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sabato 28 settembre 2013

Affinché la morte non ci separi

Le nuvole erano basse nel cielo; immobili, assiepate in banchi, galleggiavano livide sopra la linea netta dell’orizzonte. Una foschia leggera ricopriva i campi fradici e la lunga riviera tortuosa, spazzata dalla mareggiata. Le colline, battute da folate di vento freddo, sembravano rattrappite, come una vecchia coperta inzuppata d’acqua. 
La luce tendeva al viola, le nubi erano bluastre, gonfie di una pioggia vecchia e sporca.
Un suono si levò, acuto e penetrante. Risuonò ripetutamente, assumendo un ritmo cadenzato e fisso. Echeggiava ancora quando l’uomo si svegliò.


Non tentò di muoversi: sapeva che era doloroso, con tutti quei fili che gli trapassavano il corpo. Come sempre,  la sua stanza era immersa in un mondo ovattato. Gli efficienti macchinari che lo tenevano in vita erano invisibili, nascosti al di là delle pareti sterili ed incorruttibili.
I tubi, trasparenti e sinuosi, uscivano dalle pareti ed entravano in lui, attraversando i suoi orifizi e i numerosi varchi artificiali attraverso cui, senza il suo controllo, avvenivano scambi dai quali dipendeva la sua esistenza.
Un groviglio di raccordi, valvole, pompe  e deflussori guidava lungo quella ragnatela, estensione del suo corpo, una sorprendente quantità di fluidi multicolori. Lottando contro il caos, quel complesso apparato forniva nutrimento e sostegno e, allontanando le scorie, rimandava il completo degrado della sua spoglia mortale.

Ad un tratto, sentì che gli altri erano nella stanza.
Come al solito ne aveva avvertito la presenza soltanto nella propria mente, poiché ciò che li componeva era inaccessibile ai sensi.
Le voci gli parlarono con quel loro tono, dolce e triste insieme, che gli dava i brividi. Si informarono sulla sua salute, gli chiesero se soffrisse molto.
“Non soffro” rispose a voce alta, sebbene non ce ne fosse alcun bisogno.
Loro lo fecero notare.
“Preferisco parlare in questo modo. E’ così che parliamo, da vivi.”
Lo sappiamoNon abbiamo dimenticato.

Le loro parole, sebbene silenziose, sembravano in qualche modo pronunciate contemporaneamente da un gran numero di voci, ma se ne distingueva  una sola, fusione perfetta dell’insieme, che le conteneva tutte.
Un lungo intervallo di tempo fu riempito dal lontano gorgoglio e dal ticchettare pigro dei macchinari, tanto che l’uomo, sul punto di appisolarsi, pensò che gli altri se ne fossero andati. Ma la voce si fece udire ancora.
Noi ti preghiamo. Non lasciare che la morte sia la tua fine.
L’uomo sospirò, esasperato da quel tormento.
“Sono io che vi supplico. Conoscete la mia volontà. Lasciatemi morire in pace.”
Non c’è pace nell’oblio. Unisciti a noi;  troverai pienezza.
“Non intendo farlo.”
Non immagini la gioia che proviamo. Non puoi concepire la sensazione di totale estasi e beatitudine della completezza.
“Non la desidero.”
Come puoi saperlo, se non la conosci?
“Non desidero conoscerla.”
Perché, fratello?
L’uomo tacque. Non si sentiva loro fratello, quel termine lo infastidiva e lo offendeva. Ancor più della loro invadenza e della totale mancanza di riservatezza, l’arroganza di quegli esseri lo faceva fremere di indignazione.
Trovava insopportabile la loro presenza: anche se erano incorporei, emanazioni elettromagnetiche di qualcosa di oramai soltanto vagamente umano, sentiva l’aria nella stanza ammorbata da un odore alieno, innaturale, la rancida esalazione di un blasfemo abominio.
Loro lessero le onde dei suoi pensieri, ma non si offesero. Erano al di là di sentimenti tanto meschini. Risposero piuttosto a quei pensieri non comunicati, considerandoli arbitrariamente come parte della conversazione:
Noi siamo umani, fratello. Più di quanto lo fossero i nostri corpi mortali, da cui ci siamo affrancati. Unendoci in questa forma, liberandoci dal fardello della sostanza materiale, il nostro spirito non ha confini e contempla l’infinito universo.
Che bugiardi! pensò l’uomo. Sapeva benissimo di star discutendo con dei semplici simulacri, emanazioni di altrettante memorie digitali di esseri un tempo umani. Le loro interfacce erano proiettate nello spazio e nel tempo da una tecnologia di una complessità quasi inconcepibile, ma pur sempre limitata. E dalla quale essi dipendevano completamente.
Inoltre, rifletté, se il loro stato era così pieno e perfetto, perché diavolo continuavano a tormentarlo? Di cosa avevano bisogno?
Avvertì un fremito, intorno a sé, e per la prima volta intuì di aver colto nel segno. Le presenze sembrarono quasi ritrarsi, addensandosi in un luogo più lontano. Poi la loro voce gli parlò di nuovo, con tono più freddo.

Sei nel giusto. La nostra pienezza non è ancora giunta. L’uomo rinnovato vivrà nell’eterna beatitudine, ma non è ancora completo.
Altra pausa. Cercò di non pensare a niente. Non voleva dare un vantaggio a quei bastardi.
Tu sai – proseguì la voce, carica di emozione – di essere rimasto l’ultimo uomo corporeo?
Il cuore stremato gli sobbalzò in petto. Da qualche parte, un allarme trillò per alcuni secondi, poi tacque. Dunque era vero! Ne aveva avuto il sospetto: in quel luogo era facile perdere il senso del trascorrere dei giorni, ma era davvero da molto, molto tempo che non riceveva la visita di qualcuno in carne ed ossa.

E’ così, fratello. Tutti gli altri corpi che giacevano in questo ultimo luogo sono stati abbandonati e le loro coscienze hanno liberamente abbracciato la nuova umanità.  Tu solo rimani, accudito da queste macchine, in un mondo di corpi morti.

L’uomo rabbrividì. Non c’era più una ragione al mondo, dunque, per lottare.
Nessuna folle speranza di trovare una cura poteva alimentare più a lungo quella disperata illusione. L’umanità era davvero finita.
Non è così! Gridarono gli altri. L’umanità sta per nascere. Può rinascere, se ti unisci a noi. Completa la pienezza.
La voce, ora, era carica di una passione struggente, più suadente del canto di mille sirene, languida di desiderio.

L’uomo sembrava riflettere profondamente. Con uno sforzo estenuante aprì gli occhi. La luce soffusa della stanza di rianimazione li ferì, ma lui resistette e contemplò il suo corpo. Considerò il tempo trascorso in quel luogo. Mesi, anni. Forse interi secoli: non era possibile saperlo con certezza.
Di sicuro, era stato abbastanza.
Cosa aveva tratto, dalla sua lunghissima sopravvivenza? Da quanto aveva dimenticato gli affetti, le passioni, le gioie e le sofferenze?  E per cosa, poi?
Per un desiderio di eternità, che lo aveva imprigionato in quel luogo; lo stesso che animava la brama di quegli altri esseri.
Anime dannate, spettri assetati di vita, tormentati dal rimpianto di ciò a cui avevano rinunciato per avere in cambio la loro eternità incorporea e algida; si accalcavano come falene, strette intorno all’ultimo barlume della sua umanità morente.
La voce ora sembrava straziata dal dolore.
Ti preghiamo! - gridò, trapanandogli la mente -  Abbiamo bisogno di te! Colma la pienezza!

Chiaro e luminoso, l’ultimo pensiero si fece strada nella mente dell’uomo. Non erano lì soltanto per convincerlo ad unirsi a loro: volevano scaldarsi al suo calore, alla luce vacillante della sua vita.

Smascherati, gli uomini perduti riversarono sull’uomo tutto quel freddo, quella solitudine, quell’insostenibile contemplazione eterna che avrebbe dovuto saziare per sempre la sete di conoscenza dei loro animi e che, invece, li aveva gettati nell’inferno di un vuoto incolmabile.

La voce, miriadi di voci, gridarono ancora la propria disperazione, ma era tutto inutile. Chiamando a raccolta le ultime forze, l’uomo sollevò una mano e la poggiò su un piccolo, anonimo pulsante. I delicati sensori biometrici riconobbero il suo tocco e si prepararono a ricevere istruzioni.
Le dita schiacciarono ripetutamente il pulsante, una, due, tre volte. Poi si fermarono e ripeterono ancora la sequenza; una successione di gesti volontari che non poteva in alcun modo essere casuale. 
Ogni suono nella camera cessò. I tubi smisero di gorgogliare e si svuotarono del proprio contenuto. Con delicatezza, le punte dei cateteri si ritrassero dal corpo dell’uomo; premurose braccia meccaniche giunsero a suturare le minuscole ferite, lasciando al loro posto invisibili cicatrici.

L’uomo si rilassò. Chiese dell’acqua, che comparve in prossimità del letto, in un piccolo, elegante bicchiere. Non aveva fame. Nelle sue condizioni, comunque, non gli sarebbe stato possibile mangiare.
Era solo questione di tempo, pensò.

Le voci tacevano.
Li sentiva, lì vicino, e improvvisamente gli fecero pena.

Tremanti, sperdute, trilioni di menti si accalcavano nella stanza in penombra, e guardavano spegnersi l’ultima luce dell'universo.