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venerdì 13 settembre 2013

De finis vacantiae (elogio inquieto della verdura)

Ecco fatto. Si ritorna. No, non abbiamo quasi mai camminato.
Documenti smarriti, febbri infantili e mal di pancia notturni ci hanno accompagnato in questi giorni di vacanza, come una sorta di nuvola da impiegato; poco più in là del suo raggio d'azione, proprio sopra la nostra testa, ha quasi sempre brillato beffardo un buon sole di settembre.


Ma alla fine ci eravamo abituati ai nostri guai, come succede con quei vicini d'ombrellone, o di stanza, litigiosi, scomodi e antipatici, di cui avresti fatto volentieri a meno, ma che poi, tornando a casa, ricordi con un sorriso e quasi ti mancano. 

Quasi.

Invece di certo non mancarono né il pane, scuro e generoso, tempestato di semi ed altri tesori, né la vecchia birra, pensierosa e dalla lenta schiuma, più saggia di chi la bevve e ora vi scrive. 
Freschi tuberi, odorose spezie, schiumose colate di paste saporite, grasse pignatte sfrigolanti di carni polpose e sugose salse riempirono fumanti e ampie scodelle, presto svuotate da vogliosi colpi di cucchiaio, voraci planate di forchette, voluttuose strusciate delle suddette ampie, morbide fette.

Di tutto si deliziarono questi palati ingordi, che sorbirono nettari e grappe, lasciarono scivolare verso il proprio metabolico destino le fragranti colazioni e gli stuzzicanti aperitivi. E non si trattennero da colpevoli, sgraziate rapine al buffet dei dolci, dove lussureggiavano le proporzioni irrealistiche di fette di torta così abbondantemente riempite di burro da rendere sdrucciolevole, dopo il masticarle, il suono stesso delle parole.  

Ben poco ci conforta, al cospetto della nemica calorica orda, l'incombenza di dover rimetter nelle borse i panni e i giochi, che c'è l'ascensore a portar giù i bagagli, né il pensiero del viaggio per tornarcene a casa, che si fa da seduti.

Toccherà di certo, al rientro, tirar la cinghia, chiuder dispense, turar bottiglie, involtare cartocci di profumati salumi, e mettersi invece a pulir foglie, affettar radici, sbucciare quei mesti e dietetici ortaggi a cui il nostro stato di onnivori ci rende conformi.

Incombono i giorni men lieti, più cupi, in cui il corpo si intristisce con le fibrose salubrità ortolane. 
E la vacanza? E' davvero finita.