Lei qui non è propriamente un ospite, come avrà capito.”
“Come devo definirmi?”
“Dipenderà da lei. Se è davvero intelligente come sembra, la sua posizione potrebbe rivelarsi meno scomoda di quanto pensa. Per adesso, diciamo che può considerarsi un prezioso ostaggio.”

Marco non disse niente, incerto sulla prossima mossa. Senza attendere oltre, l’uomo continuò.
“Sono il capitano di questa nave, come è ovvio. Il mio nome non ha importanza e io conosco già il suo. Spero che i miei ragazzi l’abbiano trattata bene: sono rudi, ma molto disciplinati.”
“Non ho lamentele di rilievo” concesse. “Lei però non ha risposto alla mia domanda.”

Fra i due uomini passò uno sguardo intenso, un segnale chiaro, anche se non ancora un’aperta sfida. Erano entrambi consapevoli di avere a che fare con una personalità forte e decisa.
Il capitano della nave rispose dopo un breve silenzio:
“La mia nave non è direttamente coinvolta nell’affondamento dell’Odessa, se ci tiene a saperlo. Io e i miei uomini abbiamo ricevuto l’incarico di occuparci del carico.”
“Ricevuto da chi?”
“Questo avrà modo di scoprirlo.”
Marco strinse i denti, decidendo di rischiare.
“I superstiti facevano parte del carico?”
“Decisamente no” rispose secco il capitano. “Si consideri… un’eccezione.”

Da quel momento in avanti, a Marco non fu più concesso di fare altre domande. L’uomo elegante volle sapere una serie di informazioni precise in merito alle merci che la nave della sua compagnia trasportava. Marco dovette sedersi e compilare un elenco dettagliato dei beni di maggior valore; sapeva che sarebbe stato inutile cercare di mentire o nascondere informazioni.

Al termine il capitano chiamò ad alta voce i suoi uomini, rimasti in attesa fuori dalla cabina, e lui fu scortato di nuovo nella sua cabina.

Rimasto solo, Marco si stese sul letto e chiuse gli occhi. Si sentiva svuotato e confuso, il lungo confronto pareva averlo prosciugato delle poche energie che era riuscito a recuperare durante la sua prigionia.
Cercò di rilassarsi, per poter analizzare lucidamente il significato di quell’incontro e della conversazione che aveva sostenuto.
Il fatto più evidente, intorno a cui mulinavano i suoi pensieri, era che nessuno dei due aveva affrontato l’argomento che gli stava veramente a cuore. Il capitano sapeva senz’altro qual era il vero obiettivo per cui valeva la pena di macchiarsi di un atto di pirateria e affondare una nave mercantile, mettendo in gioco la vita di decine di persone.

Purtroppo per Marco, l’oggetto dell’interesse dei pirati, l’obbiettivo finale di quella che si preannunciava come una lunga e complessa partita a scacchi, coincideva con quello per cui lui stesso si trovava in quell’assurda situazione.

Si rese conto di quanto aveva fatto male a buttare là quell'accenno ai superstiti. In questo modo il capitano avrebbe potuto facilmente intuire che lui era all'oscuro del destino dei suoi uomini e di sua figlia. Si sforzò per l'ennesima volta di penetrare il velo di oscurità che interrompeva i suoi ricordi e di visualizzare la scialuppa che affrontava le onde per raggiungerla: ma continuava a smarrirsi nel buio.

All’improvviso si rizzò a sedere; si rese conto di essere scivolato nel sonno. A giudicare dalla luce, morbida e dorata, che filtrava dall’apertura nella cabina, doveva aver dormito diverse ore.
In testa gli ronzava l’eco dei suoi stessi pensieri.

Prima di addormentarsi aveva definito quella situazione come una lunga e complessa partita a scacchi. Era sempre stato un appassionato giocatore e con il tempo aveva sviluppato la tendenza ad analizzare i problemi trovando dei paralleli con il gioco. Stavolta però aveva la netta impressione che quella metafora gli fosse stata suggerita dalle circostanze.

Ad un tratto ricordò: aveva effettivamente visto una scacchiera, quella mattina. Non una vera e propria, ma la sua riproduzione nello schermo del piccolo computer portatile aperto sulla scrivania del capitano. L’aveva notata mentre lui lo costringeva a compilare l’elenco del carico dell’Odessa.  Sul momento non gli aveva dato alcuna importanza; adesso invece, quel piccolo particolare gli appariva sotto una luce completamente diversa.
Si stese nuovamente sulla branda, incrociando le mani dietro la testa; sentì tirare dolorosamente i muscoli stanchi della schiena.

Qualcosa, non ancora un’idea precisa, stava prendendo forma al centro della sua mente. Marco lasciò vagare i propri pensieri, pensando che forse esisteva un modo inatteso per risolvere la faccenda.

*             *             *

La sera dell’affondamento, l’Odessa si trovava vicino allo sbocco nord-est del canale del Mozambico, con Mayotte alle spalle e le Glorious Island di prua e pochi gradi a babordo. L’assalto dei pirati era giunto senza alcun preavviso: una chiatta da carico veloce era comparsa dalla nebbia nel più assoluto silenzio e, nonostante la potenza dei motori del mercantile, l’agile imbarcazione era riuscita facilmente a tagliargli la strada, lanciandosi con la prua contro il fianco del suo obiettivo.

La collisione era stata tremenda. Allo schianto secco dell’urto aveva fatto seguito l’inconfondibile boato dell’esplosivo; l’Odessa si era inclinato sulla fiancata, scivolando verso la propria fine come un orso ferito, mente lo scafo della nave kamikaze era stato letteralmente sparato verso il mare aperto dall’onda d’urto.
Marco non aveva la più pallida idea di come fosse finito in mare; ricordava soltanto di essersi trovato sommerso da una montagna di rottami impazziti che vorticavano ovunque. Probabilmente doveva la vita al fatto di trovarsi dentro il box delle doccia quando l’esplosivo era saltato in aria, pochi metri al di sotto della sua cabina.
Protetto da quell’involucro era stato sparato in alto, insieme all’ammasso di plexiglass e legno pressato che era stato il suo bagno, per ricadere abbastanza lontano dalla nave da non finire in mezzo al gasolio in fiamme.

Il richiamo roco di uno stormo di uccelli lo riportò al presente: la goletta filava con tutte le vele al vento, favorita dal flusso ininterrotto del vento da poppa, su un mare che da giorni continuava a splendere piatto sotto il sole tropicale.
Tentò per l’ennesima volta di calcolare la posizione approssimativa della nave, ottenendo conferma di quanto pensava: l’imbarcazione, dopo aver quasi doppiato da ovest le Seychelles, aveva virato decisamente verso le coste della Somalia.

La cosa non gli diceva niente di buono; da alcuni giorni percepiva fra l’equipaggio serpeggiare un crescente nervosismo, come se fossero in imminente attesa di qualcosa, o di qualcuno.
Dopo il loro primo incontro, il capitano della goletta aveva accuratamente evitato di incrociarlo e di parlare con lui: rimaneva per la maggior parte del tempo chiuso nella propria cabina e, le rare volte che scendeva sul ponte, si spostava in modo da dargli le spalle, gettandogli occhiate ansiose.

Spesso fra gli uomini e il capitano scoppiavano delle discussioni, che lui troncava sul nascere urlando al suo equipaggio parole brusche in una lingua che poteva essere cinese. Durante queste sfuriate i pirati indicavano apertamente il prigioniero, gesticolando nella sua direzione.
Il fatto che gli uomini si scaldassero tanto poteva significare una cosa sola: c’era qualcun altro che tirava le fila dell’operazione, qualcuno che tutti temevano, e a cui ben presto ciascuno avrebbe dovuto rendere conto del proprio operato.

Quel pomeriggio, il sole basso sull’orizzonte alle loro spalle giocava sulla scia della nave, disegnando sulla spuma meravigliosi arabeschi arancioni. In un altro momento avrebbe ammirato quello spettacolo con il cuore colmo di emozione e gratitudine: amava il mare da sempre e, nonostante ciò che stava passando, non aveva smesso di amarlo. In fondo al cuore coltivava la segreta speranza che quell’immenso e capriccioso oceano avesse tenuto conto dell’intensità e della costanza del suo amore, al momento di decidere sulla vita di Marika.

Più tardi vennero a prenderlo per condurlo in cabina.
Marco seguì docilmente il marinaio, che lo scortava tenendo stretta la corda legata ai suoi polsi dietro la schiena. Sulla soglia si lasciò slegare in silenzio, sfregandosi le mani indolenzite, poi voltò le spalle all’uomo per dirigersi verso il proprio giaciglio.
Il manganello lo colpì con violenza, proprio dietro all’orecchio sinistro, facendo scricchiolare le ossa del cranio. La testa gli avvampò fra lingue viola di dolore puro, poi giunse misericordiosa una profonda incoscienza.

*             *             *

Dei due miserabili rifiuti umani, che da tre giorni gli stavano riducendo in poltiglia ogni centimetro del corpo, il più vecchio gli era particolarmente odioso.
Mentre lo pestava aveva l’aria assente; tirava pugni alla sua faccia, restando a lungo sullo stesso punto, spappolandogli pelle e ossa con metodo e precisione. A differenza del compagno più giovane, che gli tirava calci e botte in testa accompagnandosi con grugniti ed insulti incomprensibili in cinese, lui lavorava senza batter ciglio, nel più assoluto silenzio.
A volte, dopo parecchi minuti di sistematico massacro, si fermava ansimando e prendeva alcune lunghe sorsate da una bottiglietta scura. E in quei momenti lo fissava con la stessa indifferenza di un puglie che osserva il proprio sacco da allenamento.
Non gli interessava farlo soffrire, perché ai suoi occhi lui era solo un oggetto su cui spaccarsi le mani. Era per questo che faceva così male.

Se il vecchio si era accorto di tutto questo, non lo dava a vedere; continuava ad alternare il pestaggio scientifico ad un altrettanto metodico e costante lavoro di avvelenamento del proprio organismo, condotto con il whisky più puzzolente che Marco avesse mai sentito.

Anche prima che quel vecchio bastardo gli chiedesse il codice della cassetta di sicurezza della Odessa, a Marco era stato chiaro il motivo per cui lo stessero sottoponendo a quel lavoro di macelleria. Era sicuro anche del fatto che ormai, anche se per qualche miracolo ne fosse uscito vivo, lo avevano conciato in modo tale che non avrebbe mai più potuto condurre una vita normale.

Ma a quel punto gli importava poco anche di questo.
L’unica cosa che contava era Marika: se la sua idea era giusta, ogni minuto passato a prendere colpi aumentava le possibilità che lei potesse sfuggire a quella gente.

Malgrado farlo gli costasse un dolore immenso, quando la porta si aprì e l’uomo vestito di scuro entrò nella stanza, Marco non poté fare a meno di sorridere: quella gente era assolutamente prevedibile.
Agiva in maniera precisa, matematica: ma si muoveva con l’ottusa meccanica di un calcolatore, simile a quella di un programma per gli scacchi. L’idea gli era venuta il giorno che aveva visto proprio un programma simile sul computer del capitano della goletta e, a quanto pareva, stava funzionando alla perfezione.

L’uomo non era cinese. Un altro tassello andava al suo posto; importava poco, ma Marco lo registrò lo stesso. La sua mente era un campo di battaglia, devastato dai segnali di allarme del suo corpo morente, che ormai ignorava quasi senza sforzo cosciente.
Era un occidentale, forse tedesco, a giudicare dal taglio degli occhi e dall’idea che si era fatto della loro organizzazione. Si piantò davanti alla sedia dove giaceva la poltiglia insanguinata del prigioniero, guardandolo con aria disorientata. Dopo un po’ riuscì a capire quale fosse il viso.
“Dio Santo!” sussurrò rivolto al picchiatore più vecchio. “Come l’avete ridotto?”
L’accento confermava l’impressione di Marco.
“Vivrà abbastanza per parlare.” sentenziò questi.    
Il tedesco fissò con palese disgusto il volto del prigioniero.
“Riesce a sentirmi?”

Marco sputò grumi di denti, pelle e sangue. Chiuse gli occhi, pensando agli scacchi; il finale era iniziato.
Una posizione di fortezza è una zona di sicurezza assoluta.

“Fottiti” biascicò Marco.
Ignorò il colpo che gli piombò su un fianco, il rumore palese, orrendo, dell’osso che si spezzava.
“Così lo ammazzi, idiota!” gridò il tedesco. Il picchiatore anziano avvampò, ma non disse niente.

Il giocatore in inferiorità di materiale crea una zona attorno al proprio Re, che non può in alcun modo essere attaccata dall'avversario.

“Senta” stava dicendo il tedesco. “Se collabora, farò in modo che venga immediatamente trasferito in ospedale. Un buon ospedale, uno occidentale. Riusciranno a rimetterla in sesto quanto basta da farla tornare nel suo Paese. Le do la mia parola che da noi non avrà alcun fastidio.”

Non si può vincere in una posizione di fortezza. La posizione di fortezza può soltanto assicurare la patta.

“Sa quello che vogliamo. Abbiamo una talpa all’interno della sua Compagnia, di questo ormai si sarà reso conto. Sapevamo del trasferimento dei lingotti fin dall’inizio.”

Marco iniziò a mugolare piano, un pianto continuo, simile a quello di un gattino. Lunghe gocce di sangue gli colavano dal naso fino a terra, unendosi alla pozza di quello che, scendendogli dal fianco, si allargava di minuto in minuto.
“Visto?” fece il tedesco “Capisce che opporsi è inutile. La cassaforte la apriremo comunque, anche se lei non ci aiuta. La porteremo via terra fino in Israele, dove ci sono le nostre officine meccaniche. Là troveranno il mezzo per far saltare le vostre leggendarie protezioni.”
Marco sollevò il viso verso il tetto del capannone. Il sangue gli defluì dagli occhi e lui si trovò a fissare le travi arrugginite.  

“Se ci da adesso il codice, noi risparmieremo un certo numero di fastidi, e non saremo costretti a verificare di persona se qualcun altro lo conosce.” fece una lunga pausa “Magari lei non lo ricorda? O forse è stato così sciocco da pensare di affidarlo, per esempio, a sua figlia?”

Il tetto del capannone era una vecchia copertura di amianto. Marco pensò che non li avrebbero mai tirati fuori vivi, da lì.
“L’ha voluto lei allora!” dichiarò il tedesco. Stava perdendo il controllo. “Mi metterò personalmente sulle tracce di sua figlia. So esattamente in quale ospedale si trova, insieme agli altri naufraghi.”


Marco non volle trattenere il sussulto di gioia. Non ce n’era bisogno. Dunque Marika era viva.
Era riuscito ad ottenere l’unica informazione che aveva ancora importanza, quella che faceva la differenza. Anche se non in questa partita.

Chiamando a raccolta le forze che gli restavano, schiacciò la lingua contro un punto all’interno del proprio palato, ignorando il dolore che gli costava questo movimento.
Aveva fatto bene a scegliere la lingua, pensò mentre il circuito si attivava: nessuno che voglia farti sputare un segreto si sognerebbe mai di danneggiartela.

Nella stanza vicina, la cassaforte dell’Odessa ricevette il segnale e un altro circuito si attivò, innescando mezza tonnellata di esplosivo al plastico.

Le fortezze sono un problema per i motori scacchistici: i computer sono incapaci di ragionare sulle posizioni di fortezza.

Mentre il magazzino collassava e migliaia di metri cubi di acciaio e cemento li seppellivano tutti, Marco fece ancora in tempo a pensare a sua figlia, finalmente al sicuro.
Era certo che avrebbe trovato il biglietto, una volta tornata a casa. Lei era abbastanza sveglia da decifrare il semplice codice con cui aveva scritto l’indirizzo di un magazzino di Bangkok, dove i lingotti erano già stati spediti, con due mesi di anticipo rispetto a quel viaggio civetta.

Le sarebbe piaciuto conoscere la verità; si sarebbe divertita a progettare il piano con lui.
Ma a differenza degli scacchi, nella vita alcune cose manca il tempo di dirle. E l’oscurità che lo avvolse, totale ed eterna, le custodì tutte.